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Elisabetta Antonini - Cantante jazz e vocalist. Jazz singer

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Elisabetta Antonini

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JAZZITALIA

articolo

I Vincitori del Top Jazz 2014

Roberto Dell'Ava

TRACCE DI JAZZ

recensione

Elisabetta Antonini - The beat goes on

Fabrizio Ciccarelli

4ARTS

recesione

Elisabetta Antonini, musica tra Kerouac e Ginsberg

Roberto Paviglianiti

JAZZIT Nov/Dic 2014

intervista

 

 

 

 

Lorenzo Viganò

SETTE del CORRIERE DELLA SERA

articolo

QUELLA POTENZA CHE UNISCE NOTE E TESTI

E' più di un omaggio, è un vero e proprio conceptalbum che prende il mondo, il linguaggio, le opere, le voci, le trasgressioni, le atmosfere, i temi della Beat Generation e li elabora trasformandoli senza mai tradirli. Li attualizza, li fa rivivere, mettendone in risalto gli aspetti nascosti, inediti o dimenticati. Li interpreta. Lo si capisce già dal titolo, The Beat Goes On, che di quella corrente dichiara esplicitamente la modernità, la vitalità e la necessità, storica e culturale, a non dimenticarla. Lo confermano i tredici pezzi del disco nei quali Elisabetta Antonini, cantante e compositrice, accompagna l'ascoltatore in un viaggio "sulla strada" del tempo e del movimento americano degli Anni Cinquanta, attraverso il bebop, la poesia, la canzone di protesta, l'improvvisazione.Nessuna nostalgia. Ogni brano (firmato, cantato e arrangiato dalla Antonini) è elaborato sugli scritti di quegli stessi poeti, che intrecciano voci e letture al suo scat (come quella di Lerouac in Cookin' at the Continetal firmata Horace Silver o di Allen Ginsberg nella celeberrina Howl! firmata Antonini), oppure li affidano al suo canto, come in For Miles di gregory Corso e in On the Road di Kerouac. Il risultato è ipnotico e potente, e mette in risalto la musicalità dei testi, delle poesie e delle letture(simili ad assoli jazz) amalgamandola alla voce dell'autrice (qui affiancata da Luca Mannutza al piano, Paolino Dalla Porta al contrabbasso, Marcello Di Leonardo alla batteria e Francesco Bearzatti al sax). L'idea, nata dopo una serata-omaggio a Fernanda Pivano, funziona benissimo anche su disco. Al punto che Elisabetta Antonini, in perfetto stile Beat Generation, applica alle sue composizioni persino la tecnica del cut-up letterario reso celebre da Burroughs, tagliando e ricomponendo frammenti di composizione dei singoli musicisti.

Paolo Odello

IL FATTO QUOTIDIANO 

articolo

CHI E’ ELISABETTA ANTONINI?

E’ sorprendente ma la cosa più difficile è senz’altro descrivere se stessi. Mi vedo come un equilibrista, sul filo delle esperienze, con il vantaggio di avere la musica a fare da contrappeso.

UNA BIBLIOFILA IMPRESTATA ALLA MUSICA?

Ho una formazione classica, quindi una naturale passione per la letteratura anche se quella americana è stata un amore tardivo. Piuttosto da musicista, lavorando su questo progetto, ho voluto prendere in prestito il potere evocativo delle parole trasferendolo sulla musica, nel tentativo di suggerire immagini, personaggi, luci, atmosfere vivide, ricche di dettagli.   

COME NASCE THE BEAT GOES ON?

Questo progetto nasce dal desiderio profondo di voler omaggiare una poesia e una prosa per me suggestive e sublimi, vicine al jazz e allo spirito di libertà che ispira e alimenta questa musica. The Beat Goes On nasce dall’intento di voler rivolgere un personale tributo a questi giovani ragazzi, Kerouac, Ginsberg, Corso, Burroughs e Ferlinghetti, che negli anni ’50 seppero sfidare da veri ribelli pacifisti il perbenismo americano e l’appiattimento culturale, abbracciando una vita senza compromessi, senza false sicurezze, vissuta all’insegna della autenticità, dell’amicizia, della curiosità e della scoperta, oltre i pregiudizi e le appartenenze, le schiavitù politiche ed economiche.

L’occasione è stata un omaggio a Fernanda Pivano, un concerto in suo onore richiesto ed organizzato dall’Associazione Culturale Muovileidee. Nanda, così chiamata da tutti, è stata un personaggio fuori dal  comune, nota per aver tradotto illustri pagine di letteratura e poesia americana: aperta e sensibile alla musica, amica di Bob Dylan, fu sempre vicina ai musicisti (storica tra le varie è la sua collaborazione con De Andrè per il disco “Non al denaro, non all’amore ne al cielo”). Inoltre non fu semplice traduttrice, scrittrice e giornalista: divenne confidente ed amica di quella generazione di poeti americani, chiamata poi la Beat Generation, di cui ammirava la sensibilità, la lungimiranza, il coraggio. Fu vicina al loro pensiero, al loro messaggio, li seguì nelle loro battaglie sociali e si espose subendo persino una condanna per oscenità traducendo Howl di Ginsberg.

Dopo quel concerto in cui cercai di raccontare la complessità e lo spessore del personaggio Pivano accostando parti letterarie alla musica, fu estremamente naturale, anzi necessario, soffermarmi sulla storia di questi poeti, tornare ai testi che già conoscevo e decidere di articolare un progetto musicale su di loro.

PROGETTO INTERESSANTE ANCHE SE L’ABBINAMENTO TRA MUSICA E POESIA NON SI PUO’ DIRE CHE SIA UNA NOVITA’. MANCANZA DI IDEE? COME SPIEGARE QUESTA SCELTA?

L’idea dalla quale sono partita era costruire un progetto discografico attorno alla Beat Generation dal momento che il mondo dei Beat e la forza delle loro parole mi aveva colpito profondamente. L’abbinamento musica/poesia quindi è stata una conseguenza non un punto di partenza, è stata una soluzione necessaria poichè il progetto avrebbe avuto senso solo se avessi impiegato del materiale letterario, benchè volessi andare oltre ad un facile abbinamento e scrivere della musica originale che descrivesse un viaggio attraverso gli scenari e le atmosfere da me immaginate nel leggerlo.

Mi trovai a dover decidere “come” realizzare questo abbinamento, quali passaggi utilizzare di tanto materiale disponibile, se procedere adattando in italiano le loro opere o se utilizzarle nella loro lingua originale, se inserire delle parti recitate e se nel far questo dovessi essere io o un attore a recitarle. All’improvviso è stato tutto chiaro: ho cominciato a scrivere dei brani originali sulle loro parole e ho sentito la necessità di utilizzare anche le loro voci, selezionando e rimaneggiando inserti audio d’epoca perché la loro “voce” arrivasse ancora più potente. I Beat erano soliti ai “reading”, cioè leggevano i loro versi accompagnati da un commento musicale. Qui però ho fatto qualcosa di più, ho ripensato e amplificato il senso delle loro parole creando delle nuove poesie e trasformando i Beat in uno strumento tra gli strumenti, che a tratti è rap, poi voce fuori campo o racconto, preghiera, perfino urlo. Trovo che questo sia stato il mio contributo più creativo e originale, nel senso che non era stato ancora mai fatto sulla Beat Generation, e che ha un peso nel progetto quanto il materiale musicale che ho scritto.

PERCHE’ PROPRIO LA BEAT GENERATION, CHE COSA LA RENDE ANCORA ATTUALE?

Dal mio punto di vista i Beat hanno divulgato un messaggio rivoluzionario e dirompente oggi quanto allora, dando un esempio, con le loro parole e le loro esistenze drammatiche e sconcertanti, del senso più profondo della libertà e della dignità umana. Tacciati di omosessualità, simpatizzanti comunisti, antimilitaristi, ebrei, sono stati dei ribelli sui generis che hanno avviato il motore della controcultura americana ponendo questioni e temi fino ad allora banditi dal sistema politico e sociale.  Parafrasando le parole di Ferlinghetti, poeta ma prima di tutto editore delle loro poesie, la Beat Generation ha indicato una strada, diversa e possibile, lontana dal pensare convenzionale, che svicola l’ottundimento creato dal vizio economico, a cui oggi come allora siamo tutti sottoposti. La magnificenza della vita, il miracolo che ogni uomo rappresenta nell’unicità del suo sentire, nella profondità del suo percepire se capace di contatto totale con la propria interiorità, anche quando rabbiosa o angosciante, la “soprendentemente intelligente sensibilità dell’anima”, come riesce a condensare in modo sublime Ginsberg, è qualcosa che trascende gli anni ‘50, quei luoghi e quella storia, è qualcosa che tutti soprattutto oggi abbiamo bisogno di riconoscere, proteggere e coltivare.  

COME SONO STATI SCELTI I MUSICISTI CON CUI DARE VITA AL PROGETTO?

La scelta di musicisti creativi, interessati ad un lavoro che andasse oltre l’aspetto musicale e che, piuttosto,  proprio attraverso il linguaggio jazzistico cercassero di suggerire un’immagine, una sensazione, uno scenario, è stato per me l’aspetto più facile nella realizzazione di questo disco. Coinvolgendo Luca Mannutza al piano, Paolino Dalla Porta al contrabbasso, Marcello Di Leonardo alla batteria, Francesco Bearzatti al sassofono tenore e al clarinetto, sapevo di poter contare su musicisti solidi nel mainstream, cioè nel formulario stilistico più tipico del jazz, necessario in questo progetto dal momento che i Beat erano appassionati di Bebop, oggi jazz classico ma allora musica d’avanguardia. Ma sapevo anche di poter ottenere una serie aggiuntiva di sfumature e sfaccettature espressive che si accordassero ai temi della Beat Generation qui scelti: la frenesia del viaggio, l’estasi procurata dagli stati allucinatori, il misticismo contemplativo, l’esaltazione data dal jazz e dai suoi protagonisti, solo per citarne alcuni.

Sapevo che la loro sensibilità avrebbe fatto sì che la musica non sovrastasse mai il senso delle parole, già ricche di suono e di ritmo, e che il progetto nel suo insieme potesse mantenere, nonostante la varietà del materiale da me scritto, una coerenza e una omogenicità: i brani sono ispirati dall’iperbole bebop quanto dalla melodicità west coast, dalla coralità degli antichi elogi funebri, dalla vertigine percettiva dell’LSD. Ringrazio questi artisti per i momenti di grande lirismo e per i passaggi febbrili e furiosi con cui hanno arricchito questo mio lavoro.

SI FA PRESTO A DIRE JAZZ. SPESSO DIETRO A QUESTA ETICHETTA SI NASCONDE LA CONFUSIONE PIU’ TOTALE. PER LEI CHE COS’E’?

Per me il jazz è tra tutte la musica con cui sento di poter esprimere la mia sensibilità, le mie contraddizioni, le mie ombre, il mio sguardo del mondo, poiché la vivo, la penso, la sento e l’ascolto come un universo libero da confini e da definizioni. Per sua natura nasce dalla contaminazione, che non è globalizzazione ma anzi punto di incontro e sintesi di mondi e personalità diverse, forti, eppure in comunicazione reciproca e in rapporto dialettico. Per questo è più di un genere, più di uno stile. E’ un atteggiamento di vita, un approccio alle cose e credo che proprio questa fosse l’essenza che i Beat ne colsero e che procurò in loro una vera e propria febbre.

E ORA? CHE COSA C’E’ NEL FUTURO DI ELISABETTA ANTONINI?

Fortunatamente non lo so ancora. Al momento vivo in quella strana fase in cui ci si può godere l’appagamento dopo un lavoro intenso in cui molto di se si è espresso e rivelato, e al tempo stesso ricerco  quel vuoto creativo necessario perché possa individuare un nuovo orizzonte verso cui orientarmi.

Paolo Odello

MUSICA JAZZ Genn

intervista

 

 

CHI E’ ELISABETTA ANTONINI?

E’ sorprendente ma la cosa più difficile è senz’altro descrivere se stessi. Mi vedo come un equilibrista, sul filo delle esperienze, con il vantaggio di avere la musica a fare da contrappeso.

UNA BIBLIOFILA IMPRESTATA ALLA MUSICA?

Ho una formazione classica, quindi una naturale passione per la letteratura anche se quella americana è stata un amore tardivo. Piuttosto da musicista, lavorando su questo progetto, ho voluto prendere in prestito il potere evocativo delle parole trasferendolo sulla musica, nel tentativo di suggerire immagini, personaggi, luci, atmosfere vivide, ricche di dettagli.   

COME NASCE THE BEAT GOES ON?

Questo progetto nasce dal desiderio profondo di voler omaggiare una poesia e una prosa per me suggestive e sublimi, vicine al jazz e allo spirito di libertà che ispira e alimenta questa musica. The Beat Goes On nasce dall’intento di voler rivolgere un personale tributo a questi giovani ragazzi, Kerouac, Ginsberg, Corso, Burroughs e Ferlinghetti, che negli anni ’50 seppero sfidare da veri ribelli pacifisti il perbenismo americano e l’appiattimento culturale, abbracciando una vita senza compromessi, senza false sicurezze, vissuta all’insegna della autenticità, dell’amicizia, della curiosità e della scoperta, oltre i pregiudizi e le appartenenze, le schiavitù politiche ed economiche.

L’occasione è stata un omaggio a Fernanda Pivano, un concerto in suo onore richiesto ed organizzato dall’Associazione Culturale Muovileidee. Nanda, così chiamata da tutti, è stata un personaggio fuori dal  comune, nota per aver tradotto illustri pagine di letteratura e poesia americana: aperta e sensibile alla musica, amica di Bob Dylan, fu sempre vicina ai musicisti (storica tra le varie è la sua collaborazione con De Andrè per il disco “Non al denaro, non all’amore ne al cielo”). Inoltre non fu semplice traduttrice, scrittrice e giornalista: divenne confidente ed amica di quella generazione di poeti americani, chiamata poi la Beat Generation, di cui ammirava la sensibilità, la lungimiranza, il coraggio. Fu vicina al loro pensiero, al loro messaggio, li seguì nelle loro battaglie sociali e si espose subendo persino una condanna per oscenità traducendo Howl di Ginsberg.

Dopo quel concerto in cui cercai di raccontare la complessità e lo spessore del personaggio Pivano accostando parti letterarie alla musica, fu estremamente naturale, anzi necessario, soffermarmi sulla storia di questi poeti, tornare ai testi che già conoscevo e decidere di articolare un progetto musicale su di loro.

PROGETTO INTERESSANTE ANCHE SE L’ABBINAMENTO TRA MUSICA E POESIA NON SI PUO’ DIRE CHE SIA UNA NOVITA’. MANCANZA DI IDEE? COME SPIEGARE QUESTA SCELTA?

L’idea dalla quale sono partita era costruire un progetto discografico attorno alla Beat Generation dal momento che il mondo dei Beat e la forza delle loro parole mi aveva colpito profondamente. L’abbinamento musica/poesia quindi è stata una conseguenza non un punto di partenza, è stata una soluzione necessaria poichè il progetto avrebbe avuto senso solo se avessi impiegato del materiale letterario, benchè volessi andare oltre ad un facile abbinamento e scrivere della musica originale che descrivesse un viaggio attraverso gli scenari e le atmosfere da me immaginate nel leggerlo.

Mi trovai a dover decidere “come” realizzare questo abbinamento, quali passaggi utilizzare di tanto materiale disponibile, se procedere adattando in italiano le loro opere o se utilizzarle nella loro lingua originale, se inserire delle parti recitate e se nel far questo dovessi essere io o un attore a recitarle. All’improvviso è stato tutto chiaro: ho cominciato a scrivere dei brani originali sulle loro parole e ho sentito la necessità di utilizzare anche le loro voci, selezionando e rimaneggiando inserti audio d’epoca perché la loro “voce” arrivasse ancora più potente. I Beat erano soliti ai “reading”, cioè leggevano i loro versi accompagnati da un commento musicale. Qui però ho fatto qualcosa di più, ho ripensato e amplificato il senso delle loro parole creando delle nuove poesie e trasformando i Beat in uno strumento tra gli strumenti, che a tratti è rap, poi voce fuori campo o racconto, preghiera, perfino urlo. Trovo che questo sia stato il mio contributo più creativo e originale, nel senso che non era stato ancora mai fatto sulla Beat Generation, e che ha un peso nel progetto quanto il materiale musicale che ho scritto.

PERCHE’ PROPRIO LA BEAT GENERATION, CHE COSA LA RENDE ANCORA ATTUALE?

Dal mio punto di vista i Beat hanno divulgato un messaggio rivoluzionario e dirompente oggi quanto allora, dando un esempio, con le loro parole e le loro esistenze drammatiche e sconcertanti, del senso più profondo della libertà e della dignità umana. Tacciati di omosessualità, simpatizzanti comunisti, antimilitaristi, ebrei, sono stati dei ribelli sui generis che hanno avviato il motore della controcultura americana ponendo questioni e temi fino ad allora banditi dal sistema politico e sociale.  Parafrasando le parole di Ferlinghetti, poeta ma prima di tutto editore delle loro poesie, la Beat Generation ha indicato una strada, diversa e possibile, lontana dal pensare convenzionale, che svicola l’ottundimento creato dal vizio economico, a cui oggi come allora siamo tutti sottoposti. La magnificenza della vita, il miracolo che ogni uomo rappresenta nell’unicità del suo sentire, nella profondità del suo percepire se capace di contatto totale con la propria interiorità, anche quando rabbiosa o angosciante, la “soprendentemente intelligente sensibilità dell’anima”, come riesce a condensare in modo sublime Ginsberg, è qualcosa che trascende gli anni ‘50, quei luoghi e quella storia, è qualcosa che tutti soprattutto oggi abbiamo bisogno di riconoscere, proteggere e coltivare.  

COME SONO STATI SCELTI I MUSICISTI CON CUI DARE VITA AL PROGETTO?

La scelta di musicisti creativi, interessati ad un lavoro che andasse oltre l’aspetto musicale e che, piuttosto,  proprio attraverso il linguaggio jazzistico cercassero di suggerire un’immagine, una sensazione, uno scenario, è stato per me l’aspetto più facile nella realizzazione di questo disco. Coinvolgendo Luca Mannutza al piano, Paolino Dalla Porta al contrabbasso, Marcello Di Leonardo alla batteria, Francesco Bearzatti al sassofono tenore e al clarinetto, sapevo di poter contare su musicisti solidi nel mainstream, cioè nel formulario stilistico più tipico del jazz, necessario in questo progetto dal momento che i Beat erano appassionati di Bebop, oggi jazz classico ma allora musica d’avanguardia. Ma sapevo anche di poter ottenere una serie aggiuntiva di sfumature e sfaccettature espressive che si accordassero ai temi della Beat Generation qui scelti: la frenesia del viaggio, l’estasi procurata dagli stati allucinatori, il misticismo contemplativo, l’esaltazione data dal jazz e dai suoi protagonisti, solo per citarne alcuni.

Sapevo che la loro sensibilità avrebbe fatto sì che la musica non sovrastasse mai il senso delle parole, già ricche di suono e di ritmo, e che il progetto nel suo insieme potesse mantenere, nonostante la varietà del materiale da me scritto, una coerenza e una omogenicità: i brani sono ispirati dall’iperbole bebop quanto dalla melodicità west coast, dalla coralità degli antichi elogi funebri, dalla vertigine percettiva dell’LSD. Ringrazio questi artisti per i momenti di grande lirismo e per i passaggi febbrili e furiosi con cui hanno arricchito questo mio lavoro.

SI FA PRESTO A DIRE JAZZ. SPESSO DIETRO A QUESTA ETICHETTA SI NASCONDE LA CONFUSIONE PIU’ TOTALE. PER LEI CHE COS’E’?

Per me il jazz è tra tutte la musica con cui sento di poter esprimere la mia sensibilità, le mie contraddizioni, le mie ombre, il mio sguardo del mondo, poiché la vivo, la penso, la sento e l’ascolto come un universo libero da confini e da definizioni. Per sua natura nasce dalla contaminazione, che non è globalizzazione ma anzi punto di incontro e sintesi di mondi e personalità diverse, forti, eppure in comunicazione reciproca e in rapporto dialettico. Per questo è più di un genere, più di uno stile. E’ un atteggiamento di vita, un approccio alle cose e credo che proprio questa fosse l’essenza che i Beat ne colsero e che procurò in loro una vera e propria febbre.

E ORA? CHE COSA C’E’ NEL FUTURO DI ELISABETTA ANTONINI?

Fortunatamente non lo so ancora. Al momento vivo in quella strana fase in cui ci si può godere l’appagamento dopo un lavoro intenso in cui molto di se si è espresso e rivelato, e al tempo stesso ricerco  quel vuoto creativo necessario perché possa individuare un nuovo orizzonte verso cui orientarmi. 

Francesco Peluso

NEAPOLIS JAZZ MAGAZINE

recensione

 The Beat Goes On

Enrico Bettinello

ALL-ABOUT-JAZZ

articolo

 I Dischi del 2014

 

 

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"I have just heard a fantastic recording honouring the Beat Generation and to say this recording is wonderful would definitely be an understatement.
I'm thrilled that a group of beautiful young musicians have shown such tremendous depth and understanding for my heroes. The Beat Goes On is a recording full of great musicianship, strong knowledge of the bebop era and a deep, soulful understanding of jazz".

Sheila Jordan

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