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(R)EVOLUTION INTERVIEWS
Luigi Onori for UNLIMIT JAZZ
Si è concluso il 23 novembre scorso il “Roma Jazz Festival 2024”, manifestazione – giunta alla sua 48a edizione – il cui progetto è risultato vincitore dell’Avviso Pubblico biennale “Culture in Movimento 2023-2024” di Roma Capitale. Come negli anni passati, il festival si è interrogato sul rapporto tra jazz e presente, tra la sua eredità linguistico-culturale e la proiezione nel XXI secolo. Concetto-guida, scelto dal direttore artistico Mario Ciampà, è stato Hybrid, elemento-chiave importante considerando, anche, che il “meticciato” è stato fin dalle origini carattere distintivo della musica di matrice afroamericana.
Nella dimensione jazz odierna “l’ibridazione riguarda il linguaggio, con influenze “rap, nu jazz, post-bop, jazztronica, new soul – si afferma sul sito ufficiale della rassegna – che hanno allargato i confini del genere”. Il tutto va collocato, peraltro, in uno scenario planetario e interconnesso per cui – e sono parole di Ciampà – “il jazz di oggi (…) è frutto della creatività post-globale. La sua evoluzione, non dipenderà più solo dalla scena di New York, Los Angeles, Londra o Berlino ma da quella di Lima, Abidjan o Baku; dalle nuove tecnologie; dalla diffusione tramite le piattaforme TikTok, Twitch e YouTube; dall’Intelligenza artificiale, per arrivare ad una totale ibridazione”.
Del resto la mondializzazione del jazz è fenomeno iniziato già negli anni ’60 mentre sul fronte dell’intelligenza artificiale un risultato apprezzabile è ascoltabile nell’album “Ex Machina”, realizzato da Steve Lehman con l’Orchestra National de Jazz (con la collaborazione di Jérôme Nika e Dionysios Papanikolaou) nel 2023 (ONJ Records).
Il tentativo del Roma Jazz Festival – nelle sue quasi tre settimane di programmazione, iniziata il 1° novembre con il concerto della sassofonista statunitense Lakecia Benjamin – è stato quello di provare a documentare quanto sta accadendo a livello di ibridazioni “espressive, stilistiche, culturali e geografiche”. Prodotto da IMF Foundation in co-produzione con Fondazione Musica per Roma, il Roma Jazz Festival 2024 è stato realizzato con il contributo del Ministero della Cultura.
Tanti i concerti nei ventidue giorni della rassegna romana, dislocati soprattutto all’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone” (sale Petrassi, S.Cecilia e Sinopoli; Teatro Studio Borgna), con escursioni anche alla Casa del Jazz e al Monk. Volendo – e dovendo – scegliere concentrerei l’attenzione sui recital di Elisabetta Antonini / Alessandro Contini “(R)Evolution” (13 novembre), Rita Marcotulli “Caraviaggianti” (20/11) e BIO Blind International Orchestra (17/11), diretta da Alfredo Santoloci con ospite Javier Girotto).
Il recital del 13 novembre (Teatro Studio Borgna quasi esaurito) si è configurato, in realtà, come la presentazione del nuovo album-progetto elaborato dalla cantante (bandleader, arrangiatrice-compositrice, docente) Elisabetta Antonini e dal cantante-attore Alessandro Contini (anche compositore, autore di testi e musiche, ideatore di spettacoli di teatro-canzone). Su “[R]EVOLUTION” (etichetta MusicVox) – inteso nella sua complessità di repertorio-prodotto discografico-lavoro interattivo – i due ideatori hanno scommesso molto: si tratta, infatti, di una scelta dai molteplici aspetti. Antonini/Contini hanno optato per un’espressione artistica complessiva che abbinasse il linguaggio sonoro (con ampie parti vocali e molte elaborazioni tecnologiche) a quello iconico-visivo, realizzando – su disco ma soprattutto dal vivo, e non era facile – un’esperienza di carattere immersivo per il pubblico. Si tratta di un “salto in avanti” da cui sarà difficile tornare indietro, prospettiva comunque poco diffusa nell’ambito jazzistico a cui di sicuro appartiene Elisabetta Antonini che, però, ha sempre amato territori di confine come, tra l’altro, dimostrò il suo notevole progetto-disco “The Beat Goes On” del 2014, all’incrocio tra musica e poesia beat.
La seconda scelta, profondamente intrecciata alla prima, è di genere contenutistico essendo l’album, come afferma il comunicato-stampa di presentazione, “ispirato alla poetica ‘rEvoluzionaria’ di alcuni artisti come l’attivista afrobeat Fela Kuti, il fotografo Sebastião Salgado, i poeti Dino Buzzati e Charles Bukowski, il cantante David Sylvian e la coreografa Pina Bausch. Questo album è dedicato a loro e a tutti i rivoluzionari che attraverso la loro arte, propulsiva, salvifica e sovversiva hanno permesso di Evolvere attraverso una Rivoluzione”. Ci vuole coraggio, nel nostro tempo oscuro e conformista, a veicolare un messaggio rivoluzionario e ancor di più se esso attinge agli universi della musica, della letteratura, della fotografia, della danza. I due autori stessi raccontano che “il progetto nasce come espressione della nostra unione personale ed artistica, da passioni comuni e curiosità intellettuali, dalle rivoluzioni che alcuni artisti hanno acceso nelle nostre coscienze, dall’evoluzione interiore che ne è derivata. Tutto questo è per noi una (R)Evolution ed è ciò che abbiamo voluto trasfigurare e tradurre in musica”. Prima di raccontare quanto visto nel concerto romano, va precisato che Elisabetta Antonini e Alessandro Contini – autori e arrangiatori di quasi tutte le musiche, produttori dell’album in CD e vinile – hanno realizzato il nuovo lavoro attraverso un lavoro di squadra che ha coinvolto Stefano Amerio (registrazione e missaggio), l’eccellente Michael Rosen nella veste di autore di liriche originali, Paolo Soriani per la parte fotografica, Nerina Fernandez per l’Artwork.
Al Teatro Studio dedicato a Gianni Borgna, i due artisti e il loro vasto gruppo hanno lavorato per restituire in toto le atmosfere sonore – complesse ed elaborate – del disco (grazie a fonici vari, tra cui Emanuele Giunti), arricchite da una nuova ed inedita parte video (di Matteo Calabro) e con una scaletta che non ha rispettato la narrazione dell’album ma l’ha ridisegnata. E qui è necessario sottolineare il contributo indispensabile, in termini strutturali e timbrico-coloristici, del gruppo che vede – oltre ai due leader alla voce e all’elettronica – il geniale e duttile Alessandro Gwis (piano, tastiere, elettronica), il creativo e “artista plastico” del ritmo Michele Rabbia (percussioni, elettronica) con la partecipazione quintessenziale del trombettista norvegese Nils Petter Molvaer, coinvolto nel progetto proprio per l’essenza sonora del suo strumentismo, legato a Jon Hassell e alla manipolazione del suono. Da “Genesi” a “Suite for Pina Bausch” (passando, tra l’altro, per la trascinante “For Fela”, l’onirica “Nostalgia” e la narrativa “Bluebird”) resta centrale la parola – elaborata dalla tecnologia ma sempre essenziale, giocata in una serie di rapporti dialettici – nella sua relazione con suoni acustico-elettrico-campionati. Il fattore jazz permane soprattutto nella ben presente improvvisazione ma vari apporti vengono dal pop-rock, dall’ambient, dal minimalismo, dallo sperimentalismo, seguendo una rigorosa struttura architettonica. Ibrida in tutto, la musica del quintetto è già “futuro contemporaneo” e merita plauso e incoraggiamento nella speranza di un’adeguata diffusione dal vivo e come album.
Il recital “Caraviaggianti” (20/11) della pianista e compositrice Rita Marcotulli è legato a quello di Antonini/Contini da vari aspetti. In primis la progettualità e la multimedialità perché lo spettacolo nasce nel 2018 (concerto di apertura di “Umbria Jazz” in luglio, a Perugia): “È un viaggio visionario attraverso Caravaggio e la cosa più importante è che emozioni, che arrivino (al pubblico) suggestioni”, ha detto l’autrice. “Per me – ha sostenuto la Marcotulli – Caravaggio è sempre stato un visionario, un contemporaneo, un moderno”. Ecco, quindi, la sinergia tra opere di Michelangelo Merisi, composizione originale ed elaborazione grafica – con varie strategie di movimento interno, di evidenziazione di dettagli, di frammentazione e sovrapposizione – realizzata dal gruppo milanese Karmachina (e in particolare da Rino Stefano Tagliaferro). Se “[R]EVOLUTION” è un’esperienza immersiva, “Caraviaggianti” lo è altrettanto dato che musicisti (e pubblico) viaggiano durante il concerto all’interno delle tele caravaggesche, proiettate alle spalle del gruppo in ampie dimensioni e vividi colori.
Continuando nel parallelo, anche il lavoro della pianista-compositrice si avvale di alcuni testi, scritti e letti dal “narratore” Stefano Benni (riprodotti in registrazione), dei piccolo monologhi a carattere filosofico-esistenziale in particolare legati alle tele “L’incredulità”, “La vocazione di San Matteo”, “Il suonatore di liuto del Monte”, “Il martirio di San Matteo”, “La fuga in Egitto”, “Giuditta e Oloferne”. Dal canto suo la parola, cantata, drammaticamente irrompe ne “La Medusa” (con la suonatrice di koto e, in questo caso, vocalist fuoriclasse Mieko Miyazaki), mentre il già citato “Suonatore di liuto del Monte” è introdotto a cappella con arte sopraffina dal (batterista e) cantante Israel Varela, cui segue un coro di voci campionate. Altro aspetto che lega la Revoluzione e i “Caraviaggianti” (nel programma del RJF era scritto “Caravaggianti” ma la vocale “i” dispersa muta profondamente il termine…) è la presenza carismatica nel gruppo di Michele Rabbia, un grande artista della percussione e dell’elettronica ormai trasferitosi a Parigi ma presente in molte delle più significative proposte artistiche della scena jazz italiana.
I paralleli, forse utili, depistano dalla corretta descrizione del lavoro dedicato da Rita Marcotulli al Caravaggio che “non considero un personaggio oscuro, come molti sostengono: la sua è una rivoluzione che si compie attraverso la luce e che mostra come anche nelle tenebre più fitte può nascere una visione nuova, un’arte che illumina il nostro sguardo sul mondo”. Stimolata in primis da Renato Parascandalo, la Marcotulli ha iniziato a comporre immaginando un viaggio dentro i quadri del Caravaggio, seguendo l’alternarsi del buio e della luce e il senso della vita che ne scaturisce Le sue composizioni hanno incontrato lo stimolo e l’interesse dell’organizzatrice Matilde Brescianini (Tadaam) e da lì è nata la prima esecuzione dei “Caraviaggianti” ad Umbria Jazz 2018. Ma la pianista, per dare vita e corpo alle sue musiche, ha coinvolto musicisti che conosce da lungo tempo, artisti di livello internazionale che danno un fondamentale contributo alla sequenza di undici brani-opere di Michelangelo Merisi che sostanziano lo spettacolo. Si parla – oltre all’autrice al piano e alle tastiere e ai già citati Mieko Miyazaki, Israel Varela e Michele Rabbia – del sassofonista (soprano e tenore) norvegese Tore Brunborg, del contrabbassista francese Michel Benita e del violoncellista italiano Marco Decimo. Quindi tre gruppi per un’idea: quello musicale, nella sua ampiezza, varietà e transculturalità sonora; il gruppo di visual designer Karmachina, che ha agito in stretta correlazione con le indicazioni della compositrice; i testi di Stefano Benni.
Alle opere già elencate vanno aggiunte “Il canestro di frutta”, “La bonaventura”, “I bari” e “Santa Caterina”. Per il brano “Lacrima” la Marcotulli si è ispirata a “Narciso e la Maddalena”. Chi scrive ha trovato particolarmente riusciti “Il canestro di frutta” (riproposto anche come bis); “I bari” con il suono inconfondibile del sassofono di Brunborg e un magnifico assolo di piano della Marcotulli; “Il suonatore di liuto del Monte” con la parte vocale, il koto che simula il liuto e il generale andamento lento e “ostinato”; “La Medusa” in cui c’è una forte compenetrazione tra scomposizione e ricomposizione dell’immagine (in particolare la capigliatura di serpenti e il dettaglio della bocca) e l’andamento musicale che ha episodi di vorticosa libertà e culmina nel canto-grido della Miyazaki. A volte ho trovato poco efficaci le animazioni interne ai quadri, come – ad esempio – le dita che si muovevano del suonatore di liuto.
Va in ogni caso riconosciuto il merito alla direzione artistica del Roma Jazz Festival di aver proposto i “Caraviaggianti” nella sua programmazione; il progetto, certo costoso ma non più di altri, dopo il suo debutto ad “Umbria Jazz” (2018), è rimasto fermo in epoca Covid e poi è stato presentato solo alla Certosa di San Lorenzo (Padula; rassegna “Double Sky”) nell’agosto 2021 e in Germania presso l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia (Sala Ostermann) nel dicembre 2022.
Un altro aspetto della rassegna romana, che mi preme sottolineare, sono i concerti “inclusivi”, quelli che fanno in modo che si abbattano le barriere. In questo senso va inquadrata l’esibizione della BIO – Blind International Orchestra – fondata nel novembre 2022 dal M° Alfredo Santoloci, docente di sassofono e, in un recente passato, direttore del conservatorio capitolino di S.Cecilia. Il Teatro-Studio G.Borgna ha ospitato il 17 novembre pomeriggio (ore 18) un interessante concerto della formazione, composta per un terzo da musicisti con disabilità visiva fra i dodici e i sessantacinque anni come i pianisti Matteo Mazzone e Alessandro Mariano. Santoloci ha proposto un repertorio che, partendo da brani di musica classica (Mozart e Bach), è approdato al jazz attraverso la gershwiniana “Summertime”, “Il jazzista” di Gianni Mazza, “Direzione Sudest” di A.Mariano, “Spain” di Chick Corea. Nella parte conclusiva del recital si è aggiunto il sassofonista Javier Girotto – già in precedenza ospite della Blind International Orchestra – con i suoi strumenti. Insieme orchestra e solista hanno eseguito appositi arrangiamenti per brani tratti dal repertorio del gruppo Aires Tango: “La poesia”, “Fuga del ‘900”, “Nahuel” e “La Luna”.
Il M° Santoloci ha raccontato, in varie interviste, che rimase colpito nel marzo 2022 dal livello di una band di strumenti a fiato – composta da ragazzi/e non vedenti – che sentì a Pechino in occasione dei Giochi paralimpici invernali. Di qui l’idea di dar vita ad un organico simile in Italia e il lavoro per risolvere i problemi di comunicazione tra direttore e orchestra: ciò può avvenire (come brevettato in Corea del Sud dall’associazione Human Instruments) grazie ad una bacchetta “aptica” che trasforma i movimenti del braccio in vibrazioni, inviati in modalità wireless a ricevitori che i musicisti possono tenere al polso o alla caviglia. Il direttore italiano ha invece sperimentato (e trasformato in dinamica relazionale) la traduzione della gestualità in parole sussurrate ad un microfono che viene recepito solo dai membri della Blind International Orchestra attraverso appositi auricolari. In occasione di un recital del dicembre 2022, il direttore ha dichiarato che “con questo concerto vorremmo sensibilizzare le famiglie di ragazzi/e con deficit visivo affinché comprendano che è possibile far musica insieme. Basterebbe anche solo incontrare chi già è nella BIO per comprendere che possiamo abbattere certe barriere”. L’esibizione della Blind International Orchestra al Roma Jazz Festival, con ospite Javier Girotto, lo ha pienamente dimostrato.
Si conclude sottolineando come, dal 9 al 24 novembre, nello spazio Auditorium Arte sia stata ospitata l’interessante mostra fotografica collettiva “Il Jazz e l’energia del sorriso”, organizzata dall’Associazione Fotografi Italiani di Jazz (AFIJ) che fa parte della Federazione Nazionale Il Jazz Italiano (FIJI). L’aspetto positivo, solare e costruttivo del jazz, e della sua rete di rapporti, è stato offerto nei begli scatti di Giuseppe Arcamone, Pietro Bandini, Luciano Bellucci, Michele Bordoni, Paolo Caivano, Giuseppe Cardoni, Mario Coppola, Emanuela Corazziari, Luca D’Agostino, Francesca D’Alessandro, Massimo De Dominicis, Leo Claudio De Petris, Caterina Di Perri, Marco Floris, Alessandra Freguja, Sanzio Fusconi, Fabio Gamba, Umberto Germinale, Alberto Granata, Gianni Grossi, Gabriele Lugli, Maurizio Magnetta, Francesca Mancini, Roberto Manzi, Andrea Mercanti, Paolo Perna, Roberto Priolo, Luciano Rossetti, Andrea Rotili, Domenico Santonocito.
Luigi Onori
Stefano Crippa for IL MANIFESTO
Elisabetta Antonini e Alessandro Contini: «Tra coscienza e musica, l’arte è il vero spirito che muove il mondo»
Note sparse «(R)Evolution» – il disco dei due artisti che presentano stasera nell’ambito di Roma Jazz Festival, si ispira alla poetica di artisti come Fela Kuti, Sebastiao Salgado e Pina Bausch
Lei è Elisabetta Antonini, cantante e band leader, arrangiatrice, compositrice e insegnante di canto. Lui è Alessandro Contini, cantante attore e compositore. Insieme hanno realizzato un album impegnativo quanto interessante (R)Evolution appena pubblicato dall’etichetta MusicVox. Un titolo che gioca sull’assonanza fra le parole rivoluzione ed evoluzione che si ispira alla poetica di alcuni artisti come l’attivista afrobeat Fela Kuti, il fotografo Sebastiao Salgado, i poeti Dino Buzzati e Charles Bukowski, la danzatrice e coreografa Pina Bausch. Tutti brani originali con l’eccezione di una bella cover di Nostalgia, estrapolata dal repertorio di David Sylvian, realizzati con meticolosa calma insieme al batterista Michele Rabbia, il pianista Alessandro Gwis e una guest star importante come il trombettista norvegese Nils Petter Molvaer. Un disco che viene presentato stasera all’Auditorium Parco della Musica nell’ambito di Roma Jazz Festival.
In piena omologazione di gusti e contenuti, un lavoro di questo tipo presuppone una certa dose di coraggio…
I protagonisti di questo disco sono personaggi che nella nostra condivisione musicale e di vita, pratichiamo e frequentiamo da tempo. Noi siamo figli di un’epoca veramente difficile in cui spesso ci siamo sentiti smarriti. Ci piace privilegiare la lentezza, seguiamo una nostra interiorità che ci porta verso un modo di vivere l’arte che diventa proprio una missione, qualcosa che ti cambia dentro e che quindi automaticamente modifica il mondo che ti circonda. Mettere insieme queste figure così importanti sembra un azzardo, ma in realtà abbiamo visto che fra di loro c’erano proprio degli elementi comuni. Come un filo rosso.
Parte importante del progetto è anche la scelta dei musicisti impegnati nella sua elaborata realizzazione.
Con Alessandro Gwis ormai c’è una collaborazione costante, è proprio un interlocutore perfetto per noi perché ha sia questa cultura dello strumento che gli arriva dalla musica colta, sia una curiosità che lo contraddistingue. Una sperimentazione che toccava sia l’elettronica che la musica contemporanea e che ci serviva proprio per trovare i colori giusti per raccontare le nostre storie. Per le stesse ragioni ci siamo indirizzati verso Michele Rabbia e Nils Peter. Ma è stato un processo graduale, prima gli abbiamo mandato i provini perché volevamo proprio conquistarli con la musica.
«Fela» – il brano che ha anticipato il disco, si chiude con una frase di Kuti che dice: «La musica non è intrattenimento, la musica è rivoluzione». Lo è anche per voi o la immaginate come una provocazione?
Fela ha fatto una rivoluzione piena di energia, di irruenza, di aggressività. Ha voluto smuovere degli scenari che erano fortemente cristallizzati. Certo, noi non la mettiamo su un piano meramente sociale o politico come nel suo caso. Da questo punto di vista certamente pensiamo che in un mondo come lo percepiamo noi – e non così povero di contenuti – affidarsi all’arte può stimolare una lettura diversa della realtà.
Salgado entra non in una ma in due composizioni: «Genesi» si ispira alla sua opera omonima, mentre «Sebastiao» si concentra sul suo impegno sociale. Come sono nate?
Sono i primi due pezzi a cui ci siamo dedicati vedendo il documentario Il sale della terra (di Wim Wenders, 2014, ndr) a lui dedicato, che ci ha aperto realmente alla conoscenza di questo personaggio. Un uomo che da economista diventa fotografo per farsi testimone di questa realtà e che decide di tornare – con Genesi – alla natura dopo aver visto troppe cose brutte. E da lì è ripartita la sua rinascita che ha portato poi a dei lavori altrettanto importanti.
L’unico pezzo non originale del disco è una piccola gemma di David Sylvian, «Nostalgia».
Sylvian è una passione di Alessandro, ma ci siamo trovati d’accordo nel riprendere questo brano e di riarrangiarlo. Ma con molto rispetto perché ci preoccupiamo sempre di non spostare quella che è l’idea originale portandola però verso il nostro gusto, il nostro mondo musicale che tra l’altro è interlocutorio perché lavoriamo su due voci.
Anche Pina Bausch è entrata a far parte dell’album, una figura che ha rivoluzionato il mondo della danza contemporanea. Cosa vi ha affascinato della sua figura e come l’avete poi portata dentro la composizione?
Una figura gigantesca, la forza con cui muove il viso e il corpo è incredibile. Ma a colpirci è stato lo sguardo di Pina, il modo in cui riusciva a cogliere veramente nel profondo le persone con cui interagiva. In particolare con i danzatori ai quali chiedeva di raccontarsi attraverso il corpo, perché il corpo non mente, parla molto oltre le parole. È meraviglioso che lei costruisse le coreografie su questo, quindi erano proprio storie di gesti. E poi è geniale il modo in cui ha portato la danza a teatro, senza le parole ma con la forza dei movimenti e il gioco dei contrasti. Ballerini che fanno movimenti molto rigidi ma al tempo spesso si muovono nello spazio.
Stasera il disco viene presentato nell’ambito di Roma Jazz Festival, sono previste in futuro altre date?
Ci è sembrata una proposta in una cornice bellissima, sarà un concerto incentrato unicamente sui brani del disco. Interagiranno con immagini che abbiamo preparato appositamente per dare delle suggestioni agli spettatori. Il progetto interessa a molti festival, quindi programmeremo delle date per i prossimi mesi.
Stefano Crippa
Francesco Ciccarelli for ROMA IN JAZZ
Spesso cerco di chiarirmi un concetto che di frequente si dissolve nel ciarlìo di chi vuol parlare d’arte senza tener conto di cosa realmente significhi il termine.
Memoria filologica: Ars deriva dal Sanscrito, ove assumeva il significato di “andare oltre, produrre e progettare”.
In tal senso l’accezione assunta dai due musicisti è ben chiarita nel loro “ARS IS REVOLUTION”, dove la R viene posta tra parentesi, quasi estrapolata dal sostantivo per isolare il Noumeno “Evolution”, con chiara dichiarazione d’intenti, tanto più se si dedica l’album alle carismatiche fig ure della danza improvvisativa di Pina Bausch, alla narrativa surreale di Dino Buzzati, all’Ordinaria Follia di Charles Bukowsky, all’Afro Beat/Funk di Fela Kuti, allo charme sperimentale di David Sylvian e alla sensibilità ambientalista del fotografo Sebastiao Salgado. Si può scegliere qualcuno che rappresenti in modo più chiaro la volontà d’innovare?
Nella performance si avverte un’urgenza primaria, quella di una sintassi poliglotta di Art Jazz, World e Minimalismo, quadri estemporanei di sfumature visionarie suggestive e avvolgenti declinate in forme soffuse mai assertive, flessuose e oniriche come le voci composte ed evocative della Antonini e del Contini, quasi sempre in duo.
Così è nell’avvolgente plateau sonoro creato da eccellenti partners quali Alessandro Gwis, Michele Rabbia e Nils Petter Molvaer, coadiutori ideali per slittare nella pura percezione dell’atto creativo traslato in sfumature tecnico-espressive emozionanti e lineari, psichiche vorrei dire, dialoganti con interlocutori-fantasma che in realtà vivono – e con audacia – in dodici pièces arrangiate con fermezza intellettuale.
Ci lasciamo andare nell’introspezione della vocalist e del cantante-attore, voci calde e morbide per le trasfiguranti intuizioni alla tromba del ονειροπόλος nordeuropeo Molvaer, incantate nel “Fourth World” di Jon Hassell con Bria Eno: Ars Gratia Artis, sia in senso morale che estetico (i testi di Michael Rosen e della Antonini, la forza espositiva del Revolutionary di Fela Kuti, i versi di Bukowsky e di Sylvian non lasciamo spazio a dubbi) per una performance ispirata al Contemporary e, per mia personale suggestione, alle elettroniche occidentali orientaliste di Ryūichi Sakamoto al di fuori d’ ogni manierismo modernista, come nel solare lirismo della SUITE FOR PINA BAUSCH, nel pungente Afro FOR FELA per il “black president” nigeriano (certo, qui il discorso qui potrebbe ampliarsi ad libitum…), nel crepuscolo dorato del recitativo underground del “maledetto” americano Bukowsky in BLUEBIRD o nel Cielo offuscato alla Marc Chagall di DAMNED OLD MOON.
Francamente è raro che un album sorprenda sino a tal punto…
Francesco Ciccarelli
Recensione album – https://www.romainjazz.it/…/1098-elisabetta-antonini
Claudia Durastanti for INTERNAZIONALE
Rivoluzione e Consolazione
Non so se parlare di R(Evolution) di Elisabetta Antonini e Alessandro Contini sia il massimo del tempismo, nei giorni in cui la parola democrazia si svuota ulteriormente di senso e sono saltati tanti parametri di classe, genere, etnia e religione per spiegare chi fa il fascismo e chi invece no, negli Stati Uniti come altrove. Ma ascoltare il loro singolo For Fela è una sorta di antidoto per ricordarmi (o continuare a illudermi) su quello che so del mondo. Dedicato al musicista e attivista Fela Kuti, il singolo For Fela è un omaggio afrobeat in cui la voce di Kuti appare in una struttura musicale sincretica, illuminata dall’intuito jazzistico di Antonini e Contini.
Il 13 novembre presenteranno R(Evolution), che parte proprio dal principio di Kuti per cui la musica è rivoluzione e non intrattenimento, al Roma jazz festival, insieme al trombettista norvegese Nils Petter Molvær. Per quanto l’esecuzione dal vivo possa dilatare le stratificazioni sonore del disco, va detto che R(Evolution) e già molto aperto. Ed è graziato da brani come Nostalgia, che spoglia la canzone omonima di David Sylvian dagli effetti synth che la rendono un po’ datata, anche se proprio nell’asincronia sta la forza del sentimento nostalgico. Ma è bella la reinterpretazione che ne fanno Antonini e Contini dall’alto della loro esperienza, uno sgocciolamento poetico (riflesso perfino nella musicalità dei loro cognomi) che invita a contemplare le parole. La musica non è intrattenimento, ma che succede quando la rivoluzione più che rottura diventa consolazione?
Claudia Durastanti
Elio Bussolino for ROCKERILLA
Che altro è una rivoluzione se non un ulteriore stadio evolutivo nella storia e cultura dell’umanità? Da questa lapalissiana considerazione è nata la profonda ammirazione di Elisabetta Contini e Alessandro Contini per figure che come Fela Kuti, Sebastiao Salgado, Dino Buzzati, Charles Bukowski, David Sylvain e Pina Bausch sono state capaci di produrre vistose soluzioni di continuità nei rispettivi campi artistici. A scaturirne è un sofisticato e mirabile omaggio a quegli artisti, nove composizioni di squisita fattura musicale e non comune spessore poetico che ritoccano i canoni del jazz allargandone lo spettro espressivo a hip hop, elettronica e ambient.
OPERA INCANTEVOLE.
Elio Bussolino
Alessandro Tacconi for OFF TOPIC MAGAZINE
In che modo ha luogo una rivoluzione? Una che contenga le parole umanità e rispetto? Creatività e utopia? Ovvio, si tratta della rivolta di chi impugna le armi dell’arte: un sax, una macchina da scrivere o fotografica, una bottiglia di birra (anzi migliaia!), la propria voce o un paio di piedi nudi pieni di calli e vesciche. Rivoluzionari come Fela Kuti, the father of afrobeat, Pina Bausch, Sebastião Salgado, Dino Buzzati, Charles Bukowski e David Sylvian.
Il nuovo album di Elisabetta Antonini e Alessandro Contini, (R)Evolution, riflette, ragiona e suona intorno al concetto di cambiamento, grazie alle mille sfaccettate dell’arte e dei suoi interpreti. Oggi qui compaiono questi sei, ma chi quanti altri potrebbero stare qui dentro. Tante le ispirazioni e le visioni del mondo create dagli artisti di cui si canta e suona nel CD. Intanto questo nuovo lavoro è frutto dell’unione professionale e umana di Elisabetta Antonini e Alessandro Contini. Che la loro riflessione abbia tratto spunto e ispirazione da esseri umani in apparenza tanto distanti è l’aspetto più intrigante di (R)Evolution.
Come è possibile coniugare il nichilismo alcolista di un Bukowski con la concezione “rivoluzionaria” della danza della Bausch? Come possono stare le immagini spesso crude, così tremendamente concrete, di Salgado accanto al mondo letterario di uno scrittore immaginifico e surreale come Buzzati? Se è arte, e questo album lo è, allora è in grado di assimilare visioni anche molto distanti che si producono nell’anima umana.
Musica e voci portano lontano, si strutturano in raffinate architetture. Gli spazi vengono dilatati grazie all’impiego, sempre estremamente misurato, di synth ed effetti elettronici. Ogni brano produce un particolare stato dell’anima, che guarda alla possibilità di un cambiamento profondo (forse radicale).
È un album tracciato vocalmente dall’esempio di David Sylvian, di cui viene proposta una rilettura di Nostalgia dall’album Brilliant Trees del 1984. In questo caso, l’introduzione dei nostri si sviluppa sul contrappunto delle voci, cui segue l’interpretazione piuttosto fedele all’originale della voce di Alessandro Contini. Alla tromba vi era all’epoca Kenny Wheeler, qui e in altri brani vi è un altro gigante del calibro di Nils Petter Molvaer. Da decenni questo musicista utilizza l’elettronica per ampliare le possibilità espressive del proprio strumento. In diversi episodi di (R)Evolution, ci ha ricordato un altro dei pionieri della musica elettronica applicata proprio alla tromba: Jon Hassel (che peraltro collaborò all’album appena citato di Sylvian! Ah, i fili rossi che vanno, vengono e si intrecciano, individuarne qualcuno, vedere dopo ci portano, che soddisfazione impagabile).
Dicevamo, vocalmente debitori al cantante britannico: misurati, poetici e sperimentali al contempo. Non si eccede in virtuosismi tecnici, preferendo il pathos e la creazione di una precisa atmosfera, che faccia da specchio a quanto afferma il testo.
È il caso, ad esempio, di Paradox. Il brano è la composizione per progressive successioni di parole che compongono la frase, alla fine piuttosto ironica: “I am not afraid of not being afraid”. Questo, peraltro, è l’unico testo composto dalla coppia, tutti gli altri, a parte Nostalgia, sono stati scritti da Micheal Rosen. Saremmo ingenerosi se non citassimo gli altri due preziosi collaboratori di questo album: Michele Rabbia alla batteria e Alessandro Gwis al piano. Entrambi utilizzano anche gli effetti elettronici, arricchendo e implementando le possibilità espressive dei propri strumenti.
Lo ripetiamo, (R)Evolution è talmente misurato e cesellato, che ogni elemento trova il proprio posto senza fatica apparente. Eppure, una volta terminato il terzo ascolto dell’album, ci si rende conto di quanto sia stato calibrato ogni elemento al millesimo, nonostante vi siano anche parti improvvisate. Evoluzione costante per promuovere una rivoluzione che non sia dirompente, ma profonda e permanente. Album oltre-confine: oltre il jazz, oltre il pop, oltre l’ambient, oltre la musica elettronica.
Alessandro Tacconi
Ernesto D'Angelo for BUSCADERO
Disco assolutamente sorprendente questo (R)Evolution di Elisabetta Antonini e Alessandro Contini, voci piuttosto sperimentali del nostro panorama jazzistico (ma meriterebbero platee assai più ampie) che offrono un blending sonoro di supremo fascino dove un certo minimalismo, un uso intelligente dell’elettronica, strutture sonore che rimandano a Bjork e Hector Zazou (chi se lo ricorda?) nonché amore sviscerato per un jazz di marca impressionistica, divengono un unicum di sicuro incanto. La Antonini, che nel 2014 vinse il Top Jazz come nuovo talento, è vocalist solida con alcuni album notevoli alle spalle; Contini, dal canto suo, è un talento multiforme, con numerose esperienze che lo hanno portato a cimentarsi tanto coi madrigali quanto col jazz e a collaborare tanto con Morricone quanto con Bussotti. Tornando al disco, a parte i due leader che si dividono equamente le parti vocali e i live effect, della partita sono pure Alessandro Gwis (pianoforte ed effetti elettronici) e Michele Rabbia (batteria, percussioni, interventi elettronici), più un super-ospite come il trombettista norvegese Nils Petter Molvar, che oltre a offrire pennellate illuminanti col suo strumento da pure lui una mano nei live effect. Il disco si apre con Genesi, che pare mettere assieme Jon Hassell, i canti mongoli degli Shude, il Bobby McFerrin più orchestrale e una tribalità di impronta elettronica che rammenta gli ultimi CAN. A seguire, la vaporosa e delicata Suite For Pina Bausch, dedicata alla grande e compianta coreografa, esempio di raffinatezza al suo massimo con quel soffuso lirismo inoculato sin dall’inizio dal buon Molvar, e poi sviluppato da Gwis e ornato a dovere da Rabbia, ingredienti di un arrangiamento che potrebbe benissimo appartenere a un Vince Mendoza più ambient. Dedicata, ovviamente, a Fela Kuti è For Fela, caratterizzata dai campionamenti di alcune frasi significative dell’impegno politico del grande maestro nigeriano, humus necessario allo svolgimento del brano che, va detto e ribadito, brilla pur’esso per la classe degli essenziali e gustosi disegni vocali dei due leader, per il perfetto incunearsi della tromba e per le magnifiche trame pianistico-effettistiche. Sofisticata è Sebastiao (tributo al grande fotografo brasiliano Salgado), in cui le voci di Contini e della Antonini si stagliano per efficacia in un interpretazione cesellata a dovere ancora dal solito Molvar e retta dal tappeto meraviglioso di Gwis. Davvero sorprendenti, poi, i due omaggi letterari. In primis Bluebird, titolo della più rivelatrice poesia di Charles Bukowski sulla difficoltà di essere se stessi («there’s a bluebird in my heart that wants to get out / but I’m too tough for him»), pezzo dal groove e dal mood apparentemente algidi, ma poi capace di mutarsi in un piccolo capolavoro di nu-jazz. Poi I Now Recall, rendition poetico-musicale di uno dei sessanta racconti più belli di Dino Buzzati, ossia Inviti Superflui, dove il canto della Antonini, accarezzato dall’intreccio soave dei tre musicisti, traspone nel mondo dei suoni quelle tracce di desiderio che sussurrano speranza a cuori distratti. Se poi Paradox ossessivamente reitera le incertezze del temere e non temere su una base electro-jazz distante e glaciale, Damned Old Moon sembra al contrario emergere dai tormentati sogni di Nick Cave o del Tom Waits più ruvido. Il brano è caratterizzato da un piano inquietante che segna profondamente il sound, accompagnato dall’intensa interpretazione di Contini, intrecciata al macramé vocale di Antonini e arricchita dalla raffinata trama sonora tessuta da Gwis e Rabbia. Termina l’opera Nostalgia di David Sylvian, brano cardine di quell’album strabiliante che fu Brilliant Trees (1984): anche qui i vocalismi ritmici, le percussioni appena sfiorate, la tromba dal mèlos permeante, l’impagabile apporto effettistico e il convincente canto di Contini fanno di questa versione il gioiello nascosto del disco. Per concludere, va detto che la riuscita di questo lavoro si deve pure ad altre due persone: Michael Rosen, che ha scritto dei magnifici testi in cui intrecciano benissimo poesia, impegno civile e descrizione narrativa, e l’ingegnere del suono Stefano Amerio che ad Artesuono fa meraviglie. Un album italiano assolutamente meritevole di essere accolto e apprezzato ovunque: una «rivoluzionaria evoluzione» del cammino artistico di due musicisti notevoli.
Ernesto D’Angelo
Fabrizio Montini Trotti for BENANDANTI - Intervista Audio
Un viaggio musicale tra Arte e Rivoluzione
(R)Evolution, l’ultimo progetto di Elisabetta Antonini e Alessandro Contini, è un’opera che intreccia jazz, elettronica e poesia, ispirandosi a grandi figure rivoluzionarie come Fela Kuti, Pina Bausch, Sebastiao Salgado, Dino Buzzati e Charles Bukowski: un omaggio ai visionari che, attraverso l’arte, hanno trasformato la società, con un concept che celebra il binomio evoluzione-rivoluzione.
(R)Evolution esplora il tema dell’evoluzione personale e collettiva attraverso elementi minimalisti, elettronica sofisticata e improvvisazioni creative. Testi evocativi di Michael Rosen e l’apporto di musicisti come Michele Rabbia (percussioni) e Alessandro Gwis (pianoforte ed elettronica) arricchiscono il progetto e la straordinaria partecipazione dell’eclettico trombettista norvegese Nils Petter Molvaer. Durante questa intervista, ci racconteranno come è nato il progetto, le collaborazioni che lo hanno reso unico e l’eredità culturale che desiderano trasmettere con (R)Evolution.
Elisabetta Antonini, vincitrice del Top Jazz 2014 come miglior nuovo talento, è una cantante e compositrice raffinata, nota per i suoi album come “The Beat Goes On” e per le collaborazioni con artisti di fama internazionale. È anche docente di Canto Jazz in diversi conservatori italiani.
Alessandro Contini è un artista poliedrico, che spazia dalla musica antica a quella contemporanea, combinando teatro-canzone, composizione e performance. Ha lavorato con artisti del calibro di Ennio Morricone e Bruno Tommaso, e il suo percorso artistico si distingue per una profonda ricerca espressiva e culturale.
Fabrizio Montini Trotti
Intervista audio – https://benandanti.it/un-viaggio-musicale-tra-arte-e-rivoluzione/
Piergiuseppe Lippolis for MUSIC MAP
“(R)Evolution” è il titolo scelto da Elisabetta Antonini e Alessandro Contini per il loro nuovo album, impreziosito dalla presenza del trombettista norvegese Nils Petter Molvaer.
Ispirato dalla poetica di una delle leggende della musica africana come Fela Kuti, dalla fotografia di Sebastiao Salgado, dagli scritti di Dino Buzzati e Charles Bukowski, ma anche dalla musica di David Sylvian e dalla coreografa Pina Bausch, il disco intende rappresentare una sorta di omaggio a tutti gli artisti rivoluzionari.
A “(R)Evolution” hanno partecipato anche Michele Rabbia (batteria) e Alessandro Gwis (piano), contribuendo alla definizione di un prodotto che rimane all’interno dei confini del jazz, ma che si avventura nelle sue traiettorie più moderne, incorporando elementi di elettronica e flirtando in diversi passaggi anche con sensazioni ambient.
In questo senso, paradigmatica è l’esperienza di “For Fela”, pubblicato anche come singolo e già chiarissimo negli intenti: jazz ed elettronica, la ricerca di un senso di essenzialità che cela come può tutte le intuizioni compositive di un sound molto più complesso di quanto non dicano le sue architetture al primo ascolto.
C’è, però, anche campo per soluzioni improvvisate in “(R)Evolution”, un disco che conosce i suoi picchi in brani come “Damned Old Moon”, dalla delicatezza struggente, e nelle lievi note acidule di “Sebastiao”. “(R)Evolution” è un lavoro denso di significato e di grande qualità: non scopriamo oggi il talento dei protagonisti, ma l’omogeneità e l’equilibrio di quest’album sono un elemento comunque tutt’altro che scontato.
Piergiuseppe Lippolis
Recensione album – https://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=11211
Alceste Ayroldi for MUSICA JAZZ
«[R]Evolution». Intervista a Elisabetta Antonini
Nuovo disco per la cantante, bandleader e compositrice romana. Ne parliamo con lei. Di seguito un breve estratto dell’intervista che sarà pubblicata prossimamente sulla rivista Musica Jazz.
1. Buongiorno Elisabetta. Fela Kuti, Sebastiao Salgado, David Sylvian, Charles Bukowski, Pina Bausch, Dino Buzzati. Una dedica alla poetica, come tu dici, «rEvoluzionaria». Come è nata questa idea?
Mi piace l’idea di scrivere musica attorno ad un concept, un tema, un’idea, un personaggio, uno scenario. Dal tempo di The Beat Goes On il mio precedente album che ruota attorno alla poetica dei Beat, dove ho musicato poesie, interviste, reading e stralci di romanzi, mi viene naturale se non necessario prendere ispirazione da qualcosa che abbia acceso in me una riflessione, sollecitato un interrogativo, sorpreso, incantato. Alcuni di questi personaggi abitano nel mio mondo da tempo, altri li ho conosciuti meglio recentemente e mi hanno profondamente colpito per l’attualità, la bellezza del loro lavoro, la visione con cui si sono espressi nella loro arte che va molto oltre il linguaggio per cui sono noti. L’intento, condiviso con Alessandro Contini con cui ho scritto ogni passaggio di questo lavoro, è stato quello di cercare di trasfigurare in musica la potenza della loro arte, di riportarne le più sottili sfumature. e nel farlo ci è sembrato che il termine [R]Evolution sintetizzasse perfettamente il potenziale salvifico dell’arte che può squarciare, muovere le cose, trasformare, aprire verso dentro e verso fuori, spingere all’azione, al contatto, allosguardo nuovo.
2. L’arte ci consegna tanti rivoluzionari-evoluzionari. Perché hai scelto proprio questi?
Sono alcuni dei personaggi che abbiamo scelto di celebrare ma senz’altro per noi i più significativi per la grandezza del messaggio che a noi è emerso nel fruire della loro arte. Ci sembra che la loro opera sia in urto con il nostro tempo e ci indichi una strada possibile, ci dica chiaro e forte quanto sia importante il caos interiore, il silenzio, l’ascolto, l’incanto, il contatto autentico, la verità, l’impegno, la contemplazione, la lentezza, il paradosso. Così Sebastiao Salgado che utilizza le sue opere fotografiche per compiere la sua missione di favorire consapevolezza sociale e il suo impegno ambietalistico, o Fela Kuti che utilizza la musica per denunciare senza filtri la grave situazione di sfruttamento e sottomissione a cui è sottoposto il suo popolo, o Pina Bausch che attraverso le sue opere restituisce l’umanità e l’esistenza in tutte le sue tragiche contraddizioni dicendoci quanto il corpo, e non le parole, esprimono la verità, o Buzzati che ci ricorda quanto siano necessari il sogno e l’illusione di fronte all’indecifrabilità delle cose, o Bukowski che racconta il dramma dell’uomo moderno, troppo spesso costretto a rinunciare alla propria autenticità e all’espressione emotiva. Sono tutti temi estremamente moderni e, per me e Alessandro Contini, centrali.
3. Ti senti un rivoluzionaria o un’evoluzionaria?
La parte rivoluzionaria di me che c’è in questo lavoro sta nell’essere andata verso una direzione musicale per me nuova, diversa dal passato e dal linguaggio jazzistico che più ho frequentato, e forse tradizionalmente diversa da quanto si immagina associato ad una vocalità jazz. Senza deciderlo ma seguendo l’istinto creativo mosso dalle tematiche ispirate da questi grandi personaggi, ne è scaturita una musica fluida, corale, interlocutoria, dove la voce non è protagonista ma quasi un elemento fuori campo che emerge a ondate, è parte di un moto continuo, inarrestabile e sempre diverso.
Rivoluzionario è stato decidere di andare verso una musica liquida, un flusso di coscienza, una successione di ambientazioni sonore in continua dissolvenza, quasi delle suite volte ad evocare più che raccontare, con stratificazioni sonore, tutte estremamente pensate e ricercate.
Questo per me è rivoluzionario e al tempo stesso parte di una inevitabile e profonda evoluzione avvenuta nel realizzare questo lavoro. [R]Evolution, l’espressione che abbiamo utilizzato proprio per unire questi due significati, in qualche modo affini e complementari.
4. Cosa significa per te essere rivoluzionario e dove risiede l’evoluzione?
La rivoluzione e l’evoluzione per me sono percorsi e processi personali, interiori, persino silenti eppure molto potenti. Non c’è un cosa ma un come. Provo a rispondere dicendo che per me come artista l’autenticità, la fedeltà a se stessi, saper proteggere la propria natura e nutrire la propria sensibilità, sono la cosa più difficile e quindi più alta evolutivamente parlando e la più rivoluzionaria oggi.
5. La musica del Terzo Millennio (non solo jazz) è in evoluzione o devoluzione?
Non posso esprimermi su questo, tendo generalmente a cercare più nel passato che nel presente, ma in fondo l’evoluzione contiene tutto, prevedere oscillazioni e reflussi, comunque necessari.
6. Il libro, il disco, il film che hanno rivoluzionato la tua vita…
Kind of Blue penso sia il disco che porterei diciamo sull’isola deserta perchè non solo raccoglie i musicisti più espressivi e influenti per me ma è una grandissima lezione di coraggio, un’inversione di marcia inaspettata, sconcertante e seduttiva, un gesto artistico senza precedenti e senza rete di protezione che tuttavia ha conquistato tutti, frutto di una visione quasi mistica della musica che è ciò che inseguo e che mi coinvolge di più.
Difficilissimo scegliere il libro perchè il valore della lettura dipende dal momento che si sta vivendo. Posso dire che uno dei libri più emozionanti che ho letto recentemente è La Storia di Elsa Morante. Le vite dei suoi piccoli grandi personaggi mi hanno abitato e ossessionato per settimane, li ho cercati nelle strade della mia città, li ho raccontati e pianti per giorni.
Per il cinema è ancora più difficile, amandolo molto, tendo a vedere molte volte quello che mi è piaciuto e ha smosso qualcosa. Direi La Strada di Fellini. Il personaggio di Gelsomina e di Zampanò sono una sintesi indimenticabile, poetica e struggente del circo della vita.
7. Tu e Alessandro Contini come avete agito dal punto di vista compositivo?
Questa è la nostra prima esperienza condivisa e nonostante all’inizio non avessimo idea di dove ci avrebbe portato questa collaborazione, siamo arrivati ad un album compiuto con musiche scritte interamente da noi (tranne il brano di David Sylvian) partecipando ad ogni fase in modo naturalmente paritario e perfettamente allineato.
Nella scrittura, il nostro proposito era quello di trasfigurare alcuni temi che ci erano sembrati di forte ispirazione, come il ritmo della natura e i suoi cicli sempre uguali e sempre diversi, il tempo interiore, la propulsività della danza, il sussulto rabbioso, la vertigine malinconica, l’iperbole del desiderio e dell’immaginazione, l’ampiezza del silenzio, la profondità dello sguardo, il caos e la trasformazione.
Nel far questo abbiamo richiamato alcuni riferimenti musicali condivisi negli anni che meglio di tutti sembrassero offrirci i codici espressivi approppriati, come il minimalismo, l’ambient, alcune espressioni di musica vocale contemporanea, il pop inglese sperimentale, alcune suggestioni afro, e abbiamo operato la nostra trasfigurazione musicale partendo da incroci ritmici e cellule melodiche, attorno alle quali poi abbiamo costruito tutto il resto. Ci è sembrato naturale dare alle nostre composizioni una forma libera o irregolare, lontana dallo schema canzone, più simile alla suite.
8. Hai cooptato in questo progetto Nils Petter Molvaer. Perché proprio lui?
Nils Petter Molvaer è da sempre un musicista che amiamo per il suo modo di suonare il silenzio, lo spazio, precise sfumature di colore, precise tinte emotive, e per la sua capacità minimalistica di dire tanto con poco, di scegliere direi quasi, la parola giusta, di saper essere una perfetta sintesi tra passato e contemporaneità, tra genesi e avanguardia. Col suo suono, ancestrale e moderno, riesce a dare ad ogni nota un peso significativo e potente, e questo avviene nella sua musica e nella nostra, con grandissima gioia per noi.
9. Parliamo anche degli altri tuoi compagni di musica in questo disco?
Alessandro Gwis è ormai la mia terza mano, la collaborazione più longeva, presente fin dal mio primo disco Un Minuto Dopo, dove già era evidente la sua personalità artistica, lo spessore della sua formazione, la visionarietà nel suo approccio allo strumento grazie all’uso di una strumentazione elettronica originale, qualcosa per cui oggi è unico e immediatamente riconosacibile.
In [R]Evolution ha dato un contributo fondamentale, è stato il nostro interlocutore nella fase di ricerca con cui abbiamo condiviso ascolti, riflessioni, intenti. Ha lavorando in perfetta sintonia con le voci, dipinto ogni paesaggio sonoro con delicatezze assolute, cercato soluzioni nuove e usato l’elettronica in modo sorprendente, proponendo raffinatezze formali e armoniche che hanno valorizzato moltissimo la nostra scrittura.
Michele Rabbia ha portato la sua dimensione mistica, il suo modo senza compromessi di farsi suono, di essere suono, un suono largo, profondo, siderale, pura vibrazione del mondo. Temevamo non fosse interessato a partecipare ad un contesto musicale strutturato come il nostro, ma fortunatamente ha accettato di far parte di [R]Evolution e ha fatto crescere molto il progetto, ne ha aperto gli orizzonti, ne ha allargato le prospettive.
Alessandro Contini è il mio compagno nella vita e questa volta anche nella musica. Ha del miracoloso per noi essere riusciti a creare qualcosa di nostro che sintetizza esperienze musicali tanto diverse e che tuttavia sembra essersi realizzato con grande coerenza, naturalezza e fluidità, con un perfetto allineamento nelle scelte musicali, ispirazioni, preferenze stilistiche e intenti compositivi.
E’ stato bellissimo dare una nuova voce alle nostre voci, trovare nuovi modi di farle cantare e nuovi posti in cui farle risuonare e intrecciare, esprimerci in assoluti azzardi attraverso gli innumerevoli poliritmi, contrappunti, canoni, cluster che farciscono questo lavoro.
10. Elisabetta, era da tempo che mancava un tuo disco. Cosa è successo in questi anni?
Mi piace pensare ai miei lavori discografici come frutto di una necessità espressiva, che può rimanere per diverso tempo silente e che una volta che emerge, porta a una fase di ricerca spesso lenta e impegnativa. Preferisco concentrarmi su pochi lavori ma importanti.
[R]Evolution è uno di questi, viene dopo un periodo molto attivo sul piano del live a cui è seguito un periodo di osservazione, ascolto, riflessione e chiusura in cui ho sentito il bisogno di capire quale direzione musicale prendere, e piano piano ho cominciato a scrivere pensando a un progetto a due voci, ma il processo creativo ha avuto una lunga gestazione, sia a livello sia compositivo che di realizzazione.
Abbiamo scelto di incidere [R]Evolution presso lo studio di Stefano Amerio a Udine, noto per essere un ingegnere di ripresa e missaggio fuori dal comune, sapendo che solo così avremmo potuto trovare la raffinatezza e la qualità tecnica che ci sembrava necessaria per questo lavoro, e tutto ciò ha richiesto tempi lunghi, oltre che per registrare, soprattuto per post produrre e mixare un materiale così complesso.
Inoltre, abbiamo avuto bisogno di far uscire l’album nel momento giusto, rimanendo per diverso tempo in attesa di pubblicazione, anche per le difficoltà che possono presentarsi quando si è degli artisti indipendenti.
11. Questo tuo nuovo progetto come si inserisce nei tuoi obiettivi artistici?
Al momento è il progetto da cui mi sento più rappresentata, in cui mi sono messa in gioco come autrice, arrangiatrice, produttrice, visual artist, oltre che interprete, perseguendo un’estetica per me nuova, su un orizzonte di azione più ampio in cui la musica si fonde a contenuti artistici, sociali, letterari, visivi, oltre che personali e intimi.
12. Quali sono stati i momenti migliori e quali i peggiori della tua carriera artistica?
I momenti migliori sono sempre gli ultimi perchè sono quelli che più mi corrispondono e sono il frutto della mia evoluzione che voglio immaginare infinita e continua.
I peggiori sono quelli in cui mi sono preoccupata più dell’opinione degli altri e in cui non sono riuscita a sentire la forza delle mie idee, a rispettare la mia natura, per cui è sopraggiunto il blocco creativo, la paura di non avere più nulla da dire. Eppure quelli sono anche stati i momenti più preziosi, in cui guardarmi dentro, provare a rispondere a delle domande ineluttabili.
13. Quali informazioni o consigli avresti voluto ricevere ma non hai ricevuto (e hai dovuto imparare per tentativi ed errori o sul campo)?
Avrei voluto ricevere una formazione musicale fin dalla mia tenera età senza dover aspettare l’età adulta e l’autonomia economica. Imparare da piccola avrebbe facilitato moltissimo tutte le cose importanti, tecniche, espressive e concrete di questo magnifico ma difficile mestiere della musica.
14. A che età hai capito che volevi fare della musica la tua vita e la tua professione?
Pur avendo fatto sempre parte della mia vita, fin da quando ero minuscola, la musica è diventata il mio lavoro dopo anni di studi dedicati alla Psicologia Clinica, un percorso che per un periodo è stato parallelo alla mia formazione musicale e alla carriera che stavo piano piano avviando. Poi, a 27 anni, ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla musica, direi al jazz, ed è l’unico lavoro che ho sempre fatto, in qualità di artista e didatta.
15. Ti sei mai pentita di questa scelta?
Mai. Ogni giorno della mia vita penso di essere una privilegiata per potere impegnare tutto il mio tempo nella cosa che amo di più e vivo in un profondo e costante senso di gratitudine.
16. Ti è mai venuto in mente di lasciare l’Italia?
No. So che in molti paesi del mondo alla musica e alla cultura viene riconosciuto un valore maggiore che in Italia, che possono presentarsi opportunità più vantaggiose ai musicisti, che si possono ottenere sostegni statali e avere accesso a contesti, referenti, fondi in modo più agile e trasparente, ma amo l’Italia e penso che qui ci sia un ottimo livello di musicisti.
17. Quali sono alcune delle tue canzoni preferite da cantare e quali sono quelle più difficili da cantare (sia emotivamente che strumentalmente)?
18. Quando scegli i musicisti con cui collaborare, quali sono i difetti che metti al bando?
Il bello di questo lavoro è proprio la possibilità di entrare in contatto con un materiale umano diversissimo, perciò, nel bene e nel male tendo ad avere un atteggiamento aperto. Certo lavoro con difficoltà quando ci sono comportamenti verbali e non verbali arroganti o poco rispettosi per la persona oltre che per la musica.
19. Qual è stata la tua performance che giudichi migliore e qual quella che giudichi la peggiore?
Fare musica dal vivo significa esporsi quasi senza filtri, mettere sul piatto quello che si è, quello che si sente, si cerca e si vuole dare e dire, è qualcosa che richiede molto coraggio, capacità di contatto e di distacco, una visione matura di se e della musica. Bisogna quindi essere indulgenti con se stessi, avere consapevolezza e ricordarsi quali sono i motivi profondi per cui si è scelto di cantare, di essere dei performer.
Come dice Pina Bausch, è importante non come ci si muove ma cosa ci fa muovere. Se si sviluppa questa consapevolezza, e serve forse tutta la vita per riuscirci, ogni performance può essere significativa e perde di importanza il risultato, la necessità di sentirci migliori o peggiori.
20. Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e i tuoi prossimi impegni?
Il mio obiettivo attuale è portare dal vivo [R]Evolution più possibile e stiamo programmando gli impegni per la prossima estate.
Siamo sinceramente orgogliosi di questo lavoro che abbiamo presentato per la prima volta da poco nell’importante cartellone del Roma Jazz Festival all’Auditorium Parco della Musica e non vediamo l’ora di ripetere l’esperienza. Sarebbe bellissimo poter fare i concerti con la partecipazione dei grandi Michele Rabbia e Nils Petter Molvaer, ma siamo orientati a pensare a questo come un progetto modulare, che possa funzionare anche in formazione ridotta o, se ce ne sarà l’opportunità, includere eventuali nuovi collaboratori.
Alceste Ayroldi
Intervista – https://www.musicajazz.it/intervista-elisabetta-antonini/
INTERVIEWS
Notes by Maria Pia De Vito
“Un Minuto Dopo (A Minute Later) is an extraordinarily mature first album; full of attention to detail and innovative lines, enhanced by the choice of a drumless ensemble made up of fellow musicians who are perfectly suited to the task. Alessandro Gwis, with his impeccable resonant touch and his extraordinary yet discrete electronic brushstrokes, is as comfortable with Latin-American and other complex rhythms as he is with spacious atmospheric moods; Gabriele Coen, with his mellow dusky clarinet, is equally adept at playing rhythm as he is at soloing, improvising melodically or adding humorous sound effects as punctuation.
Finally, we have special guest, the wonderful Paul McCandless, whose unmistakeable oboe opens the album with a lyrical intro on Elisabetta’s remarkable first composition ‘Cerco il Mare’ (I’m Looking For the Sea). Next, we find ‘Lungo la Strada’ (Along the Way) and ‘Un Minuto Dopo’ (listen to Gwis’s delightful solo interrupting the rhythmic flow, while hinting at it on the upper octaves of the piano, and Coen’s relaxed mellifluous entry (a jewel in the crown). These pieces demonstrate Antonini’s melodic and rhythmic skills with ideas which are never trite or predictable.
The two compositions which follow are ‘La Ballata dell’Alfiere’ (The Dance of the Standard Bearer) and ‘Out of the Rolling Ocean’, a splendid musical interpretation of a poem by Walt Whitman. These songs illustrate Elisabetta’s knowledge of the European jazz tradition, by paying tribute to one of its leading lights: the great Kenny Wheeler, famed for his skilful use of harmony and counterpoint. And what a marvellous luxury it is to hear McCandless’s unsurpassable oboe playing supporting and adding colour to the delicate waves of sound-evoked by the vocals.
Elisabetta, however, is also very capable of producing original complex arrangements. Who else would imagine rearranging Frank Foster’s original Leo Rising, which abandons the fast bop framework as in this version? Antonini’s reworking of this piece embellishes its melodic aspects and exalts the uptempo phrases, giving them a spacious background over which her magnificent fellow musicians interweave a splendidly textured canvas for McCandless’s wonderful soprano solo. Finally, a reinterpretation of four compositions by Italy’s revered Enrico Rava; these melodies, well-known and dear to many of us, are portrayed in a different light thanks to Elisabetta’s interpretations profound, imaginative lyrics by Marina Tiezzi.”
Elisabetta’s clean vocal style, delicate yet authoritative at the same time, caresses both notes and words. In closing, we come to Alice in Wonderland. Here, her intonation is impeccable and her tonal colouring delightful, providing a delightful ending to this album with a tribute to the jazz standards which she knows and loves so much.
Review by Lorenzo Viganò, SETTE weekly supplement to CORRIERE DELLA SERA
THAT FORCE WHICH BLENDS NOTES AND TEXTS.
It’s more than homage: it’s a real concept album which takes the world, the language, the works, the voices, the transcriptions, the atmosphere and the themes of the Beat Generation and elaborates them, transforming them without ever betraying them. It updates them, it makes them live again, revealing the hidden aspects which have either never been expressed or have been forgotten. It interprets them. You already understand this from the title, The Beat Goes On, which from that literary current explicitly declares the modernity, vitality and historical and cultural need not to forget it. It is confirmed by the thirteen tracks on which Elisabetta Antonini, singer and composer, accompanies the listener in an “on the road” trip in terms of time and the American movement of the 1950s, through bebop, poetry, protest songs and improvisation. There’s no nostalgia here. Every track (composed, sung and arranged by Antonini) is an elaboration upon the writings of these poets, interweaving voices and readings into scat (for example Jack Kerouac in Cookin’ at the Continental composed by Horace Silver or Allen Ginsberg in the celebrated Howl composed by Antonini); or else she expresses their essence through her singing, as in Gregory Corso’s For Miles and Kerouac’s On the Road. The result is hypnotic and powerful and brings out the musicality of the lyrics and the readings (similar to jazz solo improv) amalgamating her voice (backed up by Luca Mannutza at the piano, Paolino Dalla Porta on double-bass, Marcello Di Leonardo on the drums and Francesco Bearzatti on saxophone). The idea which emerged from an evening in tribute to Fernanda Pivano works very well also as an album. At the moment in which Elisabetta Antonini in perfect sync with the Beat Generation applies the literary cut-up technique made famous by Burroughs to her compositions, cutting and recomposing fragments of the composition of the individual musicians.
Review by Francesco Peluso, FEDELTA’ DEL SUONO
After some significant productions in a minimalist style, singer and composer Elisabetta Antonini offers this intriguing and well-produced album, The Beat Goes On, which is dedicated to The Beat Generation poets and is accompanied by Francesco Bearzatti (tenor sax and clarinet), Luca Mannutza (piano), Paolino Dalla Porta (double-bass), Marcello Di Leonardo (drums). For this talented Roman artist, Gregory Corso, Allan Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs and Lawrence Ferlinghetti represent a starting point from which to propose an interweaving of anxiety, revolutionary thought and the lyrical transgression of these poets and the jazz of those years (Fifties/ Sixties). With the perfect fusion between maudit poetry and delirious bebop, the five protagonists of this work offer a collective interplay which to say the least is thrilling. Bearzatti’s exuberant and dynamic instrumental voice blends with Mannutza’s elegant softness, while Paolino Dalla Porta’s solid groove supports Marcello Di Leonardo’s imposing drumming, and the result is an ensemble of multiple formal nuances. With her singing the band leader expresses an artistic personality and breadth to which with refined vocals she adds the above-mentioned poets and the use of some electronic alchemy. From Horace Silver’s pyrotechnical Cookin’ at the Continental to the funky atmosphere of Antonini’s New York Blues, from the soft melodic line of On the Road to the west coast setting of the medley of Holy and Joni Mitchell’s beautiful Woodstock (U.S.A. poster child of pacifism), from the burning funereal accompaniment of Requiem for Bird Charlie Parker to the rarefied strains of Bob Dylan’s Blowin’ in the Wind which concludes the album, Elisabetta Antonini in The Beat Goes On gives us a slice of American history, bringing to light in an original way the lyrics and musical loves of that group of students that possessed visionary inspiration.
Interview by Roberto Paviglianiti, JAZZIT Nov/Dec 2014
What does TBGO represent in terms of your artistic evolution?
My involvement in this cd has been more emotional, more intimate. This work was a direct vehicle for me in which I could express my profound feelings as well as condense images, sound and meanings which are more urgent and personal to me. In this way, it was a more mature artistic phase in that it was more sincere.
Why did you decide to pay homage to The Beat Generation?
I was excited by the idea of dedicating myself to a project that translated the 1950’s in the United States into musical terms, embracing the personal stories of the protagonists of the Beat Generation. I think that even today they express and exalt freedom and human dignity in a brilliant, vital and profound way. What’s more, the Beats used to read their poetry to the accompaniment of jazz which best captured the rhythm of their words.
What are the traits which best express the cd?
This is a “concept album” in which I open the windows onto the themes, atmosphere and setting of the Beats, giving a musical form to what struck and moved me on the written page. Instead of paying homage to them by resorting to the bop repertoire that was so dear to them I above all felt the need to write my own music in order to give back my own emotional experience when I was reading them. However, the most characteristic trait of the project is the way in which I selected and recomposed acoustically the voices of those very Beats and adapted them to music; audio extracts from that period have been rearranged with the precise intention of looking for a real situation, relocating them into what I imagined was their story, their film, because I wanted to give a musical voice to all the expressive force of those words.
You also played an important role in the arrangements of the cd.
Yes, in every one of my projects I always try to create a world, to suggest an emotional climate, an intensity of light that represents the key characteristic of the work which moves me most. This effort manifests itself in precise aesthetic choices which I want to embrace in relation to the timber and organic characteristics that I want to use in addition to the compositional solutions I decided to make use of while arranging the material. I am not able to see myself only as a singer but more as a director who guides the protagonists to whom, in following my own taste, I trust the story which must be told.
What is the basic idea behind the original compositions?
I began with the evocative force of the poems and the imagery they inspired in me as if I had been called to write the musical comment.
On the back of the cover, there’s a complimentary comment by Sheila Jordan.
She’s one of the most authentic voices in the world of jazz with a unique style which is sincere and extremely powerful. She grew up among the boppers; she loved that strange music and learned to appreciate it at a deep level, finding in it her own original and unmistakable language; so it seemed natural to me that I asked her to listen to the recording. Any comment from her would have been an honour but I never expected to receive a personal phone call in which she said she had been struck by the originality and passion of the work as well as the knowledge I showed in relation to jazz and its heroes.
Review by Roberto Paviglianiti, JAZZIT Nov/Dec 2014
Elisabetta Antonini’s voice lies at the centre of the expressive discourse of The Beat Goes On: it reveals an instinctive, creative and repeated use of scat; in some passages, her voice makes itself harsh and dissonant while at other moments often provides hummable melodies. A group of worthy musicians work with her in a sequence of tracks where the listener encounters original compositions as well as rearrangements which are consistent with the concept of the Beat Generation around which the entire work revolves. The album assumes very stylistic forms, passing from moments that have a bluesy taste to ballads, from bop arrangements to electronic music. Everything has been conceived and arranged by the leader who has also inserted the recorded voices of some of the Beat protagonists such as Jack Kerouac and Allen Ginsberg, going beyond stereotypes to create a personal vision (…). The aesthetic aspects of the album are delineated through a careful selection of literary material which has been transformed into music and the final result reflects the consistency of artistic intention.
From an article by Luca Conti, MUSICA JAZZ, Dec 2014
This year the Gian Mario Maletto Award “…goes to Elisabetta Antonini, an accomplished singer the recognition of whom will only surprise those who in the course of the years have not followed her notable artistic evolution and maturity.“
Interview by Paolo Odello, MUSICA JAZZ, Jan 2014
Here is the spirit of freedom of the Beat Generation.
Winner of the Top Jazz Poll for Best New Talent, the singer tells us how such an original album was born.
Singer and bandleader, arranger and composer, who grew up musically between Europe and the United States, Elisabetta Antonini alternates concerts and teaching and undertakes refined and original paths, paying particular attention to the by now classic pages of today’s jazz and the composition of new works in addition to embarking on other approaches and languages. So there is the taste of chamber music jazz of the trio Un Minuto Dopo, the rarefied atmosphere of contemporary jazz of the Harp&Voice Nuance Duo and the quartet album The Beat Goes On, dedicated to the Beat Generation.
How did The Beat Goes On come into being?
From the desire to pay homage to sublime forms of poetry and prose which are very close to jazz and to the spirit of freedom that inspires and nurtures this music; and above all from the desire to reread Kerouac, Ginsberg, Corso, Burroughs, Ferlinghetti and to borrow the evocative force of their words and through music to call to mind the images, light and atmosphere of that particular style of storytelling. The idea emerged from an evening dedicated to Fernanda Pivano and to her role as unusual intellectual. In organizing that concert I tried to evoke the complexity and depth by setting literary passages to music and deepening as much as possible the knowledge of her work. At the end it was natural for me and even necessary to concentrate on the history of those poets that she had translated and encountered; I enhanced the nature the text I already knew and then decided to articulate a musical project about them.
Why exactly the Beat Generation?
As I said I went back and read them and I believe that their message is as revolutionary and as iconoclastic today as it was then. With their words and their dramatic and disconcerting lives, they provided an example, a more profound sense of such concepts as freedom and human dignity. Accused of homosexuality, of harbouring communist sympathies as well being anti-military and Jewish, they were rebels in the true sense of the word but who in any case were harbingers of the American counterculture, asking questions and expressing themes that had until then being banned by the social and political system. Paraphrasing Ferlinghetti’s words who was a poet but above all the editor of their poems, the Beat Generation showed a way that was different and yet possible and far from conventional thought and which avoided the deadening flatness created by consumerism which today as then we must all endure.
Poems, novels, thousands of words: an imposing heritage. How did you manage to transform it all into music without resorting to cliché?
First and foremost there had to be the Beat Generation, a world that was still able to capture us with the force of their words, their poetry. I knew that the project would make sense only if I used the literary material but I wanted to beyond the superficial blending of poetry and music: I wanted to tell and describe the journey through the settings and the atmosphere that was imagined through reading those words. The idea had a precise form. The only problem that remained was how to get there, which passages to extract from so much available material, and whether to proceed by translating their works into Italian or to use the original language, whether to insert recited pieces and whether, in that case, I should recite them or have an actor do it. Suddenly everything became clear: I started to write original music to their words and felt the need to also use their voices (selecting and editing audio recordings from that period) so that they would result as even more powerful. The Beats often performed readings: I decided to follow the same path in order to embark on a more personal approach. I rethought and amplified the sense of their words almost creating new poems and transforming those voices into an instrument among other instruments, which at times became rap, then “off screen” voices, prayers and howling. At that point, I needed to find the right travelling companions. Creative musicians interested in a work that goes beyond the musical aspects; through that very language which is jazz I tried to suggest an image, a sensation, a scene. Finding these things was for me the easiest aspect in the production of this album. Engaging Luca at the piano, Paolo at the double-bass, Marcello on the drums and Francesco at tenor sax and clarinet I knew I could count on solid mainstream musicians who could provide the stylistic vocabulary which is typical of jazz and necessary to this project in that the Beats became fans of bebop which is classical jazz today but was then avant-garde music. I also knew that I could obtain an additional series of expressive shadings in line with the themes of the Beat Generation: the frenzy of the journey, the ecstasy arrived at through hallucinatory, drug-induced states, the contemplative mysticism, the exaltation is given by jazz and its protagonists, to only cite a few. I knew that in their sensitivity they would never permit the music, already rich in sound and rhythm, to overpower the words and that the project, on the whole, could maintain in spite of the variety of the material I wrote a homogeneity: the tracks were as much inspired by the bebop hyperbole as by the west coast melody, by the coral nature of old funeral elegies, by the vertiginous perception after having taken acid. I thank these artists for the moments of great lyricism and for their frenetic and furious passages which they enriched my work.
What is jazz for you?
Above all it is music, the language with which I feel able to express my sensitivity, my contradictions, my darker self, my way of looking at the world; I live, think, feel and listen as if I exist in a universe which is free of confines and definitions. Jazz is born out of contamination, which is not globalization but on the contrary, is a meeting point and synthesis of roles and different personalities who are strong and yet in a reciprocal relation as well as a dialectic one. For this is more than a genre, more than only one style. It’s a way of facing life, an approach to things and I believe that this is the very essence that the Beats grasped and reached in themselves, a real and raging fever.
And now what’s in your future?
Luckily I don’t know yet. At the moment I am living in that strange phase where I can enjoy what this intense work has given back to me in which a great deal of myself is expressed and revealed; at the same time, I am looking for that creative emptiness which is necessary before I can direct myself towards a new horizon.
Review by Enzo Pavoni, AUDIO REVIEW
After a long absence for some years now, Candid has recommenced its activity by diversifying its production and placing its trust in offbeat projects like Elisabetta Antonini’s The Beat Goes On, who is the first musician in Italy to sign with this legendary label. It’s an intriguing concept but not without complications in which the singer puts some of the beat poets to music: Kerouac, Ginsberg, Corso, Burroughs, Ferlinghetti. Antonini does a fine job of giving breathing space to these celebrated rhymes; she avoids suffocating them with pretentious heaviness, instead opting for a simple approach: the most frenetic swing bop, manipulations of sound and voice “as tasteful as they are effective”, altering her own voice, broadening her musical range. This explains the inclusion of Bob Dylan’s Blowing in the Wind, Joni Mitchell’s Woodstock, Horace Silver’s Cookin’ at the Continental, Thelonious Monk’s Well you Needn’t and David Douglas’s Orujo.
The eight remaining tracks are originals which hold their own with the classics thanks to Elisabetta Antonini’s talent (vocals, electronic effects, compositions, arrangements) and her celebrated partners. The unique quality of The Beat Goes On lies in the convincing interplay between the authentic readings of the Beat poets which were extracted from old recordings that, in spite of the use of artifice sound like they come from the same session, and the instruments. Since it’s not possible to cover all the tracks we will limit ourselves to citing Ginsberg’s legendary Howl and above all to the moving Requiem for Bird Charlie Parker (Corso): Bearzatti’s vibrant, overdubbed horns lend support to Antonini, who dares to reach for vocal nuances which penetrate the soul. Highest respect.




































![[R]EVOLUTION](https://elisabettaantonini.com/wp-content/uploads/2024/07/cover-R-EVOLUTION-album.jpg)



