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Elisabetta Antonini - Cantante jazz e vocalist. Jazz singer

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Elisabetta Antonini

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Scanner
Aprile, 2006

Recensione di Giovanni Ballerini

All’incrocio virtuoso di culture differenti
Cinque cantanti, un batterista, un percussionista, due bassisti, due chitarristi, un sassofonista, due violinisti, pianoforte e tastiere per evocare suggestioni e realtà interiori. E’ nato grazie alla collaborazione di quindici musicisti di diverse nazionalità il secondo album di Terre Differenti. Si chiama Cities of Dreams ed è il risultato dell’incrocio virtuoso di culture differenti, la sintonia e il confronto fra strumenti tradizionali (talvolta arcaici), suoni elettrici ed elettronici. Il compositore Fabio Armani e il suo ensemble multi etnico si esaltano in un appassionante viaggio di 73 minuti attraverso una variegata Babele delle lingue, delle musiche e delle culture, ma anche dei differenti stati emotivi che questo interessante progetto evoca con magia e intensità.

L'inizio e la fine dell’album pubblicato nel 2005 (cioè a cinque anni di distanza da quello di debutto del gruppo Terre Differenti) dalla Open Sound vedono alla ribalta una sorta di ideale bazar orientale animato dall’incrociarsi di diverse vocalità, dallo sciorinare di lingue diverse, dallo spagnolo allo swahili, dall'urdu al finlandese, dall'arabo al cinese, che si intrecciano fino ad annullarsi in un suono. Il resto è un susseguirsi di canzoni e brani strumentali che sembrano unite da un'unica velleità: tornare a sognare con la musica. Le atmosfere delle canzoni sono quelle di una cangiante world fusion, che si riappropria della lezione del rock progressive degli anni Settanta e si specchia nel sound etnico e il jazz contemporaneo.

Questo progetto, che nasce all’insegna della contaminazione e della poesia, ha come protagonisti Elisabetta Antonini (voce solista e cori), Maria Pia Ionata (soprano), Noemi Nori (voce solista), Yasemin Sannino (voce solista e cori), Fabio Armani (pianoforte, tastiere, campionatori, percussioni elettroniche, programmazione), Houcine Ata (canto arabo), Luca Barberini (basso e contrabbasso), Carlo Cossu (violino, viola, violoncello, didjeridoo e canto armonico), Marco Conti (sax soprano e tenore, flauti), Alessandro D'Aloia (batteria e percussioni), Miguel Fernandez (chitarra flamenca, classica, fretless ed elettrica), Flavio Ferrari (basso e stick), Francisco Miceli (chitarra elettrica), Abdullah Mohamed (flauti, riqq, darbukka, doholla, duff e sagat), Cristiano Serino (violino). Il risultato è un album elegante, sognante quanto basta per coinvolgere emotivamente qualsiasi ascoltatore attento, qualsiasi mente sensibile.
Voto: 8

 

 

 

 

Scene of Rock
Marzo, 2006

Recensione di Mariagrazia Di Matteo

In un Terra dove l'uomo diventa sempre più solo e avvizzito, simile ad un fiore mai baciato dal Sole, "una, sola" Terra in cui le molteplici differenze spaventano anziché arricchire. Ecco un album fatto di realtà ed esperienze oniriche, che si pone all'ascoltatore come una porta aperta al particolare dei mondi individuali di culture antichissime. Il secondo album Cities of Dreams di Terre Differenti è stato realizzato grazie alla collaborazione di ben quindici musicisti di diverse nazionalità, ognuno dei quali ha portato con sé un ritaglio della propria tradizione, attraverso l'utilizzo e la compartecipazione di strumenti molto antichi insieme con suoni elettrici ed innovativi, per quanto riguarda i risultati ottenuti.

E sicuramente il progetto musicale che hanno realizzato mantiene ancora un filo conduttore con il loro album precedente, l'omonimo Terre Differenti, uscito nel 2002. La ricerca di una perfetta sintesi di generi musicali apparentemente diversi, (si parla infatti di world fusion) tra il jazz più primitivo, elettronica, new age ed etnica, si concilia perfettamente con gli intenti di elegante sperimentazione e pura fusione di un'idea di musica che va oltre il metafisico.

Musicalità ammaliante grazie soprattutto alle straordinarie voci che sembrano nascere dalla zona più profonda e primordiale della Terra, questo album è indubbiamente un'opera d'arte musicale.
Voto complessivo: 10

 

 

 

 

Etnica
Febbraio, 2006

Immergersi in Cities of Dreams - secondo lavoro del progetto multiforme Terre Differenti composto da musicisti di varia nazionalità voluto dal compositore romano Fabio Armani - è come entrare in un mondo onirico, in cui elettronica, jazz, rock progressive si fondono in un'alchemica armonia con sonorità africane e medio orientali. Le frontiere tra i diversi generi musicali appaiono diluite, sino quasi a scomparire, dando vita ad un linguaggio sonoro unico, globale attraverso cui avviene l'incontro e il dialogo tra le varie culture della Madre Terra. I 13 brani che lo compongono non sono altro che una poesia trasformata in musica e invitano la mente a viaggiare ad aprirsi all'altro Ascoltare Cities of Dreams significa toccare l'anima del mondo e scoprire che popoli tra loro fisicamente lontani possono oltrepasare ogni tipo di barriera comunicando attraverso le note di un pentagramma.

Il brano eponimo Different Lands (incluso nel CD allegato al primo numero della nostra rivista) ha musica e parole quasi programmatiche per noi di Etnica & World Music!

 

 

 

 

Musical News
Febbraio, 2006

Recensione di Giancarlo Passarella

Lisergicamente eterei e mediterranei, ecco le Cities of Dreams di Terre Differenti: oltre 70 minuti di un viaggio musicale tra le casbah e le oasi di un ipotetico e sognato harem del Nord Africa.

Assai riduttivo definirlo un CD prodotto da un ensemble multi etnico di world fusion ideato e diretto da Fabio Armani e primo lavoro open music realizzato dall' area artistica Different Lands: Cities of Dreams (secondo CD con la sigla di Terre Differenti) sembra rappresentare di più, in un momento storico come questo dove Gheddafi chiede i danni per il colonialismo comico dell'Impero Italiano, lo stesso che lo definì uno "scatolone di sabbia"!
In Cities of Dreams sono presenti sia canzoni che brani strumentali in una giusta amalgama: il progetto filosofico che muove l'intero progetto la visione poetica del concetto di convivenza/esistenza in tutte le sue sfumature. I momenti di pura atmosfera (e ce ne sono tanti...) riportano alle mente gli intro di opere come Jesus Christ Superstar, tenendo in considerazione soprattutto la composizione sinfonica e non le canzoni rock. Lontano da una scontata New Age, Cities of Dreams riecheggia voglia di comunicazione ancestrale allo stato embrionale.

Se esiste una prima persona, questa nel CD è alla costante ricerca della mitizzata città dei sogni, ma a noi l'egocentrismo sembra fortunamente lasciare il posto alle valorizzazione delle differenze tra i popoli ed alle loro culture, così come si evince dal lungo elenco di collaboratori (che hanno affiancato Fabio Armani, piccolo deus ex machina del progetto).

Prodotto e missato da Antonio Arena, Fabio Armani e Silvio Piersanti (registrato presso TANGRAM7 ed OPEN STUDIO), Cities of Dreams è consigliato a chi si compiace di quanto la propria mente sappia ancor oggi fantasticare, anche senza aiuti chimici. Lisergicamente puri

 

 

 

 

New Age
Febbraio, 2006

Recensione di Silvia Turrin

In "Cities of Dreams", concept album firmato dal variegato ensemble Terre Differenti, nato dall'inventiva del compositore e pianista Fabio Armani, domina assoluto lo spirito cosmopolita. Le produzioni di questo multiforme progetto, composto da musicisti e intrepreti di diversa nazionalità introducono in una dimensione dove avviene l'incontro tra diversi mondi sonori (jazz, ambient, new age, chill out, fusion). Tendenza che si è espressa in modo ancor più radicale in Cities of Dreams, disco in cui elettronica, rock progressivo, jazz ed atmosfere etniche sifondono. E non poteva essere altrimenti, considerato il percorso musicale e gli interessi di colui che ha generato Terre Differenti, Armani è decisamente poliedrico: da un lato astrofisico, dall'altro abile creatore di computer music, compositore di brani strumentali ed acustici, last but not least versatile musicista (piano, tastiere, campionatori e vari tipi di percussioni sono i suoi strumenti prediletti).

In Cities of Dreams si incontratno temi ricorrenti che hanno ispirato l'intero lavoro e ne rappresentano il filo conduttore. Costante è l'immagine delle dune, considerate non barriere, bensì varchi, oltre i quali si possono raggiungere popoli sconosciuti, solo in apparenza lontani. Il deserto, anzichè essere considerato come luogo desolato ed insospitale, rappresenta un immenso spazio dove ritrovare se stessi e l'altro, avvertendo in esso il fluire della vita. Intenso è poi il dualismo tra realtà e mondo onirico: la fuga dalla quotidianità conduce al sogno, apparente rifugio dove riporre speranze, ma dove possono affiorare ansie, paure ...

Queste immagini poetiche descritte nei testi si intrecciano ed entrano in simbiosi con le avvolgenti ed eteree sfumature musicali. E' così che fiumi di emozioni vengono trasposti nelle note di un pentagramma, conducendo chi ascolta Cities of Dreams in luoghi tangibili, spirituali, mentali. Prima tappa sonora è Different Lands, in cui la morbida voce femminile di Yasemin Sannino, a tratti appena sussurrata, si interseca alle vibranti percussioni di Alessandro D'Aloia e Abdullah Mohamed facendo riaffiorare sogni di terre lontane. Ascoltando poi la strumentale God of Thunder sembra quasi di immergersi nell'anima di Madre Natura: si percepisce la potenza del tuono e si immaginano paesaggi selvaggi intrisi dell'energia primordiale della vita.

Le sonorità orientali-arabeggianti di Kam ma kam (inclusa nella compilation della rivista New Age and New Sounds #158) richiamano oceani di sabbia, dove poter cantare amori svaniti, perdendosi fra dune avvolte da calde brezze, illuminate da cieli stellati. Ritmi magrebini inframmezzati da echi andalusi e voci struggenti, affincate dalla melodia del violino di Cristiano Serino, si ritrovano in Beyond the Dunes, intenso brano che richiama ancora alla mente il deserto. Luogo evocato anche nella traccia strumentale Love beyond Desert, un'altra fra le composizioni più toccanti dell'intero album, grazie al delicato intreccio tra sax (Marco Conti) e piano (Fabio Armani), connubbio perfetto per dipingere in musica dolcezza, passione, amore. Tra le perle sonore del CD vogliamo segnalare quei brani che hanno come comune denominatore il richiamo alla Luna. Under Moons of Jade alterna momenti di profonda armonia creati da una voce di velluto (Elisabetta Antonini), a ritmi vibranti dati dall'energia delle percussioni, mentre Jaded Moon, che per certi versi richiama la traccia precedente, è un perfetto esempio di felice convivenza tra jazz, rock e sonorità etniche.

In Splinters of Reality, intrepretato peraltro benissimo, si assaporano trascinanti suggestioni di progressive rock, un piccolo capolavoro. Cities of Dreams invita a viaggiare verso mondi sconosciuti, a unire le diversità solo in apparenza inconciliabili e ad aprire la mente a popoli distanti dai nostri microcosmi.

 

 

 

 

Jazz It
Febbraio, 2006

Recensione di Gianpaolo Chiriacò

L'elettronica e le musiche del mondo sono le sorgenti principali da cui Terre Differenti attinge le proprie risorse. La luce del prodotto finito, però, è personale e stimolante, a dispetto di quel "rischio polpettone" cui la world-music è costantemente soggetta. In “Cities of Dreams”, infatti le diverse correnti - tra cui dominano la musica araba e il flamenco - sono riproposte con gusto e senza ripetizioni ossessive.

La variazione costante di volumi, arrangiamenti, sfondi e la continua ricerca di contrasti timbrici catalizzano l'attenzione. E la mantengono viva, trasportandola lungo il suggestivo impasto di voci (tutte molto belle) di Kam ma kam verso le scansioni irregolari di Beyond the Dunes e verso lo scintillio lieve di Under Moons of Jade, così simile alle atmosfere del Pat Metheny di "Secret Story".

 

 

 

 

Percussioni
Gennaio, 2006

Recensione di Roberto Baruffaldi

Progetto ambizioso, che ruota attorno alle composizioni di cui figura autore il tastierista e produttore Fabio Armani e che avvolgono l'ascoltatore in un'atmosfera rarefatta e delicatamente sofisticata, contaminata da diverse influenze e difficilmente identificabile in un unico genere.

Molto curati gli arrangiamenti e i suoni e buono il lavoro di tutti i musicisti, tra cui figura alla batteria e percussioni Alessandro D'Aloia, che contribuisce alla riuscita di un progetto davvero particolare.

 

 

 

 

GEO
Gennaio, 2006

"I have a dream"
Terre Differenti sono un ensemble multietnico, ideato e diretto dal compositore e multistrumentista Fabio Armani. Ma sono anche "sognatori del possibile": cioè della capacità di creare un tessuto connettivo fra le varie etnie che popolano nostra Madre Terra. Basta ascoltarli per crederci.

 

 

 

 

Chitarre
Dicembre, 2005

Recensione di Giovanni Palombo

Progetto variegato, complesso, articolato, ricco di sfumature e diverse sfaccettature, tuttavia strettamente intrecciate al comune denominatore dell’opera, quel canovaccio che trasporta, di traccia in traccia, sensazioni di sublime armonia e delicati profumi provenienti da mondi lontani.
Il progetto dell’etichetta Opensound, secondo lavoro per l'ensemble di world fusion Terre Differenti, si apre con Different Lands, brano che, partendo da atmosfere lontane, prende vita grazie ad una voce femminile calda ed avvolgente con sussurri dal delicato sapore lunge: è un inno alla Madre Terra. Si prosegue con God of Thunder brano strumentale costruito intorno a sax e percussioni tribali, mentre Kam ma kam spicca per le sonorità arabeggianti ed il duetto di voci femminile e maschile che trasporta in un’oasi desertica. Flower of Sorrow vive sull’intreccio piano chitarra a creare un pathos patinato di velata tristezza: la voce come strumento ad accompagnare violino sax, in un crescendo musicale che ciclicamente si richiude sul delicato binomio piano/chitarra, costellato di virtuosismi. Beyond the Dunes spicca per la chitarra dal sapore di flamenco ed una voce intensa. In Under Moons of Jade s’ascoltano sussurri e sospiri, vocalizzi leggeri come in un sogno di terre lontane, in Jaded Moons, che sembra rubare il titolo alla canzone che la precede, pare di assistere ad una jam session, è quasi un allenamento jazz fino all’ingresso della voce. Mirror è un cameo: ne è protagonista un piano rilassante ma intenso, elegante e sublime, come in un cocktail di fine serata. Love beyond Deserts è uno dei brani più emozionanti della raccolta, merito di un sax che culla ed ammalia dolcissimo e lieve: 5 minuti intensi e calibrati, semplicemente incantevoli.

In Dance for the Moon ricompare il cantato: una voce jazz, dalla grande personalità arricchisce gli oltre 8 minuti del brano, forse quello con l’inclinazione più pop. Lost in her World sorprende per l’assolo di chitarra, quasi alla Pink Floyd, ad interrompere una suadente voce femminile, per introdurre un inaspettato soprano. Ci si perde nel mondo creato dalle spettacolari voci femminili.
Splinters of Reality ha un cantato quasi teatrale, un po’ alla Grace Jones, e ci porta all’ultimo brano del lavoro, che dà il nome alla raccolta, Cities of Dreams appunto, brano che chiude gli oltre 73 minuti di poesia, e ne costituisce il riassunto.

Cities of Dreams” è un viaggio lieve in cui si combinano jazz, percussioni etniche ed elettronica, è un coacervo di esperienze multi etniche ben armonizzate, una summa di giochi di prestigio musicali, piacevolissime armonie da ascoltare ad occhi chiusi, per vivere la magia di suoni di altri mondi.

 

 

 

 

Extra Music Magazine
Novembre, 2005

Recensione di Stefano De Stefano

"Ancora una volta ho sognato terre differenti / distanti, perse oltre il diaframma delle mie iridi
la mia pelle diversa, le mani di nera polvere / ancora una volta una geografia aliena a me nota da sempre/da cui il mio volto d'argilla nasce e in essa torna / respirando nostalgie di futuri mai nati."
Questo è tutto quello che è scritto (in inglese) sul libretto di questo disco così complesso e affascinante, e non potrebbe sintetizzare meglio il concept e l’essenza di questo disco. “Cities of Dreams” è la seconda creatura nata dal progetto musicale fortemente voluto dal pianista Fabio Armani e dal batterista Alessandro D’Aloia, Terre Differenti appunto, il frutto di una confluenza di mondi musicali, culturali e geografici completamente eterogenei tra loro: un ensemble fatto di quindici artisti in tutto (il gruppo vero e proprio e una cospicua manciata di ospiti) che hanno dato vita a una musicalità nuova, così omogenea nel suo essere insieme la fusione dei più disparati generi quali jazz, musica elettronica, etnica, rock, contemporanea.

E’ l’open music, qualcosa che non è semplicemente un contenitore di generi ma di fatto un genere a sé, in una continua fase di innovazione e sperimentazione.
L’ intero disco è un viaggio tra le “terre differenti” del nostro mondo, dai deserti alle città moderne, dal mare alle rive chiassose del Gange, il tutto elaborato e rivisitato con un gusto e una attitudine quasi onirica. È un disco suonato con moltissimi strumenti, vive delle più disparate influenze e si può quasi definire strumentale perché tale è l’uso che viene fatto della voce di Elisabetta Antonini e Yasemin Sannino, cantanti del gruppo; è musica dal coinvolgimento fortemente emotivo, è musica evocativa, richiama le più antiche pulsioni dell’essere vivente, la danza, la meditazione, la passione; un lavoro che vive e respira, che segue ora il ritmo primordiale della vita ora il riposo, fino ad arrivare alla poesia nel movimento lento e convulso del corpo e dell’anima.

Per questo disco così complesso sono stati utilizzati molti strumenti, una gamma di sonorità che parte dal piano di Armani e dalle canoniche chitarre elettriche ed acustiche di Francisco Miceli e Miguel Fernandez, fino ad arrivare a strumenti folk ed etnici poco conosciuti come ad esempio darbukka, sitar o sagat; attraverso l’uso congiunto e rielaborato di questi antichi strumenti etnici e acustici, e con l’aggiunta di un tocco elettronico e un gusto per il sample e i campionatori, è nato questo secondo lavoro del progetto musicale Terre Differenti, un sogno multi-etnico di world fusion che forse si segnala anche per l’eccessiva lunghezza: tredici pezzi, molti sopra i cinque minuti, diversi sopra i sette, alla lunga il lavoro stanca proprio perché è inteso e vibrante: la sensazione estenuante a fine disco è quella di aver davvero viaggiato attraverso le porte oniriche del sogno in lontane terre, dall’Oriente all’India e l’Africa; un concentrato di diversi mondi musicali, dalla new age alla musica world, dal jazz-rock all’elettronica che ben sintetizza l’idea del viaggio e che per questo motivo richiede impegno nel farsi ascoltare, non è musica “for the masses” per intenderci: i tredici frammenti di questo disco sapranno regalare viaggi in posti lontani e esotici, a patto di chiudere gli occhi e sapersi abbandonare ad essi. Un disco dall’altra parte del globo.

 

 

 

 

Film TV
Ottobre, 2005

Secondo prodotto discografico del progetto Terre Differenti (ensemble multietnico di world fusion ideato e diretto da Fabio Armani), "Cities of Dreams" è una raccolta onirica affidata alle belle voci di Elisabetta Antonini, Yasemin Sannino e Noemi Nori.

Il linguaggio musicale, che rilegge sonorità e strumenti tradizionali in chiave elettronica, fonde etnica e rock, progressive e jazz in un mix visionario che accompagna l'ascoltatore in un viaggio virtuale e culturale fra passato e presente.

 

 

 

 

Carta
Ottobre, 2005

"Cities of Dreams" è il secondo lavoro di Terre Differenti, progetto world fusion ideato e diretto da Fabio Armani. L'ensemble, composto da quindici strumentisti provenienti da diversi paesi e tradizioni musicali, propone tredici brani dalle sonorità suggestive, composti dallo stesso Armani, di volta in volta coadiuvato dalle voci soliste Elisabetta Antonini e Yasemin Sannino, dal batterista Alessandro D'aloia e, per la traccia apripista Different Lands, dal sassofonista Marco Conti.

Cori e canti si alternano a brani strumentali nel delineare questo viaggio sonoro verso [e attraverso] le città dei sogni tracciando un percorso di sperimentazione che fonde le sonorità di strumenti etnici con l'elettronica.

 

 

 

 

Cantine
Ottobre, 2005

Recensione di K.G.

Progetto variegato, complesso, articolato, ricco di sfumature e diverse sfaccettature, tuttavia strettamente intrecciate al comune denominatore dell’opera, quel canovaccio che trasporta, di traccia in traccia, sensazioni di sublime armonia e delicati profumi provenienti da mondi lontani.
Il progetto dell’etichetta Opensound, secondo lavoro per l'ensemble di world fusion Terre Differenti, si apre con Different Lands, brano che, partendo da atmosfere lontane, prende vita grazie ad una voce femminile calda ed avvolgente con sussurri dal delicato sapore lunge: è un inno alla Madre Terra. Si prosegue con God of Thunder brano strumentale costruito intorno a sax e percussioni tribali, mentre Kam ma kam spicca per le sonorità arabeggianti ed il duetto di voci femminile e maschile che trasporta in un’oasi desertica. Flower of Sorrow vive sull’intreccio piano chitarra a creare un pathos patinato di velata tristezza: la voce come strumento ad accompagnare violino sax, in un crescendo musicale che ciclicamente si richiude sul delicato binomio piano/chitarra, costellato di virtuosismi. Beyond the Dunes spicca per la chitarra dal sapore di flamenco ed una voce intensa. In Under Moons of Jade s’ascoltano sussurri e sospiri, vocalizzi leggeri come in un sogno di terre lontane, in Jaded Moons, che sembra rubare il titolo alla canzone che la precede, pare di assistere ad una jam session, è quasi un allenamento jazz fino all’ingresso della voce. Mirror è un cameo: ne è protagonista un piano rilassante ma intenso, elegante e sublime, come in un cocktail di fine serata. Love beyond Deserts è uno dei brani più emozionanti della raccolta, merito di un sax che culla ed ammalia dolcissimo e lieve: 5 minuti intensi e calibrati, semplicemente incantevoli.

In Dance for the Moon ricompare il cantato: una voce jazz, dalla grande personalità arricchisce gli oltre 8 minuti del brano, forse quello con l’inclinazione più pop. Lost in her World sorprende per l’assolo di chitarra, quasi alla Pink Floyd, ad interrompere una suadente voce femminile, per introdurre un inaspettato soprano. Ci si perde nel mondo creato dalle spettacolari voci femminili.
Splinters of Reality ha un cantato quasi teatrale, un po’ alla Grace Jones, e ci porta all’ultimo brano del lavoro, che dà il nome alla raccolta, Cities of Dreams appunto, brano che chiude gli oltre 73 minuti di poesia, e ne costituisce il riassunto.

Cities of Dreams” è un viaggio lieve in cui si combinano jazz, percussioni etniche ed elettronica, è un coacervo di esperienze multi etniche ben armonizzate, una summa di giochi di prestigio musicali, piacevolissime armonie da ascoltare ad occhi chiusi, per vivere la magia di suoni di altri mondi.

 

 

 

 

Jazz Convention
Settembre, 2005

Recensione di Simone Falgiatore

Opensound, neonata etichetta del panorama musicale jazz, produce "Cities of Dreams", città dei sogni nelle vie della quale è facile perdersi tra le diverse atmosfere che la abitano. Una babele di etnie e generi musicali perfettamente dosati e fusi insieme che, per una ormai consolidata legge di simbiosi musicale, conducono verso un’ora e più di ottima musica. Le nuove frontiere dell'elettronica down-tempo scandiscono il ritmo ossessivo dei sogni tenuti in piedi da sonorità ambient che, leggere, accarezzano strumenti reali suonati con delicatezza e tecnica. Il jazz incontra l'elettronica e l'esperimento riesce, ed anche bene. Sonorità provenienti dai più disparati angoli della terra, danno origine ad una sorta di musica etno-elettronica dal sapore new-age, un viaggio musicale che stordisce ed appaga i sensi lanciando l’ascoltatore nel vuoto un cui l’eco di voci riecheggia padrone. Terre Differenti, al loro secondo lavoro discografico, si affidano alle composizioni di Fabio Armani pianista e co-fondatore del gruppo insieme al batterista Alessandro D'Aloia, che firma le tredici tracce dell'album. Le composizioni sono un viaggio nel microcosmo musicale contemporaneo e classico. Le influenze tribali, arabe in particolare, disegnano panorami lontani e vagamente immaginabili. L'intero percorso musicale regge su due livelli distinti e perfettamente dosati: il suono caldo della strumentazione acustica, affiancato al suono nitido e tagliente dell'elettronica moderna.

Brani come God of Thunder o Flower of Sorrow, veri mix di elettronica e danze tribali, convivono perfettamente con Mirror o Love beyond Desert, tracce composte con sonorità prettamente acustiche ed assolutamente jazzistiche; il tutto a conferma che nella città dei sogni il cammino dell'anima muove tra sentieri vari e sorprendenti. Per questo è impossibile fermarsi. Buon ascolto.

 

 

 

 

Amici di Peter
Aprile, 2005

Recensione di Roberto Scorta

Qual'è la linea di demarcazione fra il sogno e la realtà? Qual'è la città, il luogo, il paesaggio che il nostro onirico incedere, nelle escursioni della mente, visita più spesso?
E qual'è il catalizzatore che costantemente è capace di farci sollevare in volo pindarico dalle nostre quotidiane ed immutabili attività per portarci nelle pianure sconfinate della fantasia, in mezzo ad assolati deserti, o a verdeggianti colline?

La musica è regina di tutto questo.
Capace dunque di sollevare il nostro spirito e fare vibrare i nostri sentimenti in tempo, ed al tempo con i ritmi della natura.
"Cities of Dreams", il nuovo lavoro del compositore Fabio Armani, direttore artistico dell’ensemble multi etnico Terre Differenti, realizzato con la produzione di Opensound, è uno splendido esempio di ricerca attenta di questi meccanismi profondi ed ancestrali che rimuovono la razionalità e spalancano le porte indifese dell'emotività.
Lunga gestazione, ma bellissimo risultato, confezionato fra strumenti etnici fra i più disparati e voci di purezza e timbrica assolutamente sopra la norma. Domina la ricerca di sonorità trasversali e catalizzatrici in cui perdersi, riassaporando quel patrimonio ancestrale che non ha una locazione definita, ma che contiene una potenza evocativa fortissima.

***

Riesce difficile immaginare una collocazione di un lavoro come questo all'interno dei circuiti musicali di facile consumo. E' vero che, in alcuni tratti, alcune assonanze con gruppi come Enigma, alcune espressione Oldfieldiane incontrano facile fruibilità, certo è che la maggior parte dei pezzi si presta ad un ascolto che non può esimersi dall'essere attento e sensibile. La variegata stratificazione di generi ne fa un lavoro trasversale, che è poi quello che l'autore si prefiggeva, molto vicino alle atmosfere etniche di artisti come Gabriel (Passion) o certa musica di matrice orientale (Nithin Sawney o lo stesso Nusrat Fateh Ali Khan, lo scomparso cantante pakistano). L'obiettivo è raggiungere cioè la radice del suono, ove non esiste alcuna discriminante fra jazz e rock, o musica etnica, araba od occidentale, e dove niente possa arrestare l'avanzata del suono nei meandri dell'animo. Io credo che Fabio Armani insieme allo stuolo di grandi musicisti che hanno partecipato al disco, ci riesca benissimo, dimostrando di possedere la materia fino al midollo.
Un lavoro di sensibilità e contaminazione assolutamente ben fatto che non credo possa rimanere indifferente nel troppo spesso desolante panorama della attuale musica.

 

 

 

 

Extramusic
Aprile, 2005

Recensione di Stefano Camilloni

Frammenti di un lungo viaggio, incanalati attraverso molteplici attitudini sonore, che catturano l'anima in un gioco di rimandi e convivenze artistiche dall'estatica emozione. Questo è "Cities Of Dreams", secondo album del progetto world-music Terre Differenti, originale ed affascinante creazione partorita e sviluppata dal compositore italiano Fabio Armani.

L'album si compone di ben tredici brani di interessanti sonorità in bilico tra jazz, musica etnica, elettronica e new age, costantemente sottolineati da una ricerca musicale sperimentale ma decisa, sognante ma concreta, visionaria ed umana.

Tecnicamente l'album gode di ottime prestazioni: i musicisti che affiancano Armani sanno ben interpretare lo spirito di Terre Differenti, e lo dimostrano con performance di alto livello.

Tanti i momenti di puro interesse d'ascolto: quelli che a mio giudizio sanno catturare maggiormente l'ascoltare sono rappresentati dai passaggi strumentali: difficile non restare deliziati dalle atmosfere jazz Canterburyane di Flower Of Sorrow o dai fraseggi di stampo progressivo di Splinters Of Reality.
Complessivamente, comunque, ogni brano sa esprimere efficacemente il leitmotiv strutturale dell'album, quello cioè dell'esplorazione sonora come imprescindibile forma mentis.

Le città dei sogni compongono un microcosmo emozionale perpetuo ed onirico: world music per palati fini, musica per chi ancora sogna un futuro antico. Da ammirare.

 

 

 

 

Gufetto
Marzo, 2005

Recensione di Federica Cardia

Dopo "Terre differenti" esce "Cities of Dreams", il secondo lavoro rientrante nel progetto musicale ideato dal compositore classico, jazz ed elettronico Fabio Armani, frutto di un’accurata selezione di sonorità e ritmi sperimentali e d’avanguardia. Quattro le tracce, tutte rigorosamente cantate in lingua inglese, e quattro le atmosfere ricreate e immaginate, tutte correlate da un senso di comune appartenenza alla terra. Il lavoro, proponendo uno stile cangiante ed eterogeneo, riesce a coniugare perfettamente innovazione tecnico-sonora e sentimenti ancestrali. Ascoltiamo allora la sussurrata e ambientale Different Lands, per soffermarci subito dopo sulle sonorità arabeggianti di "Beyond the Dunes" e proviamo a cullarci sulle note di Dance for the moon, concludendo il nostro viaggio godendoci Lost in her World, il brano che rivela più di tutti una certa influenza rock.

 

Terre Differenti

 

 

I-Dbox
Febbraio, 2002

Recensione di Giovanni Distaso

La definizione di questo cd come appartenente al genere fusion è puramente indicativa, e forse anche un pò riduttiva rispetto alle ambizioni degli autori, che hanno riempito questo dischetto di suoni e suggestioni provenienti da varie parti del mondo, creando così un tappeto sonoro davvero interessante e di grande atmosfera. Il richiamo alla fusion è però evidente, soprattutto al Pat Metheny di album come “Secret Story” e “Offramp”, ma si sentono qua e la echi di Mike Stern e Branford Marsalis. Questo è sicuramente dovuto all’estrazione jazz dei musicisti, che sono Fabio Armani( tastiere e sampler), Alessandro D’Aloia(batteria) e Francisco Miceli (chitarre). Il disco vede anche la presenza di diversi ospiti, tra i quali mi sembra doveroso segnalare il bravissimo sax soprano Marco Conti, vera rivelazione di questo cd che è molto consigliato a chi cerca musica per sognare, ad occhi aperti, posti nuovi e viaggi fantastici.

 

 

 

 

Drive Magazine
Ottobre, 2001

Recensione di Lino Terlati

Il tastierista e compositore Fabio Armani dà vita a Terre Differenti, un progetto che gli sta molto a cuore; non un 'idea solista, ma un vero ensemble che produce una musica aperta, ariosa con mille inluenze etniche ancestrali e futuriste, proiettate sullo schermo del 2000. Oriente ed Occidente.

Suoni maestosi.
Molto caratteristici i suoni che attragono già dalla title track, divisa in quattro parti, prima ipnotica, poi convulsa e pirotecnica con splendide voci islamiche. Terre Differenti è composto anche da Alessandro D'Aloia alla batteria e alle percussioni e da Francisco Miceli alle chitarre acustiche ed elettriche, ma vi è anche un piccolo stuolo di ospiti, alcuni tipicamente mediterranei. In alcuni punti, come nella seconda parte di Terre Differenti, il clima cupo sembra predominare sull'aria festosa di pescatori sulla spiaggia.
Ci sono poi dei momenti davvero toccanti come Raksas, dall'arrangiamento strepitoso e un andamento felpato, orme di pantera su tasti bianchi ed echi di corde titaniche provenienti dallo spazio profondo. Magici veramente gli assoli di chitarra e le tastiere di porcellana che s'infrangono nel muro del suono. Burano e La Notte e il Sole sono altri due esempi di come la world music possa diventare rocambolesca, arzigogolando qui e là con tempi dispari. La Notte e il Sole ha poi bei momenti di jazz solare grazie al sax soprano di Marco Conti che sembra uscito fuori dai migliori dischi ECM o dai Weather Report, un novello Wayne Shorter.

Musica assemblata secondo schemi nuovi alla ricerca di qualcosa di sconosciuto. Difficile stabilire se è jazz, world, etno. Sta di fatto che Terre Differenti è un manifesto di musica contemporanea, crogiolo di razze, culture, suoni, odori e sapori che s'incrociano. Una pittura globale dalle sfaccettature multi-colorate.

En-Tso on the Rock
Settembre, 2000

Recensione di Simone Pigolotti

Questo interessante progetto strumentale, in equilibrio tra musica etnica, fusion e new age, colpisce subito per il lavoro di ricerca dei suoni e degli arrangiamenti, lavoro peraltro molto riuscito: i brani evocano atmosfere, appunto, di terre lontane in maniera molto convincente e la scelta degli effetti e degli strumenti è sempre estremamente curata e adatta al carattere dei brani stessi.

Molto curata è anche la ricerca ritmica: alcuni brani sono costruiti su tempi dispari, arricchiti ulteriormenti dal gioco di anticipi e di accenti sfalsati del batterista (ascoltare la terza traccia 'Silent runner' per credere)... Ascoltando questo lavoro non può non venire in mente la musica degli Indaco, storico gruppo italiano al quale questo progetto strizza un po' l'occhio. Ma mentre nella musica degli Indaco l'aspetto compositivo e melodico è sempre in primo piano, con un concetto alla base più 'progressivo', qui sono i suoni a fare da padroni, e spesso le melodie sembrano subordinate alle atmosfere da creare. Il risultato è un disco sicuramente interessante e di pregevole fattura, ma forse anche un disco più da sentire che da ascoltare, una musica che può risultare a tratti un po' d'ambiente, di sottofondo. Non mancano comunque episodi nettamente fusion, con la chitarra e le tastiere che intessono melodie più jazzistiche a risvegliare l'attenzione dell'ascoltatore.

 

 

Settembre, 2006

Recensione di Mattia Paneroni
Una voce dal timbro efebico proferisce parole incomprensibili, mescolandosi ad altre in un confuso climax di suoni volti a evocare depositi di polvere sopra ceste di frutta colorata. La sensazione che si avverte dopo aver assaporato il primo morso di "Cities Of Dreams", ultima fatica del numeroso ensemble multietnico fondato nella seconda metà degli anni Novanta dal compositore romano Fabio Armani, è quella di ritrovarsi avvolti fra le luci torride e i fumi grevi di una terra lontana, differente. Umori elettronici e soffi di vento sibillini s’intrecciano alle frasi incerte del saxofono soprano di Marco Conti, mentre l’incantevole voce di Yasemin Sannino persuade l’ascoltatore a seguirla in un’avventura ambiziosa, audace, che si estrinseca in un’eclettica commistione di suoni che sanno di luoghi. "Different Lands" è l’ incipit assurto a dichiarazione programmatica di quanto sarà possibile scorgere durante questo affascinante viaggio attraverso musica d’ambiente ed echi di culture distanti. "God Of Thunder" scorre come un debole flusso d’acqua tra le avide mani di un assetato, impostando infatti la particolare efficacia sull’immediata presa di coscienza della propria essenzialità. Il basso di Luca Barberini intaglia algide cornici all’interno delle quali trova espressione la sensuale versatilità della darbukka egiziana di Abdullah Mohamed, mentre la chitarra del brasiliano Francisco Miceli si abbandona a fraseggi discreti che trasudano il fascino di chi, in vero, ha molto da raccontare.
"Flower Of Sorrow" è un malinconico acquerello che ammicca alle intelligenti partiture klezmer del Masada String Trio e sembra intraprendere quell’itinerario così naturale e magico che, idealmente, congiunse il progressive-rock alla musica di mondi nuovi, servendosi di Peter Gabriel e della sua Real World. La voce di Elisabetta Antonini suggerisce un’immaginaria fusione fra le atonalità tipiche del jazz e il calore di certa musica tradizionale sudamericana. "Beyond The Dunes" è introdotta dalle note della chitarra flamenco dell’argentino Miguel Fernandez. Scandita da un ritmo incalzante, dinamico e avvincente, rimane uno dei migliori episodi dell’opera. Sannino riesce qui a esprimere al massimo il proprio potenziale melodico, cesellando memorabili arabeschi d’inventiva e tecnica vocale. "Under Moons Of Jade" sembra quasi tributare solenne omaggio al concetto di "musica d’ambiente" formulato per la prima volta da Brian Eno nel suo "Discreet Music", ma si affranca da ogni canone preesistente attraverso le contaminazioni "wave" richiamate dalla strumentazione elettronica di Armani.
"Jaded Moons" subentra alla precedente traccia lasciando l’impressione che non vi sia alcuna soluzione di continuità, quasi si stesse trattando del succedersi delle ore lungo una giornata. Il campionatore crea qui un nervoso sostrato sonoro contrappuntato dai continui accumuli di tensione emotiva sprigionati dal saxofono tenore di Conti. Il pezzo giunge alla propria conclusione accompagnato dal cantato di Antonini. "Mirror" è un delicato e toccante tributo al silenzio composto ed eseguito al pianoforte dallo stesso Armani. In "Love Beyond The Deserts", saxofono soprano e tastiere intagliano accattivanti melodie che, con tutta probabilità, rappresentano il lato più "orecchiabile" dell’intero lavoro. "Cities Of Dreams", la tredicesima traccia, chiude il disco con grande stile: durante i suoi nove minuti, infatti, l’ensemble ripercorre con passione le atmosfere tratteggiate in precedenza. L’espressività delle voci di Sannino e del tunisino Houcine Ata bilanciano magnificamente le trame intessute da una sezione ritmica mozzafiato.
Risulta spontaneo immaginare "Cities Of Dreams" come il frutto di una costante ricerca effettuata lentamente, negli anni, con grande passione e dedizione; quest’album è la prova evidente di quanto sia possibile far incontrare diverse culture per un obiettivo comune che ci possa donare un mondo migliore. O una Terra Differente.
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"I have just heard a fantastic recording honouring the Beat Generation and to say this recording is wonderful would definitely be an understatement.
I'm thrilled that a group of beautiful young musicians have shown such tremendous depth and understanding for my heroes. The Beat Goes On is a recording full of great musicianship, strong knowledge of the bebop era and a deep, soulful understanding of jazz".

Sheila Jordan

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