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RIVISTE

INTERVISTE (R)EVOLUTION

Luigi Onori per UNLIMIT JAZZ

Si è concluso il 23 novembre scorso il “Roma Jazz Festival 2024”, manifestazione – giunta alla sua 48a edizione – il cui progetto è risultato vincitore dell’Avviso Pubblico biennale “Culture in Movimento 2023-2024” di Roma Capitale. Come negli anni passati, il festival si è interrogato sul rapporto tra jazz e presente, tra la sua eredità linguistico-culturale e la proiezione nel XXI secolo. Concetto-guida, scelto dal direttore artistico Mario Ciampà, è stato Hybrid, elemento-chiave importante considerando, anche, che il “meticciato” è stato fin dalle origini carattere distintivo della musica di matrice afroamericana.

Nella dimensione jazz odierna “l’ibridazione riguarda il linguaggio, con influenze “rap, nu jazz, post-bop, jazztronica, new soul – si afferma sul sito ufficiale della rassegna – che hanno allargato i confini del genere”. Il tutto va collocato, peraltro, in uno scenario planetario e interconnesso per cui – e sono parole di Ciampà – “il jazz di oggi (…) è frutto della creatività post-globale. La sua evoluzione, non dipenderà più solo dalla scena di New York, Los Angeles, Londra o Berlino ma da quella di Lima, Abidjan o Baku; dalle nuove tecnologie; dalla diffusione tramite le piattaforme TikTok, Twitch e YouTube; dall’Intelligenza artificiale, per arrivare ad una totale ibridazione”.

Del resto la mondializzazione del jazz è fenomeno iniziato già negli anni ’60 mentre sul fronte dell’intelligenza artificiale un risultato apprezzabile è ascoltabile nell’album “Ex Machina”, realizzato da Steve Lehman con l’Orchestra National de Jazz (con la collaborazione di Jérôme Nika e Dionysios Papanikolaou) nel 2023 (ONJ Records).

Il tentativo del Roma Jazz Festival – nelle sue quasi tre settimane di programmazione, iniziata il 1° novembre con il concerto della sassofonista statunitense Lakecia Benjamin – è stato quello di provare a documentare quanto sta accadendo a livello di ibridazioni “espressive, stilistiche, culturali e geografiche”. Prodotto da IMF Foundation in co-produzione con Fondazione Musica per Roma, il Roma Jazz Festival 2024 è stato realizzato con il contributo del Ministero della Cultura.

Tanti i concerti nei ventidue giorni della rassegna romana, dislocati soprattutto all’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone” (sale Petrassi, S.Cecilia e Sinopoli; Teatro Studio Borgna), con escursioni anche alla Casa del Jazz e al Monk. Volendo – e dovendo – scegliere concentrerei l’attenzione sui recital di Elisabetta Antonini / Alessandro Contini “(R)Evolution” (13 novembre), Rita Marcotulli “Caraviaggianti” (20/11) e BIO Blind International Orchestra (17/11), diretta da Alfredo Santoloci con ospite Javier Girotto).

Il recital del 13 novembre (Teatro Studio Borgna quasi esaurito) si è configurato, in realtà, come la presentazione del nuovo album-progetto elaborato dalla cantante (bandleader, arrangiatrice-compositrice, docente) Elisabetta Antonini e dal cantante-attore Alessandro Contini (anche compositore, autore di testi e musiche, ideatore di spettacoli di teatro-canzone). Su “[R]EVOLUTION” (etichetta MusicVox) – inteso nella sua complessità di repertorio-prodotto discografico-lavoro interattivo – i due ideatori hanno scommesso molto: si tratta, infatti, di una scelta dai molteplici aspetti. Antonini/Contini hanno optato per un’espressione artistica complessiva che abbinasse il linguaggio sonoro (con ampie parti vocali e molte elaborazioni tecnologiche) a quello iconico-visivo, realizzando – su disco ma soprattutto dal vivo, e non era facile – un’esperienza di carattere immersivo per il pubblico. Si tratta di un “salto in avanti” da cui sarà difficile tornare indietro, prospettiva comunque poco diffusa nell’ambito jazzistico a cui di sicuro appartiene Elisabetta Antonini che, però, ha sempre amato territori di confine come, tra l’altro, dimostrò il suo notevole progetto-disco “The Beat Goes On” del 2014, all’incrocio tra musica e poesia beat.

La seconda scelta, profondamente intrecciata alla prima, è di genere contenutistico essendo l’album, come afferma il comunicato-stampa di presentazione, “ispirato alla poetica ‘rEvoluzionaria’ di alcuni artisti come l’attivista afrobeat Fela Kuti, il fotografo Sebastião Salgado, i poeti Dino Buzzati e Charles Bukowski, il cantante David Sylvian e la coreografa Pina Bausch. Questo album è dedicato a loro e a tutti i rivoluzionari che attraverso la loro arte, propulsiva, salvifica e sovversiva hanno permesso di Evolvere attraverso una Rivoluzione”. Ci vuole coraggio, nel nostro tempo oscuro e conformista, a veicolare un messaggio rivoluzionario e ancor di più se esso attinge agli universi della musica, della letteratura, della fotografia, della danza. I due autori stessi raccontano che “il progetto nasce come espressione della nostra unione personale ed artistica, da passioni comuni e curiosità intellettuali, dalle rivoluzioni che alcuni artisti hanno acceso nelle nostre coscienze, dall’evoluzione interiore che ne è derivata. Tutto questo è per noi una (R)Evolution ed è ciò che abbiamo voluto trasfigurare e tradurre in musica”. Prima di raccontare quanto visto nel concerto romano, va precisato che Elisabetta Antonini e Alessandro Contini – autori e arrangiatori di quasi tutte le musiche, produttori dell’album in CD e vinile – hanno realizzato il nuovo lavoro attraverso un lavoro di squadra che ha coinvolto Stefano Amerio (registrazione e missaggio), l’eccellente Michael Rosen nella veste di autore di liriche originali, Paolo Soriani per la parte fotografica, Nerina Fernandez per l’Artwork.

Al Teatro Studio dedicato a Gianni Borgna, i due artisti e il loro vasto gruppo hanno lavorato per restituire in toto le atmosfere sonore – complesse ed elaborate – del disco (grazie a fonici vari, tra cui Emanuele Giunti), arricchite da una nuova ed inedita parte video (di Matteo Calabro) e con una scaletta che non ha rispettato la narrazione dell’album ma l’ha ridisegnata. E qui è necessario sottolineare il contributo indispensabile, in termini strutturali e timbrico-coloristici, del gruppo che vede – oltre ai due leader alla voce e all’elettronica – il geniale e duttile Alessandro Gwis (piano, tastiere, elettronica), il creativo e “artista plastico” del ritmo Michele Rabbia (percussioni, elettronica) con la partecipazione quintessenziale del trombettista norvegese Nils Petter Molvaer, coinvolto nel progetto proprio per l’essenza sonora del suo strumentismo, legato a Jon Hassell e alla manipolazione del suono. Da “Genesi” a “Suite for Pina Bausch” (passando, tra l’altro, per la trascinante “For Fela”, l’onirica “Nostalgia” e la narrativa “Bluebird”) resta centrale la parola – elaborata dalla tecnologia ma sempre essenziale, giocata in una serie di rapporti dialettici – nella sua relazione con suoni acustico-elettrico-campionati. Il fattore jazz permane soprattutto nella ben presente improvvisazione ma vari apporti vengono dal pop-rock, dall’ambient, dal minimalismo, dallo sperimentalismo, seguendo una rigorosa struttura architettonica. Ibrida in tutto, la musica del quintetto è già “futuro contemporaneo” e merita plauso e incoraggiamento nella speranza di un’adeguata diffusione dal vivo e come album.

Il recital “Caraviaggianti” (20/11) della pianista e compositrice Rita Marcotulli è legato a quello di Antonini/Contini da vari aspetti. In primis la progettualità e la multimedialità perché lo spettacolo nasce nel 2018 (concerto di apertura di “Umbria Jazz” in luglio, a Perugia): “È un viaggio visionario attraverso Caravaggio e la cosa più importante è che emozioni, che arrivino (al pubblico) suggestioni”, ha detto l’autrice. “Per me – ha sostenuto la Marcotulli – Caravaggio è sempre stato un visionario, un contemporaneo, un moderno”. Ecco, quindi, la sinergia tra opere di Michelangelo Merisi, composizione originale ed elaborazione grafica – con varie strategie di movimento interno, di evidenziazione di dettagli, di frammentazione e sovrapposizione – realizzata dal gruppo milanese Karmachina (e in particolare da Rino Stefano Tagliaferro). Se “[R]EVOLUTION” è un’esperienza immersiva, “Caraviaggianti” lo è altrettanto dato che musicisti (e pubblico) viaggiano durante il concerto all’interno delle tele caravaggesche, proiettate alle spalle del gruppo in ampie dimensioni e vividi colori.

Continuando nel parallelo, anche il lavoro della pianista-compositrice si avvale di alcuni testi, scritti e letti dal “narratore” Stefano Benni (riprodotti in registrazione), dei piccolo monologhi a carattere filosofico-esistenziale in particolare legati alle tele “L’incredulità”, “La vocazione di San Matteo”, “Il suonatore di liuto del Monte”, “Il martirio di San Matteo”, “La fuga in Egitto”, “Giuditta e Oloferne”. Dal canto suo la parola, cantata, drammaticamente irrompe ne “La Medusa” (con la suonatrice di koto e, in questo caso, vocalist fuoriclasse Mieko Miyazaki), mentre il già citato “Suonatore di liuto del Monte” è introdotto a cappella con arte sopraffina dal (batterista e) cantante Israel Varela, cui segue un coro di voci campionate. Altro aspetto che lega la Revoluzione e i “Caraviaggianti” (nel programma del RJF era scritto “Caravaggianti” ma la vocale “i” dispersa muta profondamente il termine…) è la presenza carismatica nel gruppo di Michele Rabbia, un grande artista della percussione e dell’elettronica ormai trasferitosi a Parigi ma presente in molte delle più significative proposte artistiche della scena jazz italiana.

I paralleli, forse utili, depistano dalla corretta descrizione del lavoro dedicato da Rita Marcotulli al Caravaggio che “non considero un personaggio oscuro, come molti sostengono: la sua è una rivoluzione che si compie attraverso la luce e che mostra come anche nelle tenebre più fitte può nascere una visione nuova, un’arte che illumina il nostro sguardo sul mondo”. Stimolata in primis da Renato Parascandalo, la Marcotulli ha iniziato a comporre immaginando un viaggio dentro i quadri del Caravaggio, seguendo l’alternarsi del buio e della luce e il senso della vita che ne scaturisce Le sue composizioni hanno incontrato lo stimolo e l’interesse dell’organizzatrice Matilde Brescianini (Tadaam) e da lì è nata la prima esecuzione dei “Caraviaggianti” ad Umbria Jazz 2018. Ma la pianista, per dare vita e corpo alle sue musiche, ha coinvolto musicisti che conosce da lungo tempo, artisti di livello internazionale che danno un fondamentale contributo alla sequenza di undici brani-opere di Michelangelo Merisi che sostanziano lo spettacolo. Si parla – oltre all’autrice al piano e alle tastiere e ai già citati Mieko Miyazaki, Israel Varela e Michele Rabbia – del sassofonista (soprano e tenore) norvegese Tore Brunborg, del contrabbassista francese Michel Benita e del violoncellista italiano Marco Decimo. Quindi tre gruppi per un’idea: quello musicale, nella sua ampiezza, varietà e transculturalità sonora; il gruppo di visual designer Karmachina, che ha agito in stretta correlazione con le indicazioni della compositrice; i testi di Stefano Benni.

Alle opere già elencate vanno aggiunte “Il canestro di frutta”, “La bonaventura”, “I bari” e “Santa Caterina”. Per il brano “Lacrima” la Marcotulli si è ispirata a “Narciso e la Maddalena”. Chi scrive ha trovato particolarmente riusciti “Il canestro di frutta” (riproposto anche come bis); “I bari” con il suono inconfondibile del sassofono di Brunborg e un magnifico assolo di piano della Marcotulli; “Il suonatore di liuto del Monte” con la parte vocale, il koto che simula il liuto e il generale andamento lento e “ostinato”; “La Medusa” in cui c’è una forte compenetrazione tra scomposizione e ricomposizione dell’immagine (in particolare la capigliatura di serpenti e il dettaglio della bocca) e l’andamento musicale che ha episodi di vorticosa libertà e culmina nel canto-grido della Miyazaki. A volte ho trovato poco efficaci le animazioni interne ai quadri, come – ad esempio – le dita che si muovevano del suonatore di liuto.

Va in ogni caso riconosciuto il merito alla direzione artistica del Roma Jazz Festival di aver proposto i “Caraviaggianti” nella sua programmazione; il progetto, certo costoso ma non più di altri, dopo il suo debutto ad “Umbria Jazz” (2018), è rimasto fermo in epoca Covid e poi è stato presentato solo alla Certosa di San Lorenzo (Padula; rassegna “Double Sky”) nell’agosto 2021 e in Germania presso l’Istituto Italiano di Cultura di Colonia (Sala Ostermann) nel dicembre 2022.

Un altro aspetto della rassegna romana, che mi preme sottolineare, sono i concerti “inclusivi”, quelli che fanno in modo che si abbattano le barriere. In questo senso va inquadrata l’esibizione della BIO – Blind International Orchestra – fondata nel novembre 2022 dal M° Alfredo Santoloci, docente di sassofono e, in un recente passato, direttore del conservatorio capitolino di S.Cecilia. Il Teatro-Studio G.Borgna ha ospitato il 17 novembre pomeriggio (ore 18) un interessante concerto della formazione, composta per un terzo da musicisti con disabilità visiva fra i dodici e i sessantacinque anni come i pianisti Matteo Mazzone e Alessandro Mariano. Santoloci ha proposto un repertorio che, partendo da brani di musica classica (Mozart e Bach), è approdato al jazz attraverso la gershwiniana “Summertime”, “Il jazzista” di Gianni Mazza, “Direzione Sudest” di A.Mariano, “Spain” di Chick Corea. Nella parte conclusiva del recital si è aggiunto il sassofonista Javier Girotto – già in precedenza ospite della Blind International Orchestra – con i suoi strumenti. Insieme orchestra e solista hanno eseguito appositi arrangiamenti per brani tratti dal repertorio del gruppo Aires Tango: “La poesia”, “Fuga del ‘900”, “Nahuel” e “La Luna”.

Il M° Santoloci ha raccontato, in varie interviste, che rimase colpito nel marzo 2022 dal livello di una band di strumenti a fiato – composta da ragazzi/e non vedenti – che sentì a Pechino in occasione dei Giochi paralimpici invernali. Di qui l’idea di dar vita ad un organico simile in Italia e il lavoro per risolvere i problemi di comunicazione tra direttore e orchestra: ciò può avvenire (come brevettato in Corea del Sud dall’associazione Human Instruments) grazie ad una bacchetta “aptica” che trasforma i movimenti del braccio in vibrazioni, inviati in modalità wireless a ricevitori che i musicisti possono tenere al polso o alla caviglia. Il direttore italiano ha invece sperimentato (e trasformato in dinamica relazionale) la traduzione della gestualità in parole sussurrate ad un microfono che viene recepito solo dai membri della Blind International Orchestra attraverso appositi auricolari. In occasione di un recital del dicembre 2022, il direttore ha dichiarato che “con questo concerto vorremmo sensibilizzare le famiglie di ragazzi/e con deficit visivo affinché comprendano che è possibile far musica insieme. Basterebbe anche solo incontrare chi già è nella BIO per comprendere che possiamo abbattere certe barriere”. L’esibizione della Blind International Orchestra al Roma Jazz Festival, con ospite Javier Girotto, lo ha pienamente dimostrato.

Si conclude sottolineando come, dal 9 al 24 novembre, nello spazio Auditorium Arte sia stata ospitata l’interessante mostra fotografica collettiva “Il Jazz e l’energia del sorriso”, organizzata dall’Associazione Fotografi Italiani di Jazz (AFIJ) che fa parte della Federazione Nazionale Il Jazz Italiano (FIJI). L’aspetto positivo, solare e costruttivo del jazz, e della sua rete di rapporti, è stato offerto nei begli scatti di Giuseppe Arcamone, Pietro Bandini, Luciano Bellucci, Michele Bordoni, Paolo Caivano, Giuseppe Cardoni, Mario Coppola, Emanuela Corazziari, Luca D’Agostino, Francesca D’Alessandro, Massimo De Dominicis, Leo Claudio De Petris, Caterina Di Perri, Marco Floris, Alessandra Freguja, Sanzio Fusconi, Fabio Gamba, Umberto Germinale, Alberto Granata, Gianni Grossi, Gabriele Lugli, Maurizio Magnetta, Francesca Mancini, Roberto Manzi, Andrea Mercanti, Paolo Perna, Roberto Priolo, Luciano Rossetti, Andrea Rotili, Domenico Santonocito.

Luigi Onori

Recensione concerto – https://unlimitjazz.it/index.php/2024/11/30/roma-jazz-festival-1-23-novembre-2024-la-48ma-edizione-declina-il-tema-hybrid/

Stefano Crippa per IL MANIFESTO

Elisabetta Antonini e Alessandro Contini: «Tra coscienza e musica, l’arte è il vero spirito che muove il mondo»

Note sparse «(R)Evolution» – il disco dei due artisti che presentano stasera nell’ambito di Roma Jazz Festival, si ispira alla poetica di artisti come Fela Kuti, Sebastiao Salgado e Pina Bausch

Lei è Elisabetta Antonini, cantante e band leader, arrangiatrice, compositrice e insegnante di canto. Lui è Alessandro Contini, cantante attore e compositore. Insieme hanno realizzato un album impegnativo quanto interessante (R)Evolution appena pubblicato dall’etichetta MusicVox. Un titolo che gioca sull’assonanza fra le parole rivoluzione ed evoluzione che si ispira alla poetica di alcuni artisti come l’attivista afrobeat Fela Kuti, il fotografo Sebastiao Salgado, i poeti Dino Buzzati e Charles Bukowski, la danzatrice e coreografa Pina Bausch. Tutti brani originali con l’eccezione di una bella cover di Nostalgia, estrapolata dal repertorio di David Sylvian, realizzati con meticolosa calma insieme al batterista Michele Rabbia, il pianista Alessandro Gwis e una guest star importante come il trombettista norvegese Nils Petter Molvaer. Un disco che viene presentato stasera all’Auditorium Parco della Musica nell’ambito di Roma Jazz Festival.

In piena omologazione di gusti e contenuti, un lavoro di questo tipo presuppone una certa dose di coraggio…

I protagonisti di questo disco sono personaggi che nella nostra condivisione musicale e di vita, pratichiamo e frequentiamo da tempo. Noi siamo figli di un’epoca veramente difficile in cui spesso ci siamo sentiti smarriti. Ci piace privilegiare la lentezza, seguiamo una nostra interiorità che ci porta verso un modo di vivere l’arte che diventa proprio una missione, qualcosa che ti cambia dentro e che quindi automaticamente modifica il mondo che ti circonda. Mettere insieme queste figure così importanti sembra un azzardo, ma in realtà abbiamo visto che fra di loro c’erano proprio degli elementi comuni. Come un filo rosso.

Parte importante del progetto è anche la scelta dei musicisti impegnati nella sua elaborata realizzazione.

Con Alessandro Gwis ormai c’è una collaborazione costante, è proprio un interlocutore perfetto per noi perché ha sia questa cultura dello strumento che gli arriva dalla musica colta, sia una curiosità che lo contraddistingue. Una sperimentazione che toccava sia l’elettronica che la musica contemporanea e che ci serviva proprio per trovare i colori giusti per raccontare le nostre storie. Per le stesse ragioni ci siamo indirizzati verso Michele Rabbia e Nils Peter. Ma è stato un processo graduale, prima gli abbiamo mandato i provini perché volevamo proprio conquistarli con la musica.

«Fela» – il brano che ha anticipato il disco, si chiude con una frase di Kuti che dice: «La musica non è intrattenimento, la musica è rivoluzione». Lo è anche per voi o la immaginate come una provocazione?

Fela ha fatto una rivoluzione piena di energia, di irruenza, di aggressività. Ha voluto smuovere degli scenari che erano fortemente cristallizzati. Certo, noi non la mettiamo su un piano meramente sociale o politico come nel suo caso. Da questo punto di vista certamente pensiamo che in un mondo come lo percepiamo noi – e non così povero di contenuti – affidarsi all’arte può stimolare una lettura diversa della realtà.

Salgado entra non in una ma in due composizioni: «Genesi» si ispira alla sua opera omonima, mentre «Sebastiao» si concentra sul suo impegno sociale. Come sono nate?

Sono i primi due pezzi a cui ci siamo dedicati vedendo il documentario Il sale della terra (di Wim Wenders, 2014, ndr) a lui dedicato, che ci ha aperto realmente alla conoscenza di questo personaggio. Un uomo che da economista diventa fotografo per farsi testimone di questa realtà e che decide di tornare – con Genesi – alla natura dopo aver visto troppe cose brutte. E da lì è ripartita la sua rinascita che ha portato poi a dei lavori altrettanto importanti.

L’unico pezzo non originale del disco è una piccola gemma di David Sylvian, «Nostalgia».

Sylvian è una passione di Alessandro, ma ci siamo trovati d’accordo nel riprendere questo brano e di riarrangiarlo. Ma con molto rispetto perché ci preoccupiamo sempre di non spostare quella che è l’idea originale portandola però verso il nostro gusto, il nostro mondo musicale che tra l’altro è interlocutorio perché lavoriamo su due voci.

Anche Pina Bausch è entrata a far parte dell’album, una figura che ha rivoluzionato il mondo della danza contemporanea. Cosa vi ha affascinato della sua figura e come l’avete poi portata dentro la composizione?

Una figura gigantesca, la forza con cui muove il viso e il corpo è incredibile. Ma a colpirci è stato lo sguardo di Pina, il modo in cui riusciva a cogliere veramente nel profondo le persone con cui interagiva. In particolare con i danzatori ai quali chiedeva di raccontarsi attraverso il corpo, perché il corpo non mente, parla molto oltre le parole. È meraviglioso che lei costruisse le coreografie su questo, quindi erano proprio storie di gesti. E poi è geniale il modo in cui ha portato la danza a teatro, senza le parole ma con la forza dei movimenti e il gioco dei contrasti. Ballerini che fanno movimenti molto rigidi ma al tempo spesso si muovono nello spazio.

Stasera il disco viene presentato nell’ambito di Roma Jazz Festival, sono previste in futuro altre date?

Ci è sembrata una proposta in una cornice bellissima, sarà un concerto incentrato unicamente sui brani del disco. Interagiranno con immagini che abbiamo preparato appositamente per dare delle suggestioni agli spettatori. Il progetto interessa a molti festival, quindi programmeremo delle date per i prossimi mesi.

Stefano Crippa

Articolo su quotidiano – https://ilmanifesto.it/elisabetta-antonini-e-alessandro-contini-tra-coscienza-e-musica-larte-e-il-vero-spirito-che-muove-il-mondo

Francesco Ciccarelli per ROMA IN JAZZ

Spesso cerco di chiarirmi un concetto che di frequente si dissolve nel ciarlìo di chi vuol parlare d’arte senza tener conto di cosa realmente significhi il termine.
Memoria filologica: Ars deriva dal Sanscrito, ove assumeva il significato di “andare oltre, produrre e progettare”.
In tal senso l’accezione assunta dai due musicisti è ben chiarita nel loro “ARS IS REVOLUTION”, dove la R viene posta tra parentesi, quasi estrapolata dal sostantivo per isolare il Noumeno “Evolution”, con chiara dichiarazione d’intenti, tanto più se si dedica l’album alle carismatiche fig ure della danza improvvisativa di Pina Bausch, alla narrativa surreale di Dino Buzzati, all’Ordinaria Follia di Charles Bukowsky, all’Afro Beat/Funk di Fela Kuti, allo charme sperimentale di David Sylvian e alla sensibilità ambientalista del fotografo Sebastiao Salgado. Si può scegliere qualcuno che rappresenti in modo più chiaro la volontà d’innovare?
Nella performance si avverte un’urgenza primaria, quella di una sintassi poliglotta di Art Jazz, World e Minimalismo, quadri estemporanei di sfumature visionarie suggestive e avvolgenti declinate in forme soffuse mai assertive, flessuose e oniriche come le voci composte ed evocative della Antonini e del Contini, quasi sempre in duo.
Così è nell’avvolgente plateau sonoro creato da eccellenti partners quali Alessandro Gwis, Michele Rabbia e Nils Petter Molvaer, coadiutori ideali per slittare nella pura percezione dell’atto creativo traslato in sfumature tecnico-espressive emozionanti e lineari, psichiche vorrei dire, dialoganti con interlocutori-fantasma che in realtà vivono – e con audacia – in dodici pièces arrangiate con fermezza intellettuale.
Ci lasciamo andare nell’introspezione della vocalist e del cantante-attore, voci calde e morbide per le trasfiguranti intuizioni alla tromba del ονειροπόλος nordeuropeo Molvaer, incantate nel “Fourth World” di Jon Hassell con Bria Eno: Ars Gratia Artis, sia in senso morale che estetico (i testi di Michael Rosen e della Antonini, la forza espositiva del Revolutionary di Fela Kuti, i versi di Bukowsky e di Sylvian non lasciamo spazio a dubbi) per una performance ispirata al Contemporary e, per mia personale suggestione, alle elettroniche occidentali orientaliste di Ryūichi Sakamoto al di fuori d’ ogni manierismo modernista, come nel solare lirismo della SUITE FOR PINA BAUSCH, nel pungente Afro FOR FELA per il “black president” nigeriano (certo, qui il discorso qui potrebbe ampliarsi ad libitum…), nel crepuscolo dorato del recitativo underground del “maledetto” americano Bukowsky in BLUEBIRD o nel Cielo offuscato alla Marc Chagall di DAMNED OLD MOON.
Francamente è raro che un album sorprenda sino a tal punto…

Francesco Ciccarelli

Recensione album – https://www.romainjazz.it/…/1098-elisabetta-antonini

Claudia Durastanti per INTERNAZIONALE

Rivoluzione e Consolazione

Non so se parlare di R(Evolution) di Elisabetta Antonini e Alessandro Contini sia il massimo del tempismo, nei giorni in cui la parola democrazia si svuota ulteriormente di senso e sono saltati tanti parametri di classe, genere, etnia e religione per spiegare chi fa il fascismo e chi invece no, negli Stati Uniti come altrove. Ma ascoltare il loro singolo For Fela è una sorta di antidoto per ricordarmi (o continuare a illudermi) su quello che so del mondo. Dedicato al musicista e attivista Fela Kuti, il singolo For Fela è un omaggio afrobeat in cui la voce di Kuti appare in una struttura musicale sincretica, illuminata dall’intuito jazzistico di Antonini e Contini.

Il 13 novembre presenteranno R(Evolution), che parte proprio dal principio di Kuti per cui la musica è rivoluzione e non intrattenimento, al Roma jazz festival, insieme al trombettista norvegese Nils Petter Molvær. Per quanto l’esecuzione dal vivo possa dilatare le stratificazioni sonore del disco, va detto che R(Evolution) e già molto aperto. Ed è graziato da brani come Nostalgia, che spoglia la canzone omonima di David Sylvian dagli effetti synth che la rendono un po’ datata, anche se proprio nell’asincronia sta la forza del sentimento nostalgico. Ma è bella la reinterpretazione che ne fanno Antonini e Contini dall’alto della loro esperienza, uno sgocciolamento poetico (riflesso perfino nella musicalità dei loro cognomi) che invita a contemplare le parole. La musica non è intrattenimento, ma che succede quando la rivoluzione più che rottura diventa consolazione?

Claudia Durastanti

Recensione album – https://www.internazionale.it/magazine/claudia-durastanti/2024/11/07/rivoluzione-e-consolazione

 

Elio Bussolino per ROCKERILLA

Che altro è una rivoluzione se non un ulteriore stadio evolutivo nella storia e cultura dell’umanità? Da questa lapalissiana considerazione è nata la profonda ammirazione di Elisabetta Contini e Alessandro Contini per figure che come Fela Kuti, Sebastiao Salgado, Dino Buzzati, Charles Bukowski, David Sylvain e Pina Bausch sono state capaci di produrre vistose soluzioni di continuità nei rispettivi campi artistici. A scaturirne è un sofisticato e mirabile omaggio a quegli artisti, nove composizioni di squisita fattura musicale e non comune spessore poetico che ritoccano i canoni del jazz allargandone lo spettro espressivo a hip hop, elettronica e ambient.

OPERA INCANTEVOLE.

Elio Bussolino

Alessandro Tacconi per OFF TOPIC MAGAZINE

In che modo ha luogo una rivoluzione? Una che contenga le parole umanità e rispetto? Creatività e utopia? Ovvio, si tratta della rivolta di chi impugna le armi dell’arte: un sax, una macchina da scrivere o fotografica, una bottiglia di birra (anzi migliaia!), la propria voce o un paio di piedi nudi pieni di calli e vesciche. Rivoluzionari come Fela Kuti, the father of afrobeat, Pina Bausch, Sebastião Salgado, Dino Buzzati, Charles Bukowski e David Sylvian.
Il nuovo album di Elisabetta Antonini e Alessandro Contini, (R)Evolution, riflette, ragiona e suona intorno al concetto di cambiamento, grazie alle mille sfaccettate dell’arte e dei suoi interpreti. Oggi qui compaiono questi sei, ma chi quanti altri potrebbero stare qui dentro. Tante le ispirazioni e le visioni del mondo create dagli artisti di cui si canta e suona nel CD. Intanto questo nuovo lavoro è frutto dell’unione professionale e umana di Elisabetta Antonini e Alessandro Contini. Che la loro riflessione abbia tratto spunto e ispirazione da esseri umani in apparenza tanto distanti è l’aspetto più intrigante di (R)Evolution.

Come è possibile coniugare il nichilismo alcolista di un Bukowski con la concezione “rivoluzionaria” della danza della Bausch? Come possono stare le immagini spesso crude, così tremendamente concrete, di Salgado accanto al mondo letterario di uno scrittore immaginifico e surreale come Buzzati? Se è arte, e questo album lo è, allora è in grado di assimilare visioni anche molto distanti che si producono nell’anima umana.
Musica e voci portano lontano, si strutturano in raffinate architetture. Gli spazi vengono dilatati grazie all’impiego, sempre estremamente misurato, di synth ed effetti elettronici. Ogni brano produce un particolare stato dell’anima, che guarda alla possibilità di un cambiamento profondo (forse radicale).
È un album tracciato vocalmente dall’esempio di David Sylvian, di cui viene proposta una rilettura di Nostalgia dall’album Brilliant Trees del 1984. In questo caso, l’introduzione dei nostri si sviluppa sul contrappunto delle voci, cui segue l’interpretazione piuttosto fedele all’originale della voce di Alessandro Contini. Alla tromba vi era all’epoca Kenny Wheeler, qui e in altri brani vi è un altro gigante del calibro di Nils Petter Molvaer. Da decenni questo musicista utilizza l’elettronica per ampliare le possibilità espressive del proprio strumento. In diversi episodi di (R)Evolution, ci ha ricordato un altro dei pionieri della musica elettronica applicata proprio alla tromba: Jon Hassel (che peraltro collaborò all’album appena citato di Sylvian! Ah, i fili rossi che vanno, vengono e si intrecciano, individuarne qualcuno, vedere dopo ci portano, che soddisfazione impagabile).
Dicevamo, vocalmente debitori al cantante britannico: misurati, poetici e sperimentali al contempo. Non si eccede in virtuosismi tecnici, preferendo il pathos e la creazione di una precisa atmosfera, che faccia da specchio a quanto afferma il testo.
È il caso, ad esempio, di Paradox. Il brano è la composizione per progressive successioni di parole che compongono la frase, alla fine piuttosto ironica: “I am not afraid of not being afraid”. Questo, peraltro, è l’unico testo composto dalla coppia, tutti gli altri, a parte Nostalgia, sono stati scritti da Micheal Rosen. Saremmo ingenerosi se non citassimo gli altri due preziosi collaboratori di questo album: Michele Rabbia alla batteria e Alessandro Gwis al piano. Entrambi utilizzano anche gli effetti elettronici, arricchendo e implementando le possibilità espressive dei propri strumenti.
Lo ripetiamo, (R)Evolution è talmente misurato e cesellato, che ogni elemento trova il proprio posto senza fatica apparente. Eppure, una volta terminato il terzo ascolto dell’album, ci si rende conto di quanto sia stato calibrato ogni elemento al millesimo, nonostante vi siano anche parti improvvisate. Evoluzione costante per promuovere una rivoluzione che non sia dirompente, ma profonda e permanente. Album oltre-confine: oltre il jazz, oltre il pop, oltre l’ambient, oltre la musica elettronica.

Alessandro Tacconi

Recensione album – https://offtopicmagazine.net/2024/12/09/elisabetta-antonini-e-alessandro-contini-revolution/

Ernesto D'Angelo per BUSCADERO

Disco assolutamente sorprendente questo (R)Evolution di Elisabetta Antonini e Alessandro Contini, voci piuttosto sperimentali del nostro panorama jazzistico (ma meriterebbero platee assai più ampie) che offrono un blending sonoro di supremo fascino dove un certo minimalismo, un uso intelligente dell’elettronica, strutture sonore che rimandano a Bjork e Hector Zazou (chi se lo ricorda?) nonché amore sviscerato per un jazz di marca impressionistica, divengono un unicum di sicuro incanto. La Antonini, che nel 2014 vinse il Top Jazz come nuovo talento, è vocalist solida con alcuni album notevoli alle spalle; Contini, dal canto suo, è un talento multiforme, con numerose esperienze che lo hanno portato a cimentarsi tanto coi madrigali quanto col jazz e a collaborare tanto con Morricone quanto con Bussotti. Tornando al disco, a parte i due leader che si dividono equamente le parti vocali e i live effect, della partita sono pure Alessandro Gwis (pianoforte ed effetti elettronici) e Michele Rabbia (batteria, percussioni, interventi elettronici), più un super-ospite come il trombettista norvegese Nils Petter Molvar, che oltre a offrire pennellate illuminanti col suo strumento da pure lui una mano nei live effect. Il disco si apre con Genesi, che pare mettere assieme Jon Hassell, i canti mongoli degli Shude, il Bobby McFerrin più orchestrale e una tribalità di impronta elettronica che rammenta gli ultimi CAN. A seguire, la vaporosa e delicata Suite For Pina Bausch, dedicata alla grande e compianta coreografa, esempio di raffinatezza al suo massimo con quel soffuso lirismo inoculato sin dall’inizio dal buon Molvar, e poi sviluppato da Gwis e ornato a dovere da Rabbia, ingredienti di un arrangiamento che potrebbe benissimo appartenere a un Vince Mendoza più ambient. Dedicata, ovviamente, a Fela Kuti è For Fela, caratterizzata dai campionamenti di alcune frasi significative dell’impegno politico del grande maestro nigeriano, humus necessario allo svolgimento del brano che, va detto e ribadito, brilla pur’esso per la classe degli essenziali e gustosi disegni vocali dei due leader, per il perfetto incunearsi della tromba e per le magnifiche trame pianistico-effettistiche. Sofisticata è Sebastiao (tributo al grande fotografo brasiliano Salgado), in cui le voci di Contini e della Antonini si stagliano per efficacia in un interpretazione cesellata a dovere ancora dal solito Molvar e retta dal tappeto meraviglioso di Gwis. Davvero sorprendenti, poi, i due omaggi letterari. In primis Bluebird, titolo della più rivelatrice poesia di Charles Bukowski sulla difficoltà di essere se stessi («there’s a bluebird in my heart that wants to get out / but I’m too tough for him»), pezzo dal groove e dal mood apparentemente algidi, ma poi capace di mutarsi in un piccolo capolavoro di nu-jazz. Poi I Now Recall, rendition poetico-musicale di uno dei sessanta racconti più belli di Dino Buzzati, ossia Inviti Superflui, dove il canto della Antonini, accarezzato dall’intreccio soave dei tre musicisti, traspone nel mondo dei suoni quelle tracce di desiderio che sussurrano speranza a cuori distratti. Se poi Paradox ossessivamente reitera le incertezze del temere e non temere su una base electro-jazz distante e glaciale, Damned Old Moon sembra al contrario emergere dai tormentati sogni di Nick Cave o del Tom Waits più ruvido. Il brano è caratterizzato da un piano inquietante che segna profondamente il sound, accompagnato dall’intensa interpretazione di Contini, intrecciata al macramé vocale di Antonini e arricchita dalla raffinata trama sonora tessuta da Gwis e Rabbia. Termina l’opera Nostalgia di David Sylvian, brano cardine di quell’album strabiliante che fu Brilliant Trees (1984): anche qui i vocalismi ritmici, le percussioni appena sfiorate, la tromba dal mèlos permeante, l’impagabile apporto effettistico e il convincente canto di Contini fanno di questa versione il gioiello nascosto del disco. Per concludere, va detto che la riuscita di questo lavoro si deve pure ad altre due persone: Michael Rosen, che ha scritto dei magnifici testi in cui intrecciano benissimo poesia, impegno civile e descrizione narrativa, e l’ingegnere del suono Stefano Amerio che ad Artesuono fa meraviglie. Un album italiano assolutamente meritevole di essere accolto e apprezzato ovunque: una «rivoluzionaria evoluzione» del cammino artistico di due musicisti notevoli.

Ernesto D’Angelo

Fabrizio Montini Trotti per BENANDANTI - Intervista Audio

Un viaggio musicale tra Arte e Rivoluzione

(R)Evolution, l’ultimo progetto di Elisabetta Antonini e Alessandro Contini, è un’opera che intreccia jazz, elettronica e poesia, ispirandosi a grandi figure rivoluzionarie come Fela Kuti, Pina Bausch, Sebastiao Salgado, Dino Buzzati e Charles Bukowski: un omaggio ai visionari che, attraverso l’arte, hanno trasformato la società, con un concept che celebra il binomio evoluzione-rivoluzione.
(R)Evolution esplora il tema dell’evoluzione personale e collettiva attraverso elementi minimalisti, elettronica sofisticata e improvvisazioni creative. Testi evocativi di Michael Rosen e l’apporto di musicisti come Michele Rabbia (percussioni) e Alessandro Gwis (pianoforte ed elettronica) arricchiscono il progetto e la straordinaria partecipazione dell’eclettico trombettista norvegese Nils Petter Molvaer. Durante questa intervista, ci racconteranno come è nato il progetto, le collaborazioni che lo hanno reso unico e l’eredità culturale che desiderano trasmettere con (R)Evolution.

Elisabetta Antonini, vincitrice del Top Jazz 2014 come miglior nuovo talento, è una cantante e compositrice raffinata, nota per i suoi album come “The Beat Goes On” e per le collaborazioni con artisti di fama internazionale. È anche docente di Canto Jazz in diversi conservatori italiani.

Alessandro Contini è un artista poliedrico, che spazia dalla musica antica a quella contemporanea, combinando teatro-canzone, composizione e performance. Ha lavorato con artisti del calibro di Ennio Morricone e Bruno Tommaso, e il suo percorso artistico si distingue per una profonda ricerca espressiva e culturale.

Fabrizio Montini Trotti

Intervista audio – https://benandanti.it/un-viaggio-musicale-tra-arte-e-rivoluzione/

Piergiuseppe Lippolis per MUSIC MAP

“(R)Evolution” è il titolo scelto da Elisabetta Antonini e Alessandro Contini per il loro nuovo album, impreziosito dalla presenza del trombettista norvegese Nils Petter Molvaer.

Ispirato dalla poetica di una delle leggende della musica africana come Fela Kuti, dalla fotografia di Sebastiao Salgado, dagli scritti di Dino Buzzati e Charles Bukowski, ma anche dalla musica di David Sylvian e dalla coreografa Pina Bausch, il disco intende rappresentare una sorta di omaggio a tutti gli artisti rivoluzionari.

A “(R)Evolution” hanno partecipato anche Michele Rabbia (batteria) e Alessandro Gwis (piano), contribuendo alla definizione di un prodotto che rimane all’interno dei confini del jazz, ma che si avventura nelle sue traiettorie più moderne, incorporando elementi di elettronica e flirtando in diversi passaggi anche con sensazioni ambient.

In questo senso, paradigmatica è l’esperienza di “For Fela”, pubblicato anche come singolo e già chiarissimo negli intenti: jazz ed elettronica, la ricerca di un senso di essenzialità che cela come può tutte le intuizioni compositive di un sound molto più complesso di quanto non dicano le sue architetture al primo ascolto.

C’è, però, anche campo per soluzioni improvvisate in “(R)Evolution”, un disco che conosce i suoi picchi in brani come “Damned Old Moon”, dalla delicatezza struggente, e nelle lievi note acidule di “Sebastiao”. “(R)Evolution” è un lavoro denso di significato e di grande qualità: non scopriamo oggi il talento dei protagonisti, ma l’omogeneità e l’equilibrio di quest’album sono un elemento comunque tutt’altro che scontato.

Piergiuseppe Lippolis

Recensione album – https://www.musicmap.it/recdischi/ordinaperr.asp?id=11211

Alceste Ayroldi per MUSICA JAZZ

«[R]Evolution». Intervista a Elisabetta Antonini

Nuovo disco per la cantante, bandleader e compositrice romana. Ne parliamo con lei. Di seguito un breve estratto dell’intervista che sarà pubblicata prossimamente sulla rivista Musica Jazz.

1. Buongiorno Elisabetta. Fela Kuti, Sebastiao Salgado, David Sylvian, Charles Bukowski, Pina Bausch, Dino Buzzati. Una dedica alla poetica, come tu dici, «rEvoluzionaria». Come è nata questa idea?
Mi piace l’idea di scrivere musica attorno ad un concept, un tema, un’idea, un personaggio, uno scenario. Dal tempo di The Beat Goes On il mio precedente album che ruota attorno alla poetica dei Beat, dove ho musicato poesie, interviste, reading e stralci di romanzi, mi viene naturale se non necessario prendere ispirazione da qualcosa che abbia acceso in me una riflessione, sollecitato un interrogativo, sorpreso, incantato. Alcuni di questi personaggi abitano nel mio mondo da tempo, altri li ho conosciuti meglio recentemente e mi hanno profondamente colpito per l’attualità, la bellezza del loro lavoro, la visione con cui si sono espressi nella loro arte che va molto oltre il linguaggio per cui sono noti. L’intento, condiviso con Alessandro Contini con cui ho scritto ogni passaggio di questo lavoro, è stato quello di cercare di trasfigurare in musica la potenza della loro arte, di riportarne le più sottili sfumature. e nel farlo ci è sembrato che il termine [R]Evolution sintetizzasse perfettamente il potenziale salvifico dell’arte che può squarciare, muovere le cose, trasformare, aprire verso dentro e verso fuori, spingere all’azione, al contatto, allosguardo nuovo.

2. L’arte ci consegna tanti rivoluzionari-evoluzionari. Perché hai scelto proprio questi?
Sono alcuni dei personaggi che abbiamo scelto di celebrare ma senz’altro per noi i più significativi per la grandezza del messaggio che a noi è emerso nel fruire della loro arte. Ci sembra che la loro opera sia in urto con il nostro tempo e ci indichi una strada possibile, ci dica chiaro e forte quanto sia importante il caos interiore, il silenzio, l’ascolto, l’incanto, il contatto autentico, la verità, l’impegno, la contemplazione, la lentezza, il paradosso. Così Sebastiao Salgado che utilizza le sue opere fotografiche per compiere la sua missione di favorire consapevolezza sociale e il suo impegno ambietalistico, o Fela Kuti che utilizza la musica per denunciare senza filtri la grave situazione di sfruttamento e sottomissione a cui è sottoposto il suo popolo, o Pina Bausch che attraverso le sue opere restituisce l’umanità e l’esistenza in tutte le sue tragiche contraddizioni dicendoci quanto il corpo, e non le parole, esprimono la verità, o Buzzati che ci ricorda quanto siano necessari il sogno e l’illusione di fronte all’indecifrabilità delle cose, o Bukowski che racconta il dramma dell’uomo moderno, troppo spesso costretto a rinunciare alla propria autenticità e all’espressione emotiva. Sono tutti temi estremamente moderni e, per me e Alessandro Contini, centrali.

3. Ti senti un rivoluzionaria o un’evoluzionaria?
La parte rivoluzionaria di me che c’è in questo lavoro sta nell’essere andata verso una direzione musicale per me nuova, diversa dal passato e dal linguaggio jazzistico che più ho frequentato, e forse tradizionalmente diversa da quanto si immagina associato ad una vocalità jazz. Senza deciderlo ma seguendo l’istinto creativo mosso dalle tematiche ispirate da questi grandi personaggi, ne è scaturita una musica fluida, corale, interlocutoria, dove la voce non è protagonista ma quasi un elemento fuori campo che emerge a ondate, è parte di un moto continuo, inarrestabile e sempre diverso.
Rivoluzionario è stato decidere di andare verso una musica liquida, un flusso di coscienza, una successione di ambientazioni sonore in continua dissolvenza, quasi delle suite volte ad evocare più che raccontare, con stratificazioni sonore, tutte estremamente pensate e ricercate.
Questo per me è rivoluzionario e al tempo stesso parte di una inevitabile e profonda evoluzione avvenuta nel realizzare questo lavoro. [R]Evolution, l’espressione che abbiamo utilizzato proprio per unire questi due significati, in qualche modo affini e complementari.

4. Cosa significa per te essere rivoluzionario e dove risiede l’evoluzione?
La rivoluzione e l’evoluzione per me sono percorsi e processi personali, interiori, persino silenti eppure molto potenti. Non c’è un cosa ma un come. Provo a rispondere dicendo che per me come artista l’autenticità, la fedeltà a se stessi, saper proteggere la propria natura e nutrire la propria sensibilità, sono la cosa più difficile e quindi più alta evolutivamente parlando e la più rivoluzionaria oggi.

5. La musica del Terzo Millennio (non solo jazz) è in evoluzione o devoluzione?
Non posso esprimermi su questo, tendo generalmente a cercare più nel passato che nel presente, ma in fondo l’evoluzione contiene tutto, prevedere oscillazioni e reflussi, comunque necessari.

6. Il libro, il disco, il film che hanno rivoluzionato la tua vita…
Kind of Blue penso sia il disco che porterei diciamo sull’isola deserta perchè non solo raccoglie i musicisti più espressivi e influenti per me ma è una grandissima lezione di coraggio, un’inversione di marcia inaspettata, sconcertante e seduttiva, un gesto artistico senza precedenti e senza rete di protezione che tuttavia ha conquistato tutti, frutto di una visione quasi mistica della musica che è ciò che inseguo e che mi coinvolge di più.
Difficilissimo scegliere il libro perchè il valore della lettura dipende dal momento che si sta vivendo. Posso dire che uno dei libri più emozionanti che ho letto recentemente è La Storia di Elsa Morante. Le vite dei suoi piccoli grandi personaggi mi hanno abitato e ossessionato per settimane, li ho cercati nelle strade della mia città, li ho raccontati e pianti per giorni.
Per il cinema è ancora più difficile, amandolo molto, tendo a vedere molte volte quello che mi è piaciuto e ha smosso qualcosa. Direi La Strada di Fellini. Il personaggio di Gelsomina e di Zampanò sono una sintesi indimenticabile, poetica e struggente del circo della vita.

7. Tu e Alessandro Contini come avete agito dal punto di vista compositivo?
Questa è la nostra prima esperienza condivisa e nonostante all’inizio non avessimo idea di dove ci avrebbe portato questa collaborazione, siamo arrivati ad un album compiuto con musiche scritte interamente da noi (tranne il brano di David Sylvian) partecipando ad ogni fase in modo naturalmente paritario e perfettamente allineato.
Nella scrittura, il nostro proposito era quello di trasfigurare alcuni temi che ci erano sembrati di forte ispirazione, come il ritmo della natura e i suoi cicli sempre uguali e sempre diversi, il tempo interiore, la propulsività della danza, il sussulto rabbioso, la vertigine malinconica, l’iperbole del desiderio e dell’immaginazione, l’ampiezza del silenzio, la profondità dello sguardo, il caos e la trasformazione.
Nel far questo abbiamo richiamato alcuni riferimenti musicali condivisi negli anni che meglio di tutti sembrassero offrirci i codici espressivi approppriati, come il minimalismo, l’ambient, alcune espressioni di musica vocale contemporanea, il pop inglese sperimentale, alcune suggestioni afro, e abbiamo operato la nostra trasfigurazione musicale partendo da incroci ritmici e cellule melodiche, attorno alle quali poi abbiamo costruito tutto il resto. Ci è sembrato naturale dare alle nostre composizioni una forma libera o irregolare, lontana dallo schema canzone, più simile alla suite.

8. Hai cooptato in questo progetto Nils Petter Molvaer. Perché proprio lui?
Nils Petter Molvaer è da sempre un musicista che amiamo per il suo modo di suonare il silenzio, lo spazio, precise sfumature di colore, precise tinte emotive, e per la sua capacità minimalistica di dire tanto con poco, di scegliere direi quasi, la parola giusta, di saper essere una perfetta sintesi tra passato e contemporaneità, tra genesi e avanguardia. Col suo suono, ancestrale e moderno, riesce a dare ad ogni nota un peso significativo e potente, e questo avviene nella sua musica e nella nostra, con grandissima gioia per noi.

9. Parliamo anche degli altri tuoi compagni di musica in questo disco?
Alessandro Gwis è ormai la mia terza mano, la collaborazione più longeva, presente fin dal mio primo disco Un Minuto Dopo, dove già era evidente la sua personalità artistica, lo spessore della sua formazione, la visionarietà nel suo approccio allo strumento grazie all’uso di una strumentazione elettronica originale, qualcosa per cui oggi è unico e immediatamente riconosacibile.
In [R]Evolution ha dato un contributo fondamentale, è stato il nostro interlocutore nella fase di ricerca con cui abbiamo condiviso ascolti, riflessioni, intenti. Ha lavorando in perfetta sintonia con le voci, dipinto ogni paesaggio sonoro con delicatezze assolute, cercato soluzioni nuove e usato l’elettronica in modo sorprendente, proponendo raffinatezze formali e armoniche che hanno valorizzato moltissimo la nostra scrittura.
Michele Rabbia ha portato la sua dimensione mistica, il suo modo senza compromessi di farsi suono, di essere suono, un suono largo, profondo, siderale, pura vibrazione del mondo. Temevamo non fosse interessato a partecipare ad un contesto musicale strutturato come il nostro, ma fortunatamente ha accettato di far parte di [R]Evolution e ha fatto crescere molto il progetto, ne ha aperto gli orizzonti, ne ha allargato le prospettive.
Alessandro Contini è il mio compagno nella vita e questa volta anche nella musica. Ha del miracoloso per noi essere riusciti a creare qualcosa di nostro che sintetizza esperienze musicali tanto diverse e che tuttavia sembra essersi realizzato con grande coerenza, naturalezza e fluidità, con un perfetto allineamento nelle scelte musicali, ispirazioni, preferenze stilistiche e intenti compositivi.
E’ stato bellissimo dare una nuova voce alle nostre voci, trovare nuovi modi di farle cantare e nuovi posti in cui farle risuonare e intrecciare, esprimerci in assoluti azzardi attraverso gli innumerevoli poliritmi, contrappunti, canoni, cluster che farciscono questo lavoro.

10. Elisabetta, era da tempo che mancava un tuo disco. Cosa è successo in questi anni?
Mi piace pensare ai miei lavori discografici come frutto di una necessità espressiva, che può rimanere per diverso tempo silente e che una volta che emerge, porta a una fase di ricerca spesso lenta e impegnativa. Preferisco concentrarmi su pochi lavori ma importanti.
[R]Evolution è uno di questi, viene dopo un periodo molto attivo sul piano del live a cui è seguito un periodo di osservazione, ascolto, riflessione e chiusura in cui ho sentito il bisogno di capire quale direzione musicale prendere, e piano piano ho cominciato a scrivere pensando a un progetto a due voci, ma il processo creativo ha avuto una lunga gestazione, sia a livello sia compositivo che di realizzazione.
Abbiamo scelto di incidere [R]Evolution presso lo studio di Stefano Amerio a Udine, noto per essere un ingegnere di ripresa e missaggio fuori dal comune, sapendo che solo così avremmo potuto trovare la raffinatezza e la qualità tecnica che ci sembrava necessaria per questo lavoro, e tutto ciò ha richiesto tempi lunghi, oltre che per registrare, soprattuto per post produrre e mixare un materiale così complesso.
Inoltre, abbiamo avuto bisogno di far uscire l’album nel momento giusto, rimanendo per diverso tempo in attesa di pubblicazione, anche per le difficoltà che possono presentarsi quando si è degli artisti indipendenti.

11. Questo tuo nuovo progetto come si inserisce nei tuoi obiettivi artistici?
Al momento è il progetto da cui mi sento più rappresentata, in cui mi sono messa in gioco come autrice, arrangiatrice, produttrice, visual artist, oltre che interprete, perseguendo un’estetica per me nuova, su un orizzonte di azione più ampio in cui la musica si fonde a contenuti artistici, sociali, letterari, visivi, oltre che personali e intimi.

12. Quali sono stati i momenti migliori e quali i peggiori della tua carriera artistica?
I momenti migliori sono sempre gli ultimi perchè sono quelli che più mi corrispondono e sono il frutto della mia evoluzione che voglio immaginare infinita e continua.
I peggiori sono quelli in cui mi sono preoccupata più dell’opinione degli altri e in cui non sono riuscita a sentire la forza delle mie idee, a rispettare la mia natura, per cui è sopraggiunto il blocco creativo, la paura di non avere più nulla da dire. Eppure quelli sono anche stati i momenti più preziosi, in cui guardarmi dentro, provare a rispondere a delle domande ineluttabili.

13. Quali informazioni o consigli avresti voluto ricevere ma non hai ricevuto (e hai dovuto imparare per tentativi ed errori o sul campo)?
Avrei voluto ricevere una formazione musicale fin dalla mia tenera età senza dover aspettare l’età adulta e l’autonomia economica. Imparare da piccola avrebbe facilitato moltissimo tutte le cose importanti, tecniche, espressive e concrete di questo magnifico ma difficile mestiere della musica.

14. A che età hai capito che volevi fare della musica la tua vita e la tua professione?
Pur avendo fatto sempre parte della mia vita, fin da quando ero minuscola, la musica è diventata il mio lavoro dopo anni di studi dedicati alla Psicologia Clinica, un percorso che per un periodo è stato parallelo alla mia formazione musicale e alla carriera che stavo piano piano avviando. Poi, a 27 anni, ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla musica, direi al jazz, ed è l’unico lavoro che ho sempre fatto, in qualità di artista e didatta.

15. Ti sei mai pentita di questa scelta?
Mai. Ogni giorno della mia vita penso di essere una privilegiata per potere impegnare tutto il mio tempo nella cosa che amo di più e vivo in un profondo e costante senso di gratitudine.

16. Ti è mai venuto in mente di lasciare l’Italia?
No. So che in molti paesi del mondo alla musica e alla cultura viene riconosciuto un valore maggiore che in Italia, che possono presentarsi opportunità più vantaggiose ai musicisti, che si possono ottenere sostegni statali e avere accesso a contesti, referenti, fondi in modo più agile e trasparente, ma amo l’Italia e penso che qui ci sia un ottimo livello di musicisti.

17. Quali sono alcune delle tue canzoni preferite da cantare e quali sono quelle più difficili da cantare (sia emotivamente che strumentalmente)?

18. Quando scegli i musicisti con cui collaborare, quali sono i difetti che metti al bando?

Il bello di questo lavoro è proprio la possibilità di entrare in contatto con un materiale umano diversissimo, perciò, nel bene e nel male tendo ad avere un atteggiamento aperto. Certo lavoro con difficoltà quando ci sono comportamenti verbali e non verbali arroganti o poco rispettosi per la persona oltre che per la musica.

19. Qual è stata la tua performance che giudichi migliore e qual quella che giudichi la peggiore?
Fare musica dal vivo significa esporsi quasi senza filtri, mettere sul piatto quello che si è, quello che si sente, si cerca e si vuole dare e dire, è qualcosa che richiede molto coraggio, capacità di contatto e di distacco, una visione matura di se e della musica. Bisogna quindi essere indulgenti con se stessi, avere consapevolezza e ricordarsi quali sono i motivi profondi per cui si è scelto di cantare, di essere dei performer.
Come dice Pina Bausch, è importante non come ci si muove ma cosa ci fa muovere. Se si sviluppa questa consapevolezza, e serve forse tutta la vita per riuscirci, ogni performance può essere significativa e perde di importanza il risultato, la necessità di sentirci migliori o peggiori.

20. Quali sono i tuoi prossimi obiettivi e i tuoi prossimi impegni?
Il mio obiettivo attuale è portare dal vivo [R]Evolution più possibile e stiamo programmando gli impegni per la prossima estate.
Siamo sinceramente orgogliosi di questo lavoro che abbiamo presentato per la prima volta da poco nell’importante cartellone del Roma Jazz Festival all’Auditorium Parco della Musica e non vediamo l’ora di ripetere l’esperienza. Sarebbe bellissimo poter fare i concerti con la partecipazione dei grandi Michele Rabbia e Nils Petter Molvaer, ma siamo orientati a pensare a questo come un progetto modulare, che possa funzionare anche in formazione ridotta o, se ce ne sarà l’opportunità, includere eventuali nuovi collaboratori.

Alceste Ayroldi

Intervista – https://www.musicajazz.it/intervista-elisabetta-antonini/

INTERVISTE

Note di copertina di Maria Pia De Vito

“Quando, ormai qualche anno fa, sentii cantare Elisabetta per la prima volta, accompagnandola al piano su uno standard jazz, pensai che quella era un’allieva speciale: aveva già un bel di fraseggio, un suono coerente, una grande passione per gli standard del jazz… ma il suo obiettivo andava ben oltre se stessa e il suo successo. Aderì totalmente alla mia filosofia, alla cosa banale e brutale che dico da sempre ai miei allievi: per essere cantante di jazz, in pieno godimento delle tue prerogative, devi essere una musicista completa. Suonare il piano, conoscere l’armonia, conoscere la tradizione del jazz, essere consapevole della contemporaneità musicale in tutte le sue forme, scrivere i tuoi brani, o almeno rileggere ciò che interpreti. E, nel tempo, trovare la tua voce.

La sua modestia e la sua caparbietà hanno fatto di lei nel giro di pochi anni una insegnante capace, una cantante raffinata ed una compositrice ed arrangiatrice di talento, come potrete sentire in questo suo primo lavoro discografico, molto atteso da me e dai tanti colleghi che la conoscono e la stimano.

Un minuto dopo è un primo disco straordinariamente maturo, pieno di cura e di invenzioni compositive, esaltate dalla scelta di un organico drumless, e da due compagni di viaggio quanto mai adatti a questo compito: Alessandro Gwis, a suo agio su ritmiche complesse, latine e non, quanto su atmosfere spaziose, col suo tocco impeccabile e risonante, e le sue pennellate elettroniche discrete e stranianti; e Gabriele Coen, col suo clarino bruno e pastoso, a suo agio nel ruolo ritmico quanto in quello solistico, nell’improvvisazione melodica che in quella umoristico-rumoristica.

Infine, ospite d’onore, il meraviglioso Paul Mc Candless, il cui inconfondibile, siderale oboe apre il disco, con un intro lirica su “Cerco il mare”, prima notevole composizione di Elisabetta. Ma troverete poi ”Lungo la strada”, “Un minuto dopo” (ascoltate che delizia il solo di Gwis, che interrompe il flusso ritmico, suggerendolo e richiamandolo a contrasto nelle ottave alte del piano, e l’ingresso rilassato e mellifluo di Coen… una gioia nella gioia), brani che mostrano la sua destrezza melodico -ritmica, soluzioni armoniche mai scontate o prevedibili. E poi La Ballata dell’Alfiere, e Out of the rolling Ocean, splendida interpretazione in musica di una poesia di Walt Whitman, mostrano d’altro canto la sua conoscenza di quella scuola di jazz europeo che trova in Kenny Wheeler uno dei fari, col suo uso sapiente di melodia e contro-melodia, …e che lusso favoloso avere l’oboe di Mc Candless, a sostenere e colorare con la sua classe infinita le delicate campiture sonore descritte dalla voce.

Ma Elisabetta è capace anche arrangiamenti complessi ed originali. Chi accosterebbe l’originale Leo Rising di Frank Foster a questa rilettura fuori dalle cornici del fastbop? Il trattamento cui Elisabetta lo sottopone ne impreziosisce gli aspetti melodici, e ne esalta i fraseggi velocissimi donandogli un fondale spazioso, in cui i suoi magnifici compagni di viaggio, intessono una trama preziosa allo splendido assolo al soprano di Mc Candless. E infine la rilettura di quattro brani del nostro grande Enrico Rava, melodie a molti di noi care, e conosciute da tempo, che godono di una luce differente, nelle interpetazioni sentite di Elisabetta sui testi profondi e immaginifici della autrice Marina Tiezzi. 

Una vocalità precisa, delicata e autorevole allo stesso tempo, che accarezza le note e le parole. L’intonazione impeccabile, il colore soffiato delizioso, che ritroviamo infine in Alice in wonderland, che chiude dolcemente questo disco denso con un omaggio agli standard del jazz che ben conosce ed ama.

“Un minuto dopo“ è il primo passo nella carriera artistica di Elisabetta, che prevedo – e le auguro – sia lunga e fruttuosa. Ecco un primo ritratto di una artista in continua evoluzione e ricerca. Enjoy”

Intervista Elisabetta Antonini a cura di Raffaella Ceres

Abbiamo avuto il piacere di intervistarla e la sua lunga e bella chiacchierata ci ha fatto scoprire un amore per la musica e la cultura della beat generation che si è reso concreto grazie al suo originale progetto artistico che non smette di entusiasmare.

Elisabetta Antonini ha presentato recentemente presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, il suo “The Beat Goes On” ed è stato un sold out per una serata dedicata alla musica ed alla letteratura.

Questo aspetto multidisciplinare del lavoro della brava Elisabetta Antonini è il frutto di un’attenta ricerca che l’artista ha compiuto e che, ci permette un ascolto più consapevole del disco stesso.

 

“The Beat goes on” e girerà tutto il mondo! Possiamo iniziare così la nostra intervista? Un album che promette grandi soddisfazioni Elisabetta e che a nostro parere, merita una particolare attenzione.

Come ci si sente ad essere il Miglior Nuovo Talento secondo quanto votato dalla critica nel referendum della rivista Musica Jazz?

Questo premio arriva inaspettato sebbene sperassi che il mio disco suscitasse una discreta attenzione da parte della critica. Mi sorprende abbiano voluto premiare me come Miglior Nuovo Talento ben sapendo quanti giovanissimi virtuosi siano ogni anno in lizza. Voglio quindi considerare la vittoria del Top Jazz come un riconoscimento al mio ruolo di musicista più che di cantante, un premio artistico alla mia creatività, per aver progettato qualcosa che ambisce ad essere di fuori dagli schemi e per aver combinato in modo personale jazz e poesia.

Inoltre, il fatto che la critica abbia incoraggiato un lavoro che si ispira alla poesia, peraltro fortemente suggestiva e inquieta come quella della Beat Generation, mi fa pensare non solo che ci sia ancora un interesse vitale verso il mondo e la cultura beat, ma che sia ben apprezzata l’occasione in cui il jazz si faccia veicolo e canale espressivo di contenuti.

 

Sei la prima artista italiana che l’etichetta inglese, Candid Records, inserisce nel suo catalogo. Come ci si sente?

La collaborazione con Alan Bates è nata sotto una buona stella perché ho spedito a lui e ad un manipolo di produttori stranieri il mio The Beat Goes On, nell’idea che un prodotto di ispirazione letteraria in lingua inglese avrebbe convinto maggiormente all’estero, ma ho fatto questo senza avere alcuna previsione o aspettativa. Quando già ero sul punto di firmare con una etichetta italiana, Alan mi ha chiamata diverse volte attratto dalle soluzioni musicali ed espressive che avevo scelto per il disco di cui voleva conoscere i dettagli, e ha voluto che firmassi con la Candid a tutti i costi, ripagandomi col suo interessamento di tutto lo sforzo non solo creativo che avevo fatto fino a quel momento. Mi sento fortunata ad avere alle spalle un produttore di tale esperienza e lungimiranza, che gode di tanto rispetto nell’ambiente discografico delle etichette indipendenti. Ha prodotto grandissimi artisti e musicisti che ho sempre ammirato. Persino Thelonious Monk ha fatto il suo ultimo disco con la Candid!

 

Parliamo prima un pochino di te e della tua passione per la musica. Cosa ha rappresentato questo tuo percorso di vita e di artista

Posso dire che se l’istinto verso la musica è stato precoce ed evidente fin da quando ero minuscola, il mio percorso verso una vita da musicista è stato lungo, tormentato e tortuoso. Come tanti altri ho intrapreso degli studi in un altro campo portandoli avanti insieme a quelli musicali, per poi scoprire dopo anni, che non avrei potuto in alcun modo rinunciare alla musica, per nessuna professione al mondo. Questo taglio netto ha contribuito a fare di me una musicista volitiva e determinata, che agisce sotto il segno della ricerca e della concretezza, che vive in maniera totalizzante qualcosa che per lungo tempo ha solo desiderato. La musica mi confronta continuamente con i miei limiti ma al tempo stesso accende uno slancio enorme verso il loro superamento, e questa per me è una condizione di vita assolutamente privilegiata.

 

Perché, secondo te quello della Beat Generation è stato un tempo unico? Credi possa esistere un momento sociale e musicale più contemporaneo in grado di ricalcare quella sensibilità sociale? 

Credo che molti dei contenuti dei beat abbiano senso oggi e ci ricordino l’importanza di rifuggire l’omologazione, la globalizzazione, l’appiattimento culturale, la schiavitù verso la società consumistica e narcotizzante, per tornare ad una spontaneità e ad una unicità che ha in se il senso più profondo della libertà e della dignità umana, spesso percepite come destabilizzanti e perciò spaventose. E’ molto diverso il contesto culturale però in cui questi contenuti possono oggi risuonare o nella migliore delle ipotesi sedimentarsi. Sulla scia del movimento controculturale che la Beat Generation ha avviato, i giovani degli anni ’60 erano ormai pronti per una rivoluzione culturale e soprattutto erano uniti nella speranza di poter cambiare il mondo. Oggi siamo approdati ad un individualismo esasperato, non è pensabile sentirsi parte di qualcosa o muoversi con un intento comune. Anche musicalmente si è giunti a fenomeni artistici di grande spessore e valore culturale che spesso si perdono nel mare magnum proposte, affossate da un consumo e da una comunicazione troppo veloci e distratte, che impediscono a mio avviso l’emergere di un movimento di massa di quelle proporzioni.

 

Il tuo disco riunisce anche una bella squadra di artisti del jazz italiano. Come sono nate le diverse collaborazioni? Puoi presentarci i tuoi compagni di viaggio? 

I miei compagni di viaggio sono stati accuratamente scelti e volutamente assemblati anche se non avevamo mai lavorato assieme. Luca Mannutza, al pianoforte, è tra di loro l’unico col quale avevo una collaborazione aperta, mentre gli altri, Francesco Bearzatti al sassofono tenore e al clarinetto, Paolino Dalla Porta al contrabbasso e Marcello Di Leonardo alla batteria, sebbene mi fossero noti per il loro approccio creativo e la loro personalità artistica assolutamente inconfondibile, sono stati una felice “prima volta”. Non avevo dubbi sul fatto che si sarebbero lasciati coinvolgere dalle atmosfere di queste poesie beat, cariche di vissuto e così dissacranti, ma mi sono sorpresa per la grande sensibilità che hanno dimostrato nel sintonizzarsi al mood poetico e per l’intensità espressiva del gruppo, oltre che di ciascuno di loro, sebbene non avessero mai suonato quel materiale.

 

Molti dei brani proposti nell’album sono originali e scritti da te. Quanto ti ha impegnato questo progetto, quando compone Elisabetta e cosa vuole raccontare con la sua musica? 

La parte creativa è la fase che di questo lavoro mi ha coinvolto maggiormente dal momento che ho dovuto dare una precisa struttura al lavoro, scegliere il materiale poetico, gli inserti audio d’epoca con le voci dei vari beat e decidere come accostare tutto questo alla musica. Questo mi ha permesso di esprimermi totalmente nella scelta dei temi, dei contenuti, delle atmosfere, dei luoghi da evocare, dei personaggi da richiamare, e ha fatto si che molto naturalmente decidessi di scrivere la maggior parte delle tracce del disco per trovare una corrispondenza musicale a questi scorci sulla Beat Generation. E’ stato inoltre inevitabile ma altrettanto creativo, decidere di inserire anche della musica non mia che avesse però un importante valore all’interno del progetto e del mondo dei Beat. Nei miei lavori, sia da interprete che da compositrice, mi muovo sempre con il proposito di suggerire dei mondi, evocare immagini, stati emotivi, accompagnare l’ascoltatore in un viaggio visionario, quasi cinematografico, attraverso le storie e i personaggi che racconto.

 

Cosa ti ha fatto innamorare del jazz e del movimento della Beat Generation? 

Amo il jazz da molto prima di conoscere la Beat Generation, per la libertà stilistica che gli è propria, per il carattere confidenziale, spontaneo, condiviso che ha ogni progetto musicale jazz e per la forza espressiva e l’unicità dei suoi protagonisti, portavoci di un mondo e di un’epoca che mi affascinano incredibilmente.

La Beat Generation arriva molto dopo nel mio percorso, prima dalla lettura di qualche romanzo e poi attraverso un omaggio a Fernanda Pivano, traduttrice, amica e confidente di questi poeti, in cui decisi di accostare della musica ad alcuni passi della produzione beat che mi avevano profondamente colpito. Quando ho deciso di occuparmi di un nuovo progetto discografico ho sentito il richiamo di quelle poesie, il desiderio di riproporle attraverso il mio sguardo, e di congegnare un vero e proprio omaggio a questa pagina di letteratura americana e ai suoi protagonisti tanto leggendari.

 

Il tuo è un lavoro che potremmo definire sperimentale perché contenitore a sua volta di molti linguaggi sperimentali. Dalle tecniche sonore utilizzate, alle poesie dalle quali hai tratto spunto.

Si legge di te che credi nella “consapevolezza dell’uso della tecnologia al servizio del progetto”. Puoi spiegarci?

In questo progetto ogni brano ruota attorno ad un tema rappresentativo del mondo beat e utilizza il materiale sonoro per ricreare la scena, il setting, la storia, il luogo narrato o che io ho immaginato. Utilizzando materiale molto vario sia per contenuto che per forma, ho scelto infatti estratti di conferenze o di reading, poesie o passi di romanzo, mi è stato piuttosto naturale utilizzare diverse sonorità e affidarmi a vari linguaggi stilistici, funzionali ad esprimere al meglio le luci e le atmosfere del materiale poetico. Non sono ferrata in nuove sonorità e non ritengo di aver fatto un lavoro sperimentale perché tutto ciò che ho scritto, cantato e realizzato con i musicisti, è facilmente identificabile in un universo sonoro del presente e del passato. Mi sono affidata alla tecnologia del live eletronics per filtrare la voce e avere una gamma espressiva più ampia per cui a tratti il canto diventa sintetico a tratti estraniante, tutto questo per dare maggiore risalto alle parole.

 

A chi dedichi il tuo album?

Dedico questo album a Jack, Allen, William, Gregory e Lawrence, gli “illuminati”, al loro coraggio, alla loro lungimiranza. “Santi” loro e “la soprannaturale ultra brillante intelligente sensibilità della loro anima”!

 

Prevedi un tour in Italia e all’estero?

Si, ci saranno delle date importanti di presentazione in Italia, prima tra tutte il 19 gennaio all’Auditorium Parco della Musica di Roma, la mia città, e stiamo lavorando per pianificare dei concerti all’estero, grazie anche alla produzione inglese.

 

Hai un pensiero musicale da dedicare a chi ama la tua musica che vorresti condividere con noi?

La musica è strettamente connessa all’esercizio del proprio potenziale creativo, più la si ascolta o la si fa, più si sta bene perché ci si esprime. Vorrei quindi condividere una riflessione provocatorio ma potente della giornalista scrittrice Brenda Ueland in cui da poco mi sono imbattuta: “Perché mai dovremmo utilizzare tutto il nostro potenziale creativo? Perché non vi è nulla che rende le persone così generose, gioiose, audaci e compassionevoli, così indifferenti alla guerra e all’accumulare oggetti e denaro”.

Grazie e buon lavoro!

http://www.06live.it/?p=64050

The Beat Goes On Scritto da Roberto Dell'Ava

“L’idea è nata dopo una serata in cui mi chiesero di rendere omaggio a Fernanda Pivano, traduttrice e amica di molti personaggi chiave del mondo beat – ci dice Elisabetta Antonini -: certo, avevo già letto diverse cose, ma in occasione di quello spettacolo ho potuto conoscere meglio questo universo. ”

“È un live di ispirazione letteraria, per questo ho inserito le voci dei protagonisti dell’epoca. A volte queste voci sono stranianti, a volte sono di commento, a volte prendono la strada di una fitta conversazione. Un mondo sonoro ispirato a quei luoghi, a quei personaggi”.
Un progetto ambizioso quello di Elisabetta Antonini ma dopo ripetuti ascolti devo dire che è ampiamente centrato. L’album uscirà il 22 settembre ma già da qualche anno Elisabetta porta in concerto questa raccolta di originals e di brani famosi (Horace Silver, Joni Mitchell, Dave Douglas, Bob Dylan e Thelonious Monk).
I musicisti che la accompagnano (Francesco Bearzatti, Luca Mannutza, Paolino Dalla Porta e Marcello Di Leonardo) formano un gruppo sodale e calibrato e nel compact la voce di Elisabetta si interseca alle voce originale dei poeti della beat generation. Leggendo le note di copertina prima dell’ascolto qualche perplessità sull’operazione mi si era affacciato alla mente, invece l’album scorre limpido e omogeneo ed il lavoro di editing è pertinente ed efficace.
I brani, sia quelli composti dalla leader che quelli di Silver, Monk e Douglas, vedono come testi gli scritti di Kerouac, Ginsberg, Corso e Borrough e la commistione appare particolarmente felice. On the Road, For Miles e Requiem for Charlie Parker sono dei piccoli gioielli che ad ogni passaggio nel lettore sprigionano umori nuovi e timbri e colori peculiari ad un album di forte ispirazione letteraria.
Un ottimo lavoro di selezione del materiale, di arrangiamento e di utilizzo della tecnologia. Nessun sentore di tributo, ma una visione del tutto personale, irrobustita dalla presenza di musicisti di valore assoluto.
Il compact esce per l’etichetta Candid Records di Alan Bates ed Elisabetta Antonini è la prima musicista italiana ad incidere per lui. Sicuramente tra i migliori album italiani dell’anno.

http://www.traccedijazz.it/index.php/recensioni/26-recensioni-discografiche

Recensione di Alceste Ayroldi per Jazzitalia

C’è tutto. C’è tutta la memoria di un periodo storico, artistico, culturale inimitabile: quello della Beat Generation. E c’è con anche i protagonisti, alcuni di quelli che segnarono gli anni Cinquanta e Sessanta degli Stati Uniti e di buona parte dei paesi del mondo che avevano avuto il buon senso di capire il cambiamento. Elisabetta Antonini, nelle sue annotazioni nel booklet interno (le liner notes sono firmate da Sheila Jordan, mai sentita così entusiasta), parla di “un’eredità inestimabile per la gente della sua generazione”. Vero, verissimo e si vede quanto la cantante e compositrice italiana abbia studiato, ricercato e lavorato con coscienza filologica e particolare acume, costruendo un percorso di pregio artistico e culturale. Lo fa già dalla scelta dei compagni di viaggio, tutti stretti intorno al progetto, musicisti che non fanno la loro apparizione a buon mercato: Francesco Bearzatti che si alterna al sassofono tenore e al clarinetto a seconda della voce da fare, ora bollente e carezzevole, ora acuta e schiaffeggiante; Luca Mannutza apre e chiude le tessiture e infiocchetta degli assolo netti e puri; Paolo Dalla Porta detta i tempi e costruisce armonie ed espressioni illuminanti; Marcello Di Leonardo sottolinea gli scambi, inventa soluzioni ritmiche cangianti anche nei momenti più soul del disco. La leader è impeccabile: la sua voce è espressionistica, frizzante, torrida e perfettamente allineata al controcanto virtuale di Jack Kerouac in “Cookin’At The Continental” o di Gregory Corso in “Requiem For Bird Charlie Parker“, così come quando sono le sue note vocalizzate a fare da contraltare alla sempre stupefacente “Howl!” di Allen Ginsberg.

L’idea di lasciar suonare le voci dei protagonisti della Beat Generation è vincente, alla stregua delle composizioni della Antonini, che recupera il suono di quegli anni lasciandolo travolgere dalla sua freschezza espositiva, liberandolo dalla inevitabile ruggine con scelte ritmico-armoniche pronte, immediate ed effervescenti. Lascia nelle mani di cinque eccellenze altrettante composizioni: “Cookin’ At The Continental” di Horace Silver, “Orujo” di Dave Douglas, “Woodstock” di Joni Mitchell, “Well You Needn’t” di Thelonious Monk e una delle canzoni simbolo degli anni Sessanta, “Blowin’ In The Wind” di Bob Dylan. Il resto è tutta farina del suo sacco, così come gli arrangiamenti ottimamente curati che non lasciano nulla al caso, ma sicuramente si affidano alla fervente immaginazione e creatività della Antonini.

Un disco, un progetto, un lavoro di ricerca e di passione: merce rara di questi tempi.

Alceste Ayroldi per Jazzitalia

http://www.jazzitalia.net/recensioni/thebeatsgoeson.asp#.XJUgELvsbIU

Intervista Pollock Project di Alceste Ayroldi per Musica Jazz

Pollock Project è il progetto artistico che coinvolge Marco TestoniElisabetta Antonini e Simone Salza. Ne parliamo con loro.

 

Innanzitutto, perché proprio Jackson Pollock?

M.T. C’è più di un motivo. Quando il trio è stato fondato cercavo un nome che identificasse immediatamente il nostro interesse verso le arti visuali. Jackson Pollocknon è stato solo un grandissimo innovatore ma anche, come è noto, un artista con un rapporto strettissimo con il jazz. Non era solo un ascoltatore perché il jazz era soprattutto lo sfondo musicale che indirizzava il ritmo della sua action painting. E inoltre non era neanche un semplice consumatore perché il suo rapporto con il jazz scatenava la sua azione creativa, una relazione del tutto simile a quella che c’è tra danzatore e musica. Pollock Project nasce dall’idea di correre lungo questo percorso ma in senso contrario: dall’immagine alla musica.

 

Come è nato il progetto?

M.T. La prima formazione, che oltre me vedeva Nicola Alesini e Max Di Loreto, partiva proprio dall’idea di lasciarsi ispirare dal lavoro di una serie di artisti visuali: da Marcel Duchamp agli squatter francesi di Rivoli 59 fino ad arrivare alla collaborazione con artisti contemporanei come Victor EnrichAntonia CarmiMark Street e Istvan Horkay(collaboratore di Peter Greenaway). Abbiamo prodotto quindi non solo musica ma anche molti video che vengono tuttora proiettati durante i nostri concerti. Ricordo in particolare Unnecessary dedicato al Dada che ho diretto insieme a Lorenzo Botticelli e Unbalanced ispirato alle «architetture impossibili» del fotografo catalano Victor Enrich. In quel periodo ci siamo permessi il lusso di passare tantissime ore in sala prove sperimentando soluzioni e alla fine abbiamo iniziato a lavorare con una tecnica molto simile a quella del dripping di Pollock che lasciava sgocciolare la sua pittura sulle tele. Noi invece improvvisavamo su video e loop elettronici ispirati dai lavori o addirittura dalla voce di un artista. Come nel caso di una nostra versione di In A Silent Way dove nella tessitura del loop abbiamo inserito l’audio di un’intervista con la voce di Jackson Pollock stesso. Attualmente con il nostro terzo disco ci siamo presentati con una nuova formazione che oltre al sottoscritto (pianoforte, handpan, batteria e programming) vede Elisabetta Antonini (voce e live electronics) e Simone Salza (sax soprano e clarinetto). Sono musicisti con un percorso artistico di grande valore ma soprattutto sono entrambi particolarmente duttili e disponibili alle più disparate, e a volte stravaganti, sperimentazioni che gli propongo. Con Simone Salza condivido il mestiere di musicista per il cinema, lui come strumentista ed io come compositore e music supervisor. Con Elisabetta invece condivido una visione aperta ed interattiva del jazz, ritengo il suo ultimo album «The Beat Goes On» una delle perle discografiche del jazz italiano dell’ultimo decennio.

 

Cosa è il visual jazz?

M.T. Il matrimonio tra il jazz contemporaneo e le arti visuali. Nel caso specifico di Pollock Project però ci metterei anche dentro anche una vocazione all’esplorazione di contesti musicali extra-jazz.

 

Qual è l’obiettivo che vi prefiggete?

M.T. Dialogare con le arti attraverso il suono. Cercando sponde e interazioni a tutto campo con performer e artisti visuali. Il jazz ha questa doppia anima sia ricercata che popolare che si adatta naturalmente all’arte contemporanea e alla sinestesia. In questo momento sono molto interessato a come declinare la mobile art in musica, un movimento artistico che si esprime soprattutto nella fotografia ma che potrebbe avere degli sviluppi molto interessanti anche in un contesto musicale.

 

Quanto spazio dedicate all’improvvisazione e quanto è scritto?

M.T. Non esiste una regola vera e propria perché dipende dal progetto. Quando ad esempio la nostra musica è legata allo scorrere di un video abbiamo dei cue che stabiliscono l’ingresso di una parte scritta o magari, al contrario, la fine di un’improvvisazione. Ciò che è sempre evidente è che per interagire con immagini, loop e voci registrate occorre una disciplina ed un controllo notevole che a volte ci porta inevitabilmente fuori dal territorio della pura improvvisazione. Infatti, al contrario di quello che si può pensare, già dai i nostri primi dischi molte parti erano scritte.

 

Per alcuni jazz ed elettronica non dovrebbero coesistere. Qual è il valore aggiunto dell’elettronica associata al jazz?

E.A. Fatico a considerare una posizione così netta quando si parla di musica, arte, cultura. La mia esperienza di fruitrice del jazz, prima ancora che di musicista, mi fa dire che questa musica è per natura ibrida, frutto di commistione, difficile da definire e da confinare in precisi perimetri stilistici. In questi ultimi quarant’anni abbiamo visto nascere progetti in cui il jazz è contaminato dalla musica contemporanea, dal folklore, dal pop, dal cantautorato, perciò trovo molto naturale che possa essere accostato in alcuni casi anche all’elettronica. Inoltre, elaborare e filtrare estemporaneamente materiale musicale o la propria improvvisazione, è una ulteriore possibilità espressiva del musicista di oggi, un mezzo per concepire in modo nuovo l’arrangiamento e la composizione, che non danneggia il jazz di sempre, non ne rifiuta o corrompe l’essenza, semmai la esplora ulteriormente e la reinterpreta.

M.T. Per me l’elettronica non è che uno strumento che il nostro tempo ci ha messo a disposizione. Nessuno è costretto ad usarla nell’organico strumentale dei propri lavori musicali così come accade per un qualsiasi altro strumento. Ma metterla aprioristicamente al bando mi sembra una presa di posizione piuttosto ridicola. Mi ricorda la situazione storica che si creò nel cinema dopo l’avvento del sonoro dove molti registi rimpiangevano i bei tempi del muto affermando che solo quello era il vero cinema. Mi sembra però evidente che la storia non gli abbia dato ragione. Nel bene e nel male il futuro ha sempre ragione.

S.S. Vedo il jazz come una forma musicale in continua evoluzione, i maggiori esponenti ne sono i testimoni. A mio parere vedo l’utilizzo dell’elettronica un valore aggiunto pur rispettando le fondamentali della forma. Nel rispetto della tradizione, che è il punto di partenza obbligato a chi si avvicina a questo fantastico mondo.

 

È questo il futuro del jazz?

M.T. A prescindere dall’elettronica il futuro del jazz dipende da come i musicisti lo immagineranno e lo realizzeranno. Non credo che restare ancorati al glorioso passato sia una buona strada perché alimenta solo l’autoreferenzialità, che è la vera malattia endemica di certo nostro jazz nostrano. La storia parla chiaro, fin quando il jazz si è trasformato assimilando liberamente quello che aveva intorno a sé (compresa l’elettronica) tutto è andato per il meglio. Posso fare tanti esempi che vanno da Miles Davis a Herbie Hancock, da Jon Hassell a Nils Peter Molvær e l’elenco potrebbe continuare se ci mettessi dentro anche i nomi di artisti attualmente poco conosciuti ma interessantissimi. Mi piacerebbe perciò vedere in giro più festival e manifestazioni dedicate al jazz nelle sue espressioni più innovative ma sfortunatamente vedo invece sempre meno spazio per il jazz in generale. Forse cambierebbe qualcosa se sparigliassimo le carte?

 

Vi ritenete dei visionari?

M.T. La musica che suoniamo indica di sicuro questa attitudine. Immaginare nuove forme musicali che seguono traiettorie anomale e sorprendenti è secondo me sempre una buona cosa. Poi come al solito i risultati possono piacere o meno, ma è un altro discorso. Penso che in un momento storico come questo suonare musica «visionaria» è una precisa manifestazione d’intenti, non solo artistici.

 

Quali sono i vostri riferimenti stilistici?

M.T. Vado a 360°: Sun RaMiles DavisJohn ColtraneTheolonius MonkSteve ReichDavid LangFrank ZappaBrian EnoMarcel DuchampAntoni GaudìAlejandro JodorowskyFederico FelliniTerry Gilliam, la Beat Generation e naturalmente Jackson Pollock. Artisti molto diversi ma con la medesima inclinazione a voler sempre alzare l’asticella della propria creatività e immaginazione.

E.A. Per il mio nutrimento musicale trovo necessario ascoltare cose molto distanti tra loro e in questo periodo cerco soprattutto artisti e compositori diversi e spesso lontani dal jazz, di cui ammiro lo spessore e la sensibilità musicale proprio al di là delle considerazioni stilistiche. L’idea di fondo è proprio allontanarmi dall’avere dei riferimenti, cercare di non aderire troppo ad una estetica riconducibile stilisticamente a qualcuno che abbia già esplorato una certa direzione musicale, spesso magistralmente.

S.S. Mi è sempre piaciuto spaziare da un genere musicale all’altro, posso dire che i miei riferimenti stilistici partono dalla musica classica, passano poi per il be bop, subito dopo l’hard bop fino alle più attuali forme e tendenze musicali.

 

Nel vostro ultimo lavoro discografico, troviamo anche i Sigur Ros. Attingere dal canzoniere pop-rock-soul è una pratica che si fa sempre più largo. Pensate che sia un problema causato da una crisi del jazz che non offre più composizioni degne di nota?

M.T. In realtà in ogni disco ci occupiamo di una nostra personale rilettura di brani del patrimonio jazzistico a noi congeniali (Coltrane, Sun Ra, Davis) e la lista non è esaurita. Ma in questo album sentivamo l’esigenza di guardare a qualcos’altro. In questo senso non ritengo i Sigur Ros un gruppo né pop né rock perché sono andati molto oltre questo genere di etichette. Credo che la loro musica ed il loro progetto artistico sia appunto di natura visionaria e di conseguenza affine al nostro. Abbiamo affrontato questa interpretazione di Varuo non come un’operazione a tavolino ma con lo stesso rispetto, artistico e non filologico, con il quale nello stesso disco abbiamo suonato Naima di Coltrane. Cioè come se fosse un classico, uno standard.

 

A vostro avviso, il jazz è in crisi?

S.S. Si ! ma non solo il jazz… siamo in piena crisi culturale!

M.T. È vero! Non è in crisi solo il jazz, secondo me lo è la musica e in generale la cultura. Spesso mi sembra di vivere in un supermercato dove si vendono solo 10 prodotti ripetuti e clonati all’infinito. Per troppo tempo si è confusa l’arte con l’intrattenimento con il risultato che ora stiamo affogando nel mainstream. Se il jazz continuerà a percorrere unicamente questa strada sarà difficile creare un nuovo pubblico e quello che c’è lentamente svanirà. E infine se nel cartellone dei pochi festival sopravvissuti i nomi saranno sempre gli stessi sarà ben difficile anche solo provare ad uscire dalla crisi. In generale la cultura va difesa e risvegliata con delle proposte che non tengano conto solo di un qualche tornaconto o di un’idea di business. La musica, non solo il jazz, deve immergersi senza paura nella nostra realtà, deve tornare in qualche modo a scuotere e stupire, non solo ad intrattenere. Altrimenti sarà solo un divertimento usa e getta come tanti altri.

E.A. Questa è una domanda a cui è molto difficile rispondere. Da una parte potrei dire che la musica, e quindi il jazz, non possono entrare in crisi. Si trasformano, forse si trasfigurano ma rimangono sempre vive e vitali finchè verranno studiati, consumati, diffusi, sebbene cambino i mezzi di uso e consumo e si sia passati in poco tempo dal vinile a Youtube. Dall’altro, assisto con rammarico ad un grande cambiamento nel modo di seguire il jazz da parte del pubblico e a una grande riduzione dello spazio che questa musica ha nell’interesse collettivo. Vedo poca partecipazione nei confronti dei concerti spesso anche di nomi autorevoli del jazz, soprattutto sempre meno giovani ad assistere ai live nonostante intendano diventare musicisti e frequentino conservatori. C’è poca curiosità nei confronti delle realtà underground del jazz che a fatica sopravvivono per mancata curiosità, capacità di promozione e coraggio da parte sia degli organizzatori che del pubblico, sempre più incline ad andare ad ascoltare qualcosa che già conosce. Ci sono molti meno locali di riferimento, almeno nella mia città, in cui i musicisti possano incontrarsi, crescere e condividere, perchè il jazz si va a “vedere” a teatro o su Youtube, scalzando quella modalità di incontro e quell’energia che ne sono stati per molto tempo l’essenza e la linfa vitale. Tutto si trasforma, vedremo a quale jazz porterà la rivoluzione Internet.

 

Il progetto potrebbe prevedere anche un ampliamento nella formazione?

M.T. Certo! E’ già accaduto in passato con Cecilia Silveri al violino e Simona Colonna al violoncello e sicuramente capiterà di nuovo con altri musicisti in sintonia con Pollock Project. Abbiamo poi avuto collaborazioni con Alessandro Gwis (di cui appunto apprezzo moltissimo il lavoro con l’elettronica), Mats HedbergFederico Mosconi e Primiano Di Biase. Tutti musicisti certificati open mind.

 

Il pubblico del jazz, diciamo quello più tradizionalista, che reazioni ha alle vostre performances live?

M.T. Non saprei dire. Noi cerchiamo di presentare il nostro concerto non pensando ai gusti di chi è davanti a noi. Ciononostante credo che anche i più tradizionalisti, dopo uno spiazzamento iniziale, siano sempre incuriositi. Ad esempio, nella presentazione del nostro ultimo lavoro all’Auditorium Parco della Musicadi Roma, il pubblico era per alcuni momenti parte attiva dello spettacolo perché ripreso dai fotografi del NEM che avrebbero poi utilizzato questi scatti nella loro mostra itinerante Impossible Humans. Credo quindi che questo mix artistico e sensoriale che proponiamo catturi l’attenzione del pubblico. Anche perché il jazz è e resta comunque la filigrana di tutto il progetto.

 

Quali sono i vostri progetti, a cosa state lavorando?

M.T. Lavorando da tempo nella musica per cinema sto presentando un mio libro Musica e Visual Media (Audino Editore) proprio a proposito dell’attuale e strettissimo rapporto tra musica e immagine. Come Pollock Project stiamo invece cercando di organizzare un tour all’interno di gallerie e spazi d’arte in collaborazione con Andrea Bigiarini e gli artisti del New Era Museum per presentare The Unexpected Happening, un progetto che si compone di quattro eventi dedicati alla Mobile Art: un concerto, una mostra, un contest fotografico e un photoshooting.

Alceste Ayroldi

Intervista di Alceste Ayroldi per MUSICA JAZZ

Elisabetta Antonini è una delle più raffinate interpreti del jazz italiano, la cui prestigiosa carriera parla da sola; prima artista italiana a firmare con l’etichetta inglese Candid, premiata dalla critica nel referendum annuale di Musica JazzTop Jazz come Migliore Talento nel 2014, ha collaborato con nomi di grande rilevanza (da Paolo Fresu a Kenny Wheeler, da Enrico Pieranunzi a Vassilis Tsabropoulos e altri che affronteremo nelle righe successive), si è esibita nei principali festival jazz di tutto il mondo,

L’abbiamo intervistata in occasione del suo prossimo concerto di Venerdì 9 Novembre all’Alexanderplatz.

 

Quali sono state le collaborazioni cruciali della tua carriera?

Non è facile rispondere. Se devo pensare a chi mi ha ispirato, sicuramente, mi sono sempre rivolta ad interpreti con un approccio creativo al jazz, molto personale. Sono riuscita ad affinare questa sensibilità e ad approfondire lo studio di questo ambito d’interesse, senza dubbio, grazie alla frequentazione di Maria Pia De Vito, un’artista di grande valore in questo senso. Nella fase di studio, attraverso di lei ho conosciuto una serie di artisti che mi hanno profondamente illuminato sull’idea di musica che volevo realizzare, la ricerca di una musica originale, sia nel caso di mie composizioni ma anche in quello di reintepretazioni di brani altrui. Questa è la strada che ho scelto. Il mio primo lavoro registrato è stato molto particolare, frutto di una lunghissima collaborazione con Alessandro Gwis, noto come pianista degli Aires Tango, ma che ha uno spessore tale da poter essere anche un grandissimo musicista nell’ambito dell’improvvisazione e nella fusione tra musica elettronica e musica colta. Un disco, Un Minuto Dopo, dagli arrangiamenti particolari, con pianoforte e fiati, oboe e sassofono. Ho avuto la figura del grande Paul McCandless degli Oregon all’oboe e Gabriele Coen al sassofono. Gwis ha sigillato questo progetto, già di stampo europeo, con un lirismo più italiano che americano, tutta una serie di suggestioni e colori tipicamente europee.

Con Alessandro abbiamo accumulato una straordinaria esperienza dal vivo e ciò ha anche conferito un carattere particolare al disco, considerando anche la scelta di proporre immediatamente dei miei brani originali.Un disco, in realtà, fortemente connotato dalla presenza di brani di Enrico Rava. Non è stato solo un omaggio didascalico, abbiamo aggiunto sui suoi brani dei testi originali di Marina Tiezzi: un lavoro che è stato molto apprezzato da Rava. Abbiamo inoltre affiancato dei brani dalla melodia tipicamente europea, anche con uno sguardo alla world music, affiancandoci appunto anche dei miei brani originali.

Un’altra svolta è stata la collaborazione con Marcella Carboni, conosciuta grazie a Paolo Fresu, suonatrice di un particolare tipo di arpa, l’elettroacustica. Ci siamo praticamente inventate un nostro suono, per questo progetto di duo, credo, senza precedenti. Non esiste una letteratura discografica che attesti un precedente. In questo modo ho scoperto l’elettronica, non in quanto musica elettronica, ma come differenti possibilità offerte dalla tecnologia. Sebbene il disco sia di tanti anni fa (Nuance, nel 2011), è tuttora richiesto in molte situazioni, abbiamo girato in tutto il mondo, dal Sud America all’Asia. Chiaramente, un progetto del genere ti consente di esplorare possibilità precluse a un quartetto jazz convenzionale. Con Marcella Carboni andremo tra poco in tour in Cina e vorremmo realizzare un nuovo progetto. Ricerca di nuove sonorità, di nuove declinazioni della voce e improvvisazione sono i fondamenti di questo progetto, nel quale, essendo solo due elementi, siamo molto esposte davanti al pubblico.

Abbiamo, per questo progetto, avuto anche alcuni ospiti, tra cui Javier GirottoAldo Bassi e Paolo Fresu, che ci ha invitato a suonare nel suo Nuoro Jazz Festival.

 

Qual è il tuo rapporto con l’Alexanderplatz?

Sono cresciuta all’Alexanderplatz, era mia abitudine andare molto spesso al locale perché la musica era sempre di alta qualità. Devo dire che in quel locale, grazie alla famiglia Rubei, è cresciuta una generazione di musicisti. C’è sempre stata l’attenzione di confrontarsi con i musicisti e creare anche nuove collaborazioni. In particolare, Eugenio con me è stato molto attento, mi ha dato la possibilità di sperimentare nuovi progetti e comprendere la direzione da prendere. Eugenio mi ha sempre sostenuto nello scegliere dei progetti coraggiosi. Devo proprio ringraziarlo per un progetto dedicato alla beat generation. Mi ricordo quando gli presentai la forma in nuce del mio omaggio a Fernanda Pivano, The Beat goes on.

Siccome Eugenio aveva ospitato più volte Gregory Corso, grande amico e sodale della Pivano, fu molto colpito da questa coincidenza e grazie anche ai suoi consigli il progetto si è evoluto moltissimo.

 

Fernanda Pivano è stata colei che ha portato in Italia la letteratura beatnik, oltre alle prime traduzioni di Dylan, e senza dubbio ha contribuito anche al mito del jazz nel nostro paese.

Fernanda Pivano è stata un personaggio chiave di quel momento culturale straordinario dal quale purtroppo ci siamo allontanati. Lei è stata portavoce di quel sogno di libertà di cui noi siamo tutti figli. Per questo omaggio ho scelto cinque poeti rappresentativi della stagione beatnik, KerouacBurroughsCorsoGinsberg e Ferlinghetti, campionando proprio le loro voci e coniugandole a una musica jazz, resa in un certo senso “acida” grazie a diversi effetti, per restituire l’atmosfera urbana della loro ispirazione.

 

Del resto, gli autori beat vivevano una sorta di simbiosi artistica con i grandi del bebop. simbiosi bebop/beatnik

Nel disco infatti sono presenti le mie versioni di Requiem for Charlie Parker di Corso e di For Miles di Ginsberg. Questo disco mi ha fatto vincere un premio molto importante. Sono felicissima che questo sforzo creativo sia stato accolto così bene, addirittura siamo stati invitati in India. E tutto questo è partito dall’Alexanderplatz. Eugenio mi è sempre stato vicino, mi ha sempre sostenuto, sono quindi felice che il locale abbia riaperto e che possa tornarci a suonare.

Che cosa suonerai venerdì 9 Novembre all’Alexanderplatz?

Proporrò un repertorio intermedio, poiché ripresenterò alcuni dei miei brani ma in una veste nuova. Suonerò in quartetto, in una formazione classica, quindi il pubblico avrà, credo, piacere di ascoltare una musica, un linguaggio che già conosce. Comunque, sarà una serata di jazz contemporaneo, in cui proporremo anche nuovi standard, alcuni anche di autori non strettamente di jazz.

 

Quali sono i tuoi nuovi progetti?

Sto lavorando al progetto di un duo vocale assolutamente inedito con Alessandro Contini, un progetto a cui tengo molto in fase ancora di grande sperimentazione.

Jazzitalia, Comunitato TopJazz

Top Jazz 2014
I vincitori del referendum di Musica Jazz

Dopo il ripristino delle classiche nove categorie che premiano dischi, musicisti, gruppi e nuovi talenti del jazz italiano e internazionale più la miglior ristampa, il referendum della critica indetto da Musica Jazz si ripresenta al consueto appuntamento di fine anno ma, questa volta, con un mese d’anticipo e un premio in più.

La nuova edizione del Top Jazz inaugura così il settantunesimo anno di vita di Musica Jazz, il più autorevole mensile di jazz del nostro Paese, una delle riviste più longeve d’Italia che dal 1945 è fedele compagna degli appassionati di jazz e la più antica al mondo a essere ancora presente in edicola dopo Down Beat.

Ecco quindi i nomi dei vincitori del Top Jazz 2014 per il jazz italiano:

DISCO DELL’ANNO
(premio Arrigo Polillo)
«Joy In Spite Of Everything» (ECM)
Stefano Bollani

MUSICISTA DELL’ANNO
(premio Pino Candini)
Franco D’Andrea

FORMAZIONE DELL’ANNO
Franco D’Andrea Sextet

MIGLIOR NUOVO TALENTO
(premio Gian Mario Maletto)
Elisabetta Antonini

UNA VITA PER IL JAZZ
(premio Gian Carlo Testoni)
Enrico Pieranunzi

Franco D’Andrea, grande maestro del jazz, conquista ancora una volta la vetta delle classifiche, sia come musicista dell’anno sia come leader del miglior gruppo italiano, quel sestetto che da tempo suscita su disco e dal vivo l’ammirazione del pubblico.

Stefano Bollani
, la cui popolarità, anche all’esterno del mercato del jazz, sembra non conoscere confini, ottiene il premio Arrigo Polillo per il disco dell’anno grazie alla riuscita collaborazione con due grossi calibri statunitensi come Mark Turner e Bill Frisell che si inseriscono a meraviglia nel cosiddetto Danish Trio completato da Jesper Bodilsen e Morten Lund.

Elisabetta Antonini
 ha invece conseguito l’ambita vittoria nella categoria riservata al miglior nuovo talento, da quest’anno associata al nome dell’indimenticabile Gian Mario Maletto. Elisabetta è una cantante da tempo già nota agli appassionati ma della quale si sentirà parlare molto nei prossimi mesi.

Da quest’anno, in ricordo del suo fondatore Gian Carlo Testoni, Musica Jazz dedicherà il premio speciale Una vita per il jazz alle grandi eccellenze del jazz italiano. Per il 2014 la redazione ha scelto Enrico Pieranunzi, uno dei più importanti pianisti in attività e che non ha bisogno di presentazioni.

Per festeggiare al meglio i vincitori del referendum, come da ormai consolidata tradizione, Musica Jazz dà appuntamento al suo pubblico al concerto che si terrà l’1 gennaio 2015 alle ore 21.30 presso il Teatro Mancinelli di Orvieto, a chiusura di Umbria Jazz Winter con la cui preziosa collaborazione sarà realizzato. In tale circostanza avrà luogo la premiazione ufficiale dei vincitori nelle categorie riservate al jazz italiano.

Il concerto del Top Jazz 2014 vedrà la partecipazione di Franco D’Andrea, Enrico Pieranunzi ed Elisabetta Antonini più alcuni ospiti speciali.

Sul numero di dicembre 2014 sono pubblicati i vincitori di tutte le categorie sia per il jazz italiano sia per quello internazionale, mentre, come d’uso, le classifiche generali potranno essere consultate sul numero di gennaio.

I vincitori del referendum, italiani e internazionali, potranno essere ascoltati nel compact disc fuori commercio dedicato al Top Jazz 2014 comprendente anche brani inediti, prodotto con la collaborazione di musicisti e case discografiche e allegato a Musica Jazz di gennaio 2015.

Rivista Donna

Elisabetta Antonini: il jazz è la mia evoluzione e rivoluzione personale

2 Maggio 2016 Rivista Donna

Elisabetta Antonini è cantante e band leader, arrangiatrice e compositrice, studia vocalità jazz, approfondisce lo stile e il linguaggio jazzistico negli Stati Uniti e in Italia con le figure di maggior spicco internazionale. Premiata dalla critica nel referendum annuale indetto dalla rivista Musica Jazz, vince il Top Jazz 2014 come Miglior Nuovo Talento e si posiziona al quarto posto come Miglior Album Dell’Anno. Prima artista italiana a firmare con la prestigiosa etichetta inglese Candid, prodotta dallo storico discografico Alan Bates, intraprende un’intensa attività concertistica che la porta a collaborare con nomi come Paul McCandless, Kenny Wheeler, Enrico Pieranunzi, Paolo Damiani, Vassilis Tsabropoulos, Javier Girotto, Paolo Fresu. Il jazz è entrato nella sua vita improvvisamente e, come un grande amore ha sconvolto la sua esistenza. Ha un legame speciale con la Sardegna, sia per le sue origini, sia per una bella esperienza che l’ha vista insegnante per ben nove anni a Nuoro al Jazz, il Festival/Workshop organizzato da Paolo Fresu. Anni in cui si è legata alla Sardegna in modo speciale e ha avuto l’occasione di coltivare amicizie profonde e forti collaborazioni, non ultima quella con l’arpista jazz Marcella Carboni con cui condivide il progetto Nuance che porta in tutto il mondo dal 2009.

RivistaDonna l’ha incontrata per voi…

 

Elisabetta, quando hai capito di voler diventare una cantante Jazz?

Il jazz è entrato nella mia vita improvvisamente, per caso, studiando canto durante il periodo universitario, e come un grande amore ha cambiato tutto, sconvolgendo le mie abitudini, portandomi nuovi amici, luoghi e serate, un mondo completamente diverso da quello al quale appartenevo. Eppure scegliere di essere cantante jazz come mestiere non è stato immediato, anzi, ha richiesto anni di gestazione e la scelta di abbandonare un’altra strada professionale, che oggi senza rimpianti guardo con tenerezza. Anzichè scegliere di diventare cantante, però, sono sicura di aver scelto innanzitutto di essere jazzista, e di vivere il jazz come il mezzo attraverso il quale compiere la mia evoluzione e rivoluzione personale.

 

La tua formazione e l’esperienza negli Stati Uniti. Cosa ricordi di quegli anni?

New York è la mecca del jazz e, con ogni probabilità, la culla di ogni nuova tendenza musicale. Quello che ricordo è che ho vissuto quel periodo in uno stato di costante esaltazione per tutti gli stimoli che ricevevo anche solo osservando le persone per strada, artisti e non, tutti determinati a realizzare il proprio sogno. Ho imparato molto dal loro adagio “volere è potere”, e ritornando in Italia ho messo nella mia valigia un po’ di quella concretezza e di quella folle onnipotenza tutta americana.

 

La prima volta sul palco che emozioni…

L’emozione che si prova sul palco è il momento più alto e significativo della vita di un artista, che ripaga delle ore passate a studiare nel cercare se stessi attraverso la musica. Il magnetismo che si crea con il pubblico, la comunicazione profonda ma invisibile con i musicisti, la totale esposizione di se nel mostrarsi e raccontarsi, senza filtri, attraverso le canzoni, non finiranno mai di emozionare, neanche dopo anni di esperienza. La mia prima volta è stato da molto piccola e ricordo un’emozione soverchiante che con molta probabilità non mi ha aiutato a dare il meglio. Nonostante la mia timidezza sentivo già un po’ mio però quel modo di farmi ascoltare dalle persone e di suscitare emozioni attraverso la voce.

 

Hai vinto il premio Top Jazz 2014. Cosa rappresenta per te questo premio?

Il premio che ho vinto è stato grazie al mio progetto The Beat Goes On, un omaggio ai poeti americani come Kerouac e Ginsberg, noti come la Beat Generation, un lavoro di ispirazione letteraria che utilizza il jazz e le sue contaminazioni come colonna sonora di un viaggio immaginario nell’America giovanile, anticonvenzionale e controculturale degli anni ’50. È incredibile che i giornalisti e la critica di settore abbiano voluto votare me come Migliore Talento e questo progetto come quarto Miglior Disco dell’Anno, nonostante io sia una specie di outsider, poco vicina al jazz tradizionale e lontana dal virtuosismo vocale. Sono felice per questo cambio di rotta e per il significato che questo premio ha per tutte le cantanti che come me cercano di essere innanzitutto musiciste. Il premio è e rimarrà un riconoscimento importantissimo nei confronti di ciò che ho sempre creduto importante nel mio intento di fare musica: trovare la propria “voce”.

 

Essere una donna nel tuo lavoro rappresenta un vantaggio o un ostacolo per la carriera?

Mi fanno spesso questa domanda ed è difficile dare una risposta senza mettersi nei guai. Posso dire che i problemi nascono non tanto per il fatto di essere donna, ma donna cantante e, ancora di più, musicista e meno vicina al clichè tradizionale del cantante entertainer. La voce crea delle aspettative nell’immaginario collettivo, e se non c’è corrispondenza, possono nascere notevoli difficoltà e emergere strade sbarrate. Diverso è il destino delle donne strumentiste che a volte fanno carriere meravigliose proprio perché sono così rare. Tuttavia, la musica al femminile, suonata o cantata, tranne qualche eccezione, viene presa meno sul serio, e se anche trova una sua collocazione, è sempre considerata meno interessante e meno di valore di quella eseguita dai nostri colleghi. Tutto ciò ha una ragione storica e socioculturale, perciò man mano che sempre più brave musiciste aumenteranno la quota rosa nel mondo del jazz, assisteremo ad un miglioramento.

 

“The Beat Goes On”, voci, atmosfere, un omaggio alla Beat Generation in cui ogni brano è firmato cantato e arrangiato da te. Come è nata l’idea di questo progetto?

Il progetto così pensato nasce in seno ad una serata dedicata a Fernanda Pivano, organizzata dall’Associazione Muovileidee per la Rassegna Da donne a Donna. La Pivano è stata traduttrice e ancora di più amica e confidente dei Beat. Ha sposato il senso di libertà, di parola, di costume, di pensiero dei poeti Beat, ha condiviso la loro lotta contro la sopraffazione, l’ipocrisia, la logica del profitto. Grazie a questa grande figura della cultura italiana, ho recuperato un patrimonio poetico e letterario ricco di significato ancora oggi, scoprendo peraltro che i Beat erano appassionati di jazz e grandi frequentatori non solo degli ambienti underground dei musicisti, ma dediti a reading letterari in cui si facevano accompagnare da musicisti jazz. Così è emersa forte l’idea di volermi dedicare ad un concept album che raccontasse il mondo della Beat Generation attraverso i miei occhi, ed è cominciato un periodo di grande fermento e creatività, di immersione totale nel mondo Beat per poter scrivere le canzoni sulle loro poesie.

 

Se la musica jazz fosse un colore sarebbe…

A Kind of Blue, una specie di blu, per citare il titolo del famoso album di Miles Davis, icona del jazz. Un colore pieno di mistero, caldo e avvolgente, profondo e intenso.

 

Sarai tra i protagonisti a Cagliari di Forma e poesia nel Jazz. Cosa provi a portare i tuoi brani nella nostra isola?

Ho un legame speciale con la Sardegna, sia per via delle mie origini, sia per una bella esperienza che ho avuto modo di fare insegnando per ben nove anni a Nuoro Jazz, il Festival/Workshop organizzato al tempo da Paolo Fresu. Paolo è un grande catalizzatore e divulgatore della cultura sarda, ha un bellissimo modo di attirare musicisti, appassionati o semplici curiosi che affollano in massa le sue iniziative e di proporre modalità stimolanti e originali per far conoscere la ricchezza della tradizione musicale Sarda. Quegli anni di seminario sono stati molti coinvolgenti per me e mi hanno fatto affezionare alla Sardegna in modo speciale, mi hanno dato l’occasione di intessere amicizie profonde e forti collaborazioni, non ultima quella con l’arpista jazz Marcella Carboni con cui condivido il progetto Nuance che portiamo in tutto il mondo dal 2009.

L’invito al Festival Forma e Poesia mi onora profondamente sia per l’ottima direzione artistica che ne fa da sempre Nicola Spiga, sia perché il pubblico sardo è un pubblico colto, che ama la musica anche quando non è addetto ai lavori. Ci sono quindi delle ottime premesse per la presentazione di questo mio progetto e molta curiosità da parte mia.

 

Tornerai in Sardegna?

Mi auguro di tornare presto, ma senza dubbio avrò l’occasione nel futuro prossimo di presentare un nuovo disco del progetto Arpa&Voce Nuance sul quale stiamo lavorando con l’arpista jazz cagliaritana Marcella Carboni.

 

Progetti futuri?

Al momento è appena uscito “AH!” con l’ensemble Pollock Project, di e con Marco Testoni e Simone Salza, un progetto multimediale che coniuga arti visive, minimalismo e improvvisazione utilizzando la voce e l’elettronica, sassofono e clarinetto e caisa drums, una percussione poco conosciuta ma dal colore suggestivo. Stiamo partendo con la promozione di questo disco che ci vedrà presentarlo in varie città italiane in attesa di portarlo all’estero.

 

http://www.rivistadonna.com/wp/2016/05/02/elisabetta-antonini-il-jazz-e-la-mia-evoluzione-e-rivoluzione-personale/

Intervista con Elisabetta Antonini di Vincenzo Fugaldi per Jazzitalia

Artisti non ci si improvvisa, lo si diventa dopo anni di studio, di pratica, di totale impegno. È questa la lezione che si evince dalla tua biografia artistica, Elisabetta. Lo confermi?
Diciamo che artisti si cerca di essere… è una ricerca che dura tutta una vita, e forse non ci si arriva mai. Esprimersi in modo artistico significa riuscire a condensare qualcosa di originale in un linguaggio accessibile agli altri ed emotivamente percepibile. È un obiettivo bellissimo e lontano, che però io mi sono posta. Oggi più che artista mi ritengo appassionata, il mio studio dura da anni e penso non finirà mai, e quello che mi motiva di più è proprio l’amore per la musica in genere e per il jazz in particolare, un universo così articolato e complesso, inesauribile. Lo studio è come un allenamento atletico, perché bisogna conoscere il proprio strumento ed esercitarlo, ma non è solo legato alla specificità dello strumento e della tecnica. Significa anche fare un certo tipo di vita, cercare un equilibrio, avere uno sguardo curioso verso il mondo, abitudini che ti permettano di fare questo lavoro per anni – perché è logorante, consuma – e mantenerti sempre motivato. Significa riuscire a prendere dalle persone che incontri, dai dischi che ascolti, qualcosa da elaborare per un progetto, da portare all’interno di una collaborazione, una sfida sempre aperta. Oggi un cantante non può permettersi di studiare solo la voce, deve conoscere la musica e almeno uno strumento, perché questo gli permette di comunicare con i musicisti, avere credibilità, essere originale. In sostanza deve arrangiare, comporre, costruire la propria proposta. Qualcuno si astiene, probabilmente non ha l’ambizione di scrivere la propria musica, ma in ogni caso c’è tanta ricerca dietro, anche quando si è solo interpreti.

 

Una delle caratteristiche della tua vocalità è la raffinatezza, il gusto. Qual è secondo te il segreto di questa qualità, è innata o la si può acquisire?
Secondo me è un po’ come avere gli occhi azzurri o gli occhi blu. C’è chi tira fuori l’energia con un modo di vivere la musica molto sanguigno, molto viscerale. C’è chi tira fuori il virtuosismo, perché ha delle capacità straordinarie. E c’è invece chi si esprime meglio attraverso la capacità compositiva. Il fatto di cercare un certo tipo di estetica curata, in cui ritrovare un certo gusto, equilibrio, raffinatezza, è qualcosa che in parte si ha e in parte si vuole. Io della musica apprezzo proprio la raffinatezza, il gusto. Potrei elencarti decine di musicisti, ma alla fine quello che mi affascina è proprio il loro gusto. L’elemento tecnico è importante, ma prediligo l’artista che riesce a essere personale e avere un suo carattere senza aggressività, con equilibrio ed eleganza.

Due cantanti italiane hanno giocato un ruolo fondamentale nella tua formazione, Cinzia Spata e Maria Pia De Vito. Vuoi soffermarti sui loro apporti alla tua crescita artistica?
Sono contenta di questa domanda. Cinzia è un’insegnante appassionata, la prima persona che mi ha fatto capire che la musica poteva essere una cosa molto seria, un lavoro importante che si sceglie di fare impegnandosi, con metodo. Mi ha fatto comprendere che potevo tirare fuori tantissimo dalle mie prime esperienze di studio. Ha saputo farmi intravedere una strada possibile che perseguita con serietà e con grande determinazione poteva portarmi lontano. Lei stessa, come modello musicale, è stata fondamentale, perché faceva e ascoltava un tipo di jazz che ha dato un’impronta al mio gusto, anche se ritengo di fare cose molto diverse da lei. In quel periodo Cinzia suonava un jazz moderno che andava da una fusion raffinata alla Oregon, a cose più afroamericane; riusciva a trovare sempre brani originalissimi di compositori come Kenny Wheeler, per fare un nome. Un jazz europeo contaminato con atmosfere fusion, e sempre con bravi musicisti. Quando ho cominciato a studiare con lei, circa diciassette anni fa, a Roma c’erano molti concerti, quindi ho avuto l’opportunità di conoscere una vastità di repertorio jazzistico che forse se avessi studiato con qualcun altro non avrei potuto accostare. Cinzia e Maria Pia sono state importanti anche per il loro esempio artistico, gli stimoli che mi hanno dato, il fatto che erano considerate delle musiciste e avevano un rapporto con gli altri musicisti molto serio, di grande leadership, e conoscevano bene la musica. Tutto questo ha fatto nascere una generazione di cantanti dalla preparazione più ampia. Grazie a Cinzia ho ascoltato anche dischi meravigliosi, e frequentato seminari con docenti americani, una cosa che prima non si era fatta mai. Ho frequentate le due insegnanti in momenti diversi, e in entrambi ero molto ricettiva, mentre in altri periodi ho dovuto trascurare lo studio della musica per seguire l’università. Quando poi ho ripreso, proprio con Maria Pia, è stato di nuovo il momento dell’impegno, del massimo studio. Entrambe sono molto esigenti, ti confrontano con i tuoi limiti, e questo è utile. La differenza è che mentre Cinzia è un po’ “chioccia”, per cui vuole che si stabilisca un rapporto diciamo di benevola subordinazione, Maria Pia richiede che cammini con le tue gambe fin da subito, e quindi punta molto sul fatto di sviluppare la tua personalità, la tua specificità, il tuo suono, il tuo repertorio. In questo ovviamente ti lascia da sola, non può essere lei ad aiutarti a scegliere i pezzi, devi sceglierli da te. Però in tutto quello che è avvenuto prima mi ha dato tantissimo, sono stata forse una delle ultime allieve a fare un percorso didattico individuale con lei, che poi ha smesso di insegnare individualmente e si limita a tenere i seminari e insegnare al Conservatorio. Maria Pia è un esempio, in tutti questi anni ha realizzato tanti dischi uno diverso dall’altro, è un’artista in continua ricerca, che ha colto delle sfide incredibili riuscendo sempre a tirare fuori qualcosa di valido, e anche quando si impegna in un progetto che non abbraccio completamente, non posso che apprezzare comunque la qualità di ciò che fa, la coerenza con cui si sceglie i collaboratori, la sua capacità di andare sempre in direzioni nuove, di darsi dei nuovi orizzonti, con organici sorprendenti e musicisti del livello di John Taylor e Ralph Towner. Maria Pia poi è stata generosissima con me, perché ci siamo sempre tenute in contatto, e a un certo punto mi ha invitato a insegnare con lei a Nuoro Jazz, un seminario che avevo frequentato anni prima da allieva. Così dal 2005 a oggi mi trovo al suo fianco in questa esperienza importante, con Paolo Fresu, Bruno Tommaso e tanti altri. Per me è stato un grande riconoscimento.

Nel jazz italiano e internazionale quali sono stati, e sono, i tuoi riferimenti?
Passo da fasi in cui amo le cose più tradizionali ad altre. Quando studiavo con Cinzia, come dicevo prima, ho conosciuto attraverso lei il jazz europeo, tutto il versante Ecm, in un periodo in cui non era semplicissimo trovare i dischi, e andavo a casa degli amici per registrarli. Così ho ascoltato Kenny Wheeler, Norma Winstone, quel jazz europeo che è stata una scuola fondamentale. A me piace comunque il minimalismo, anche in musica contemporanea, lo si sente dai miei dischi, con organici ridotti, arpa e voce, o un trio senza batteria. Poi ascolto anche jazz americano, sempre in casa Ecm, con quel tipo di estetica, come ad esempio un bellissimo concerto del trio di Tord Gustavsen a Locri. Grazie a Cinzia ho conosciuto la tradizione sia vocale che strumentale: ci ha fatto ascoltare sin da subito il jazz strumentale, che molti non conoscevano, perché i cantanti spesso ascoltano solo altri cantanti. Forse la cantante che prendo come riferimento, che ho ascoltato tantissimo e che incontra il mio gusto e trovo veramente impareggiabile è Carmen Mcrae. Tra tutte, nonostante io abbia ascoltato a lungo Ella Fitzgerald, è quella che in assoluto mi tocca di più. Poi ovviamente Betty Carter… Con Maria Pia, che faceva tutte quelle cose particolari, eclettiche, ho poi cominciato ad apprezzare il versante fusion-mediterraneo, quindi tutta la produzione Egea, che trovo ancora oggi veramente illuminante.

Sei affascinata solo dal jazz, o anche da altre musiche?
Sicuramente mi affascinano tante altre musiche. Non sono, e me ne dispiace, una conoscitrice della world music, ma penso che sarà una di quelle cose che molto presto dovrò ascoltare. Quella che cerco di ascoltare più spesso che posso è la musica del Novecento, che mi piace tantissimo. Ciò che prediligo dopo il jazz è la musica da Debussy in poi, conosco anche l’Ottocento ma purtroppo poco quello che viene prima, anche del repertorio cantato, liederistico, operistico, barocco, perché non ho una formazione classica, e quindi sto cominciando solo adesso ad avvicinarmi. Però in generale di quel mondo preferisco la musica non cantata.

Facciamo una breve panoramica sulla tua discografia, in particolare su «Un minuto dopo» (Dodicilune, 2009), «Women Next Door» (2011) e «Nuance» (Blue Serge, 2011).
Il primo è costruito intorno alle composizioni di Enrico Rava, che avrebbe dovuto partecipare al disco ma non era disponibile per la registrazione, ma mi ha molto incoraggiata. Inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi Certi angoli segreti. Per la presenza di Paul McCandless, il taglio delle musiche invece è stato più cameristico rispetto allo sviluppo che avrebbe avuto in presenza di Rava. Il secondo non lo considero un disco, ma più che altro un biglietto da visita; viene da un amore per un certo tipo di jazz anni Cinquanta, legato soprattutto alla sonorità di George Shearing, che aveva un quintetto senza batteria e con il vibrafono, e di Nat King Cole. Ho trascritto degli arrangiamenti originali che lo stesso Shearing aveva fatto di alcuni standard riadattando per un piccolo gruppo arrangiamenti storici di Ellington e di altri. È un omaggio a una tradizione e alla sonorità di quel periodo, un jazz poco afroamericano, ma molto ben confezionato, con brani equilibratissimi, e con delle intro meravigliose. Shearing e Cole avevano un’articolazione basata sul gusto, che non puntava sul solismo, anche se le improvvisazioni erano eccezionali, ma c’era un grande lavoro sul progetto, sull’elemento architettonico della musica. Pur amando l’improvvisazione, il free o le cose poco confezionate non mi interessano. Un’altra cosa da dire di questo disco è che è composto tutto da donne (tranne il vibrafonista), da cui il titolo. «Nuance» invece nasce perché l’arpista Marcella Carboni mi ha chiamato per dirmi che avrebbe suonato a Nuoro Jazz, dove insegnavo, e mi ha proposto di fare una serata insieme. L’arpa è uno strumento ambivalente, da una parte affascinante, con questo suono bellissimo, avvolgente, magico, ma non è di uno strumento di immediato impiego nel jazz. Bisogna ricrearsi tutto, e quindi ci siamo costruite ogni brano, dopo una accurata selezione. Da parte mia c’è stata una serie di proposte, e da parte di Marcella la pazienza di rielaborarle per lo strumento, poi abbiamo lavorato insieme per confezionarle. Abbiamo pensato che poteva essere interessante usare una loop station. Nel tempo siamo poi rimaste legate a una serie di brani che facciamo sempre, e poi via via abbiamo arricchito il repertorio. Nel disco ci sono cose che raramente facciamo dal vivo, perché ci piace tirar fuori anche altri colori del duo che sul disco non abbiamo messo. Ed è un progetto che vede come ospite Javier Girotto, che dà un ottimo apporto al nostro piccolo organico.

Sei un’affermata didatta di canto jazz. Come concepisci – non ti chiedo di svelarci i tuoi segreti – la didattica del jazz?
Non ho alcun segreto… Il jazz è una musica piuttosto impalpabile, quindi nella didattica ognuno sceglie la propria direzione. Io ho avuto l’impostazione di Cinzia che è una persona molto strutturata e precisa, e quindi sono un’insegnante esigente, ma generosa. Lavoro moltissimo sul repertorio e sull’improvvisazione. Sono meno interessata a un lavoro tecnico sulla voce, semplicemente perché sento che quello che io posso dare di più è sull’altro versante. La didattica è una cosa molto appassionante, che prende tante energie ma dà anche tanti stimoli e soddisfazioni. È un grande impegno con sé stessi che obbliga a studiare sempre, una costante chiamata all’aggiornamento e al rigore. Quindi io continuo a studiare, passo dei periodi in cui studio con gli allievi le cose che insegno. La didattica mi aiuta a crescere.

La tua attività ti lascia tempo per fare anche altro? Quali sono i tuoi interessi al di là della musica?
Tanti. Una delle cose che amo di più è sicuramente il cinema, Truffaut è uno dei miei registi preferiti. Quel mondo, quel tipo di linguaggio mi ha affascinato tantissimo, riuscire a capire la prospettiva di un regista, l’estetica, il senso, i metasignificati. Le questioni tecniche mi affascinano tantissimo. Mi piace molto anche il dietro le quinte. Ricevo molto spesso in regalo biografie di registi, Bergman, Truffaut, Allen. E mi piace anche tutto il filone del cinema d’essai, da Aki Kaurismaki con le sue ambientazioni nordeuropee, e i musical degli anni Quaranta e Cinquanta. E poi amo prendermi i miei spazi, stare in mezzo alla natura e fare grandi passeggiate in montagna, e rivedere i film che conosco a memoria (è una cosa che faccio puntualmente, è come riassaggiare un sapore).

http://www.jazzitalia.net/articoli/Int_ElisabettaAntonini.asp#.XJtvxLvsbIU

Vittorio Lo Conte per Music Zoom

La Beat Generation e l´Italia, è un connubio che continua dalla fine degli anni cinquanta, quando la traduttrice e scrittrice Fernanda Pivano fece conoscere le opere tradotte di quei personaggi come Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti che rifiutavano il sogno americano, dei drop outs alle presi con i soliti problemi di alcolismo (e va ricordata assolutamente l´intervista della Pivano a Kerouac, visibilmente con la testa da un´altra parte) e personali. Una generazione che trovò il successo, non solo in patria, anni avanti rispetto a quella che era l´America alle prese con la guerra fredda. Romanzi come On the Road di Kerouac, oppure la poesia Howl di Allen Ginsberg fanno ormai parte del programma di chi studia inglese e qui sono ovviamente tra i titoli con delle recitazioni degli autori stessi sovrapposte alla musica. Ci sono Kerouac in Cookin’ at the Continental, Allen in Howl ed ancora Gregory Corso e Lawrence Ferlinghetti, perfettamente amalgamati fra musiche che si ispirano al jazz più classico, come il brano di apertura e c’è la splendida performance di Elisabetta Antonini e del gruppo sul brano di Thelonious Monk Well You Needn’t, ma c´è anche il jazz della New York contemporanea, con atmosfere più aggressive e moderne, ad esempio LSD, oppure atmosfere dolci e accattivanti quando la leader canta versi tratti da On the Road. Molto bella è la versione di Blowin´ in the Wind di Bob Dylan che diventa un jazz raffinato, un clarinetto liquido che accompagna la cantante in sottofondo e che sottolinea i versi è un´affermazione perentoria della classe esecutiva dei musicisti alle prese sì con del materiale della tradizione americana, ma ivi perfettamente a loro agio, personali nel modo in cui la rielaborano così che ne risultata un omaggio che ha tutti i numeri per restare fra i dischi più interessanti del catalogo Candid, la storica casa discografica che ha pubblicato nel passato alcune fra le opere più significative di Mingus e Max Roach. Accanto a Elisabetta Antonini ci sono Luca Mannutza al pianoforte, Paolino dalla Porta al contrabasso e Marcello Leonardi alla batteria. L´ospite Francesco Bearzattiarricchisce alcuni brani con i suoi pertinenti assoli al sax tenore ed al clarinetto.

Elisabetta Antonini torna all'Alexanderplatz di Adriano Ercolani

Elisabetta Antonini è una delle più raffinate interpreti del jazz italiano, la cui prestigiosa carriera parla da sola; prima artista italiana a firmare con l’etichetta inglese Candid, premiata dalla critica nel referendum annuale di Musica JazzTop Jazz come Migliore Talento nel 2014, ha collaborato con nomi di grande rilevanza (da Paolo Fresu a Kenny Wheeler, da Enrico Pieranunzi a Vassilis Tsabropoulos e altri che affronteremo nelle righe successive), si è esibita nei principali festival jazz di tutto il mondo,

L’abbiamo intervistata in occasione del suo prossimo concerto di Venerdì 9 Novembre all’Alexanderplatz.

 

Quali sono state le collaborazioni cruciali della tua carriera?

Non è facile rispondere. Se devo pensare a chi mi ha ispirato, sicuramente, mi sono sempre rivolta ad interpreti con un approccio creativo al jazz, molto personale. Sono riuscita ad affinare questa sensibilità e ad approfondire lo studio di questo ambito d’interesse, senza dubbio, grazie alla frequentazione di Maria Pia De Vito, un’artista di grande valore in questo senso. Nella fase di studio, attraverso di lei ho conosciuto una serie di artisti che mi hanno profondamente illuminato sull’idea di musica che volevo realizzare, la ricerca di una musica originale, sia nel caso di mie composizioni ma anche in quello di reintepretazioni di brani altrui. Questa è la strada che ho scelto. Il mio primo lavoro registrato è stato molto particolare, frutto di una lunghissima collaborazione con Alessandro Gwis, noto come pianista degli Aires Tango, ma che ha uno spessore tale da poter essere anche un grandissimo musicista nell’ambito dell’improvvisazione e nella fusione tra musica elettronica e musica colta. Un disco, Un Minuto Dopo, dagli arrangiamenti particolari, con pianoforte e fiati, oboe e sassofono. Ho avuto la figura del grande Paul McCandless degli Oregon all’oboe e Gabriele Coen al sassofono. Gwis ha sigillato questo progetto, già di stampo europeo, con un lirismo più italiano che americano, tutta una serie di suggestioni e colori tipicamente europee.

Con Alessandro abbiamo accumulato una straordinaria esperienza dal vivo e ciò ha anche conferito un carattere particolare al disco, considerando anche la scelta di proporre immediatamente dei miei brani originali.Un disco, in realtà, fortemente connotato dalla presenza di brani di Enrico Rava. Non è stato solo un omaggio didascalico, abbiamo aggiunto sui suoi brani dei testi originali di Marina Tiezzi: un lavoro che è stato molto apprezzato da Rava. Abbiamo inoltre affiancato dei brani dalla melodia tipicamente europea, anche con uno sguardo alla world music, affiancandoci appunto anche dei miei brani originali.

Un’altra svolta è stata la collaborazione con Marcella Carboni, conosciuta grazie a Paolo Fresu, suonatrice di un particolare tipo di arpa, l’elettroacustica. Ci siamo praticamente inventate un nostro suono, per questo progetto di duo, credo, senza precedenti. Non esiste una letteratura discografica che attesti un precedente. In questo modo ho scoperto l’elettronica, non in quanto musica elettronica, ma come differenti possibilità offerte dalla tecnologia. Sebbene il disco sia di tanti anni fa (Nuance, nel 2011), è tuttora richiesto in molte situazioni, abbiamo girato in tutto il mondo, dal Sud America all’Asia. Chiaramente, un progetto del genere ti consente di esplorare possibilità precluse a un quartetto jazz convenzionale. Con Marcella Carboni andremo tra poco in tour in Cina e vorremmo realizzare un nuovo progetto. Ricerca di nuove sonorità, di nuove declinazioni della voce e improvvisazione sono i fondamenti di questo progetto, nel quale, essendo solo due elementi, siamo molto esposte davanti al pubblico.

Abbiamo, per questo progetto, avuto anche alcuni ospiti, tra cui Javier GirottoAldo Bassi e Paolo Fresu, che ci ha invitato a suonare nel suo Nuoro Jazz Festival.

Qual è il tuo rapporto con l’Alexanderplatz?

Sono cresciuta all’Alexanderplatz, era mia abitudine andare molto spesso al locale perché la musica era sempre di alta qualità. Devo dire che in quel locale, grazie alla famiglia Rubei, è cresciuta una generazione di musicisti. C’è sempre stata l’attenzione di confrontarsi con i musicisti e creare anche nuove collaborazioni. In particolare, Eugenio con me è stato molto attento, mi ha dato la possibilità di sperimentare nuovi progetti e comprendere la direzione da prendere. Eugenio mi ha sempre sostenuto nello scegliere dei progetti coraggiosi. Devo proprio ringraziarlo per un progetto dedicato alla beat generation. Mi ricordo quando gli presentai la forma in nuce del mio omaggio a Fernanda Pivano, The Beat goes on.

Siccome Eugenio aveva ospitato più volte Gregory Corso, grande amico e sodale della Pivano, fu molto colpito da questa coincidenza e grazie anche ai suoi consigli il progetto si è evoluto moltissimo.

 

Fernanda Pivano è stata colei che ha portato in Italia la letteratura beatnik, oltre alle prime traduzioni di Dylan, e senza dubbio ha contribuito anche al mito del jazz nel nostro paese.

Fernanda Pivano è stata un personaggio chiave di quel momento culturale straordinario dal quale purtroppo ci siamo allontanati. Lei è stata portavoce di quel sogno di libertà di cui noi siamo tutti figli. Per questo omaggio ho scelto cinque poeti rappresentativi della stagione beatnik, KerouacBurroughsCorsoGinsberg e Ferlinghetti, campionando proprio le loro voci e coniugandole a una musica jazz, resa in un certo senso “acida” grazie a diversi effetti, per restituire l’atmosfera urbana della loro ispirazione.

 

Del resto, gli autori beat vivevano una sorta di simbiosi artistica con i grandi del bebop. simbiosi bebop/beatnik

Nel disco infatti sono presenti le mie versioni di Requiem for Charlie Parker di Corso e di For Miles di Ginsberg. Questo disco mi ha fatto vincere un premio molto importante. Sono felicissima che questo sforzo creativo sia stato accolto così bene, addirittura siamo stati invitati in India. E tutto questo è partito dall’Alexanderplatz. Eugenio mi è sempre stato vicino, mi ha sempre sostenuto, sono quindi felice che il locale abbia riaperto e che possa tornarci a suonare.

 

Che cosa suonerai venerdì 9 Novembre all’Alexanderplatz?

Proporrò un repertorio intermedio, poiché ripresenterò alcuni dei miei brani ma in una veste nuova. Suonerò in quartetto, in una formazione classica, quindi il pubblico avrà, credo, piacere di ascoltare una musica, un linguaggio che già conosce. Comunque, sarà una serata di jazz contemporaneo, in cui proporremo anche nuovi standard, alcuni anche di autori non strettamente di jazz.

 

Quali sono i tuoi nuovi progetti?

Sto lavorando al progetto di un duo vocale assolutamente inedito con Alessandro Contini, un progetto a cui tengo molto in fase ancora di grande sperimentazione.

"Come Dance With Me" all'Alexanderplatz! di Adriano Ercolani

Abbiamo già parlato in questo blog del talento di Elisabetta Antonini (QUIin occasione del suo concerto del 9 Novembre.
La raffinata inteprete tornerà all’Alexanderplatz Sabato 12 Gennaio (consuete ore 22) con un progetto completamente nuovo: Come Dance With Me in cui la cantante (anche arrangiatrice dei brani) sarò accompagnata in scena da:

Aldo Bassi, Tromba
Paolo Recchia, Sax
Luca Mannutza, Pianoforte
Francesco Puglisi, Contrabbasso
Marco Valeri, Batteria

Un progetto completamente nuovo del quale Elisabetta Antonini ci ha rivelato gli aspetti più interessanti in questa conversazione.


Com’è nato questo nuovo progetto?
Uno dei miei sogni nel cassetto è sempre stato quello di poter suonare i brani del Songbook Americano, i cosiddetti standard, con una sezione fiati oltre alla tipica ritmica di accompagnamento per immergermi nell’estetica più tipica dello swing vocale, pulsante e candido, quello che ho conosciuto per primo e che ancora mi incanta. I grandi arrangiatori come Nelson Riddle Bill May, saranno i protagonisti di questa serata che vedrà alcuni riadattamenti dei loro storici lavori, frutto delle collaborazioni discografiche con le grandi voci del jazz. E’ un piccolo regalo che mi piace concedermi anche per la gioia di poter suonare questa musica con dei professionisti di primo livello, e ringrazio per questo Eugenio Rubei che da sempre spazio alle mie idee e incoraggia le mie proposte musicali.


In cosa si distingue dai tuoi concerti precedenti?
Nei miei concerti solitamente molta della musica che eseguo è di stampo moderno o è da me composta. Le atmosfere sono dense o molto rarefatte, spesso si passa nell’ambito dello stesso brano ad episodi musicali molto contrastanti tra loro, e viene lasciato ampio spazio alla ricerca sonora, all’interplay tra i vari musicisti e all’improvvisazione, a volte anche collettiva. Con questo concerto torniamo alle atmosfere delle sale da ballo di Harlem, dove le big band suonavano temi e arrangiamenti ricchi di swing, complessi eppure lineari e la musica era pensata per danzare sebbene venisse scritta ed eseguita in modo superbo. Per questo ho scelto come nome del progetto Come Dance With Me, citando il titolo di una delle melodie che suoneremo.

Qual è l’aspetto per te, come artista, più interessante di questa collaborazione?
Ciò che mi interessa maggiormente nella mia attività artistica è pormi delle sfide e cercare sempre di inseguire il potenziale di crescita che c’è dietro ad ogni serata, ogni programma, ogni collaborazione. Qui la sfida è stata innanzitutto musicale, visto che mi sono occupata di tutti gli arrangiamenti dei fiati,  ed è stato difficile per il poco tempo che avevo a disposizione ma, devo confessarlo, immensamente gratificante e stimolante.

Quali sfide o difficoltà hai dovuto affrontare nella preparazione?
La difficoltà è stata selezionare il materiale, potendo disporre di un’infinità di registrazioni belle in egual misura, ma soprattutto adattare un materiale musicale pensato e scritto per big band perché potesse funzionare suonato in sestetto. La sfida sarà anche quella, al momento del concerto, di mantenersi stilisticamente coerenti alla natura di questo repertorio, dove il canto è apparentemente lineare ma è incredibilmente ritmico e carico di swing.


Quali nuovi progetti hai in cantiere?
Appena fatto questo concerto mi tufferò in un nuovo progetto condiviso con la contrabbassista Federica Michisanti (NdC fresca vincitrice del Top Jazz 2018 come Nuovo Talento)come, Bas(s)ic Instinct, un duo col quale ci esibiremo a metà febbraio a Napoli e più avanti anche a Roma. Poi ci sarà un concerto ad Honk Kong sempre a febbraio con Nuance Arpa&Voce Duo, grazie alla collaborazione ormai decennale con l’arpista Marcella Carboni con la quale stiamo ragionando sul nostro prossimo disco.

Una birra con... Elisabetta Antonini di Daniela Floris per JAZZDANIELS

Elisabetta Antonini, cantante, ma cantante e vocalist non basta. È anche compositrice ed arrangiatrice, musicista, in una parola! Noi la abbiamo da poco ascoltata ad Ivrea in un bel concerto con un’ altra donna nel Jazz, l’arpista Marcella Carboni. Ma sono molti i progetti di Elisabetta, tra cui il bellissimo “Women next door” tutto al femminile. Ha collaborato con musicisti di rilievo, quali Kenny Wheeler e Paul mc Candless. Ecco le sue risposte alle nostre 19 domande! D&D

Luogo di nascita:

Verona

Età:

39

Vivi a? 

Roma

Birra preferita:

sono una consumatrice assolutamente casuale… l’importante è che sia veramente fredda servita preferibilmente in vetro fino!

Vino Rosso o Bianco?

Dopo essere stata nelle colline del Chianti… vedo solo rosso!

Piatto preferito:

Patate, in tutte le salse.

Colore preferito:

Tutti amati ma preferisco circondarmi di bianco e di tutte le “nuance” (attenzione!) del rosso.

Squadra del cuore:

Terribilmente disinteressata al calcio

Il disco che ti ha fatto innamorare del Jazz:

Quando non sapevo neanche cosa fosse il jazz mi innamorai di un disco di Billie Holiday, The Lady Sings the Blues. Non sapevo da dove venisse e a quale epoca appartenesse ma mi sembrò la cosa più bella che avessi fino ad allora ascoltato. Poi arrivò tutto il resto, ma il primo disco che consumai ascoltandolo dall’inizio alla fine per settimane fu You Must Believe in Spring di Bill Evans.

Il Jazzista che più ti ha ispirato:

Impossibile identificarne uno. Uno per ogni anno di vita del jazz…

Quale musica da ascoltare oltre al Jazz?

La musica colta, classica e contemporanea, e la musica del mondo, di tutte le zone geografiche, che solo recentemente sto scoprendo e che è di una inesauribile ricchezza.

Ultimo libro letto:

Lolita di Vladimir Nabokov e Opinioni di un clown di Eric Boll… leggo in parallelo!

Libro indimenticabile:

Questa è difficile! Uno tra gli indimenticabili: Lo Straniero di Albert Camus.

Ultimo film visto:

Rivedo molto spesso i film che mi sono piaciuti. L’ultimo è Morte a Venezia di Luchino Visconti.

Film indimenticabile:

Nessun dubbio: I Quattrocento Colpi di Francois Truffaut

Città o Campagna:

La campagna c’è nel mio tempo libero ed è quello che più mi distende e ritempra, ma non potrei mai, davvero mai rinunciare a vivere in città.

Il tuo primo progetto:

Il mio primo progetto discografico è stato Un Minuto Dopo, con Alessandro Gwis, Gabriele Coen e Paul McCandless, anche se prima di quello ho avuto per anni una collaborazione con Luca Mannutza, Gianluca Renzi e Nicola Angelucci con i quali però non ho mai registrato.

Il tuo progetto attuale:

Ho diversi progetti all’attivo e uno in divenire, però quello che considero il progetto attuale e che è legato all’uscita di un disco è Nuance Arpa&Voce con Marcella Carboni.

Progetto sogno nel cassetto:

Tra i tanti, suonare una volta nella vita con Dave Liebman.

Elisabetta Antonini Alessandro Contini [R]Evolution Live at Roma Jazz Festival
Elisabetta Antonini Alessandro Contini [R]EVOLUTION feat. NILS PETTER MOLVAER

BLUEBIRD
(Michael Rosen)

Bluebird in my hear
Bluebird in my heart

Soul that flies in vain
I deride and deny her
Deep desire’s flame
Bind her wings in chains

Soul that cries in vain
I revere and revile her
Drink, defile her name
Bind her wings in chains
Kill the pain.

Silver bird waiting to fly
Leave tomorrow Be on your way home
Wake up and fly Free from sorrow
Reach up to the sky

BLUEBIRD
(Charles Bukowsky) *HarperCollins’ Copyright

There’s a bluebird in my heart that
Wants to get out but I’m too tough for him
I say, stay in there, I’m not going
to let anybody see you

There’s a bluebird in my heart that
wants to get out
but I pour whiskey on him and inhale
cigarette smoke
and the whores and the bartenders
and the grocery clerks never know that he’s in there

There’s a bluebird in my heart that
wants to get out but I’m too tough for him
I say, Stay down, do you want to mess
me up? You want to screw up the
works? You want to blow my book sales in Europe?
there’s a bluebird in my heart that
wants to get out
but I’m too clever, I only let him out
at night sometimes when everybody’s asleep
I say, I know that you’re there
so don’t be sad then I put him back
but he’s singing a little
in there, I haven’t quite let him die
and we sleep together like that
with our secret pact
and it’s nice enough to make a man
weep, but I don’t weep, do
you?

Nostalgia
(David Sylvian)

Voices heard in fields of green
Their joy their calm and luxury
Are lost within the wanderings of my mind

I’m cutting branches from the trees
Shaped by years of memories
To exorcise their ghosts from inside of me

The sound of waves in a pool of water
I’m drowning in my nostalgia, nostalgia, my nostalgia
nostalgia, my nostalgia, my nostalgia

FOR FELA
(Michael Rosen)

I no be gentleman at all
I be African man original
I be African man
I be man I go no round

Spirit away
Never lay me down
No lay my body down
In the water of the lake

Day after day I gonna wake up
Never rest until the dawn
Hail or wind or rain
Into the hurricane
Fear no worry no pain

I Now Recall
(Michael Rosen)

I’d have you on a winter’s eve,
and hold you tight behind the glass.
We’d watch the lonely icy roads,
remember many winters passed

When you and I lived haplessly
Together and yet unawares.
Together on the same one path
We passed together, you and I.
“Remember?”, we will say that day,
all pressed up close behind the panes.
And you will look at me and grin,
while curtains rustle in the wind.

I’d lose myself one fine spring day,
with you in some strange far off place.
On sunday, in those waning hours,
when poets dream and thoughts are rife

of prayers we often dare not pray,
in secret valleys far away.
we’d laugh at simple innocence,
explore the woods and feel the winds
And hand in hand, without a care,
we’d whisper foolish silly things.
And then grow silent, knowing well,
the soul without a word can sing.

And yet, of you I now recall
You don’t know how the stories go.
You never ventured in the dark,
or slept beneath the soothing light
or contemplated the wide sky
of twinkling stars on Eastern nights.

And yet, of you I now recall
Behind the glass, that winter’s eve,
we’d speak no words to pass the time.
I’d lose myself in time-worn tales.
And you’d be there, your thoughts now veiled,
and lost to me, beyond the pale.

Perhaps it’s you who has it right.

Perhaps it’s you who has it right.
Perchance it’s foolishness to try.
Poetic words, sweet bitter bliss,
and common dreams, those loving themes,
they all are lacking, so it seems,
those useless things I love and need,
and yet I’d give them all away,
to have you by my side today

And yet of you I now recall…

DAMNED OLD MOON
(Michael Rosen)

Curse you, damned old moon
Driving me crazy
So bloody high Freakishly bright
Keep me awake in the night

Curse you, damned old moon
Stupid and lazy
Think you’re so smart Spoiling the dark
Come down, I dare you to fight

Sister in the sky, silvery silent light
Princess of the night glittering shining bright
For me, for me, for me
Shining bright for me

Curse you, damned old moon
Lighting the pavement
Nowhere to go All on my own
Shove off and leave me alone

Curse you, damned old moon
Trying my patience
Just let me sleep Get off my street
Shine on some other man’s home

Sister in the sky, silvery silent light
Princess of the night glittering shining bright
For me, for me, for me
Shining bright for me

SUITE FOR PINA BAUSCH
(Michael Rosen)

Soft brown earth looks cold and wet
In no clear time or place
All eyes gaze round in fear
Bodies flinging in the air
wild and primal, dancing bare,
sacrificial rites commence
As all around rejoice, prepare

Pina’s eyes look hard, profound
She seeks what moves those bodies round
Answers with no need of words
Words are nothing, only sounds
(And) movements can evoke much more
than words alone will ever show

Dance, dance, dance,dance, dance, dance.
dance dance strong and bold
Dance to save our souls

Nineteen-Thirties Ballroom night
Built to meet in Black and White
In tailored suits and proper ties
and Dinner Dress for gals and guys
All dancing boogie-­‐woogie style
In sensual, random senseless ways
The same, yet different for any age

Pina, exiled genius Queen
Nun with chocolate chip ice cream
Saint on metal roller skates
She finds pure beauty with her gaze
movements can evoke much more
than words alone will ever show

Dance, dance, dance, dance, dance, dance.
Dance…

Spring returns, just like before
(As sweet and green new grass comes forth)

Next comes summer, bright and warm
(As grass grows tall and proud once more)

Autumn comes and leaves turn gold,
(Then red, then brown they fall around)

Then Winter brings its icy winds
(To freeze the ground til Spring begins)

SEBASTIAO
(Michael Rosen)

Time to wait
Looking at the people
Whiling the hours away
Smiling faces

Winding trains
Of tireless homeless people
Hundreds of miles a day
Try to make it

The days are long the nights are cold,
they dream of ways to escape from the dark,
deliver their children Try to make it

Cannon fire and fighter planes
cannot change the heart of things
The dignity in strife
The elegance of life

Sacrifice and poverty
can’t defeat the heart that’s free
The dignity in strife
The elegance of life

Climbing up
Towering Stone cathedrals
Elephants Migrating
Timeless places

Fly above
Fiery red volcanoes
Rivers of velvet cream
Desert Vapors

The days are long The nights are cold,
the rocks and trees, the wind, the seas
the breeze, the dunes, the sun
Desert Vapors

Cannon fire and fighter planes
cannot change the heart of things
The dignity in strife
The elegance of life

Man-made impropriety
can’t defeat the heart that’s free
The dignity in strife
The elegance of life

The dignity in strife
The elegance of life

PARADOX
(Elisabetta Antonini)

I am
I am not
I am afraid
I am not afraid
I am afraid of being
I am not afraid of being
I am afraid of not being
I am not afraid of not being
I am afraid of being afraid
I am not afraid of being afraid
I am afraid of not being afraid
I am not afraid of not being afraid